Introduzione
Nel momento in cui si affronta il problema della trasmissione del Nome divino nella tradizione biblica, occorre distinguere con precisione due piani che vengono spesso sovrapposti: da un lato la storia dell’uso religioso, liturgico e culturale di una forma; dall’altro la sua fondatezza linguistica all’interno dell’ebraico biblico. Questa distinzione è indispensabile soprattutto nel caso della lettura “Geova”, perché la sua ampia circolazione in alcuni àmbiti cristiani ha talvolta prodotto l’impressione che essa possieda un fondamento filologico antico. Il fatto che la forma compaia in Bibbie moderne, su facciate di chiese, in frontespizi, in iscrizioni votive o in tradizioni devozionali documenta certamente una storia della ricezione; non dimostra, tuttavia, che essa riproduca la pronuncia originaria del Tetragramma. Sul piano storico, “Geova” ha una sua biografia riconoscibile; sul piano filologico, invece, non è la pronuncia esatta del Nome יהוה, bensì il risultato tardo di una lettura cristiana del Testo Masoretico.
Il nodo decisivo, dunque, non consiste nel chiedersi se la forma “Geova” sia esistita, poiché la sua attestazione storica è fuori discussione. Occorre piuttosto stabilire che cosa essa testimoni realmente. Su questo punto la risposta della filologia è netta: “Geova” non conserva l’antica pronuncia di יהוה; testimonia la combinazione impropria tra le consonanti del Tetragramma e le vocali del sostituto liturgico ’Adonāy, secondo il meccanismo masoretico del qere perpetuum. In altri termini, non siamo davanti al Nome trasmesso nella sua forma fonetica originaria, bensì a un promemoria di lettura che, in età cristiana, fu scambiato per la parola stessa.1
Il dato filologico di partenza
Il Tetragramma biblico è formato da quattro consonanti ebraiche: Y-H-W-H. Questo dato è fondamentale, perché l’ebraico antico scriveva normalmente le consonanti, non le vocali. Di conseguenza, davanti al Nome divino non possediamo una forma scritta che ci dica in modo diretto e sicuro come esso venisse pronunciato in origine. A questo si aggiunge un secondo elemento decisivo: con il passare del tempo, soprattutto dopo l’esilio babilonese e poi in modo sempre più marcato nei secoli successivi, il Nome cessò di essere pronunciato nella lettura pubblica e nel culto. Al suo posto si leggeva ’Adonāy, cioè “Signore”; nella traduzione greca dei Settanta, lo stesso uso fu reso con Kyrios, anch’esso “Signore”.2
Ne deriva un principio semplice, ma essenziale: la pronuncia antica del Tetragramma non ci è stata conservata in modo diretto. Non abbiamo una registrazione fonetica, né una tradizione vocalica continua e sicura che permetta di dire con certezza assoluta come gli antichi Israeliti pronunciassero יהוה. Le opere di consultazione più autorevoli lo riconoscono chiaramente. Bible Odyssey, pubblicata dalla Society of Biblical Literature, osserva che la pronuncia effettiva del Nome è andata perduta, anche se oggi gli studiosi usano comunemente la forma ricostruita Yahweh.
Anche l’Enciclopedia Britannica presenta Yahweh come la ricostruzione normalmente accolta in ambito scientifico, ricordando che alcune testimonianze antiche, comprese trascrizioni greche e riferimenti di autori cristiani dei primi secoli, orientano verso una forma di quel tipo, non verso “Jehovah”. Già nel 1926 Leroy Waterman richiamava la necessità di procedere con cautela: dal punto di vista metodologico, la pronuncia originaria del Tetragramma deve essere considerata perduta, e nessuna lettura tarda può essere presentata come se fosse la pronuncia certa del Nome.3
Questo, però, non significa che tutte le proposte abbiano lo stesso valore. Dire che la pronuncia originaria non è conservata con certezza assoluta non equivale a mettere sullo stesso piano Yahweh e Geova. La forma Yahweh è una ricostruzione filologica totalmente assente nel testo ebraico: non pretende di essere una certezza assoluta, ma si fonda su indizi antichi, su trascrizioni greche e su forme abbreviate del Nome, come Yah, Yo- e -yahu, che compaiono anche nei nomi propri ebraici. “Geova”, invece, appartiene a un’altra categoria. Non nasce come ricostruzione della pronuncia antica di יהוה, ma come lettura secondaria, tardiva e meccanica del Testo Masoretico: prende le consonanti del Tetragramma e le legge insieme a vocali che non erano state poste per pronunciare il Nome, ma per ricordare al lettore di sostituirlo con ’Adonāy.4
NOTA
Gli scribi Masoreti della scuola tiberiense, ai quali si deve la fissazione del sistema vocalico confluito nel cosiddetto Testo Masoretico, con ogni probabilità erano i primi a non possedere più una conoscenza diretta della pronuncia originaria del Tetragramma. Non vi è dunque alcuna ragione per supporre che, introducendo i segni vocalici nel Testo Consonantico, essi intendessero conservare la fonetica antica del Nome. Al contrario, tutto indica che la loro vocalizzazione avesse solo una funzione di lettura: non restituire il suono perduto di יהוה, ma impedire che il lettore lo pronunciasse, orientandolo verso il sostituto tradizionale ’Adonāy.
La vocalizzazione masoretica non conserva la pronuncia originaria
Per capire perché “Geova” non regga sul piano filologico, occorre partire da un meccanismo fondamentale del Testo Masoretico: il rapporto tra ketiv e qere. Il ketiv indica ciò che è scritto nel testo consonantico; il qere indica ciò che, secondo la tradizione di lettura, deve essere pronunciato. In molti casi i Masoreti conservarono le consonanti tradizionali del testo, ma vi aggiunsero le vocali della parola che il lettore doveva effettivamente leggere. Gesenius, nella sua grammatica classica, spiega che questo sistema serviva proprio a distinguere tra la forma scritta e la forma da pronunciare. Quando una sostituzione era molto frequente, la nota marginale poteva anche non essere ripetuta ogni volta: in questi casi si parla di qere perpetuum, cioè di una lettura sostitutiva stabile e permanent.5
ESEMPIO CONCRETO
Immaginiamo che uno scriba masoreta debba trasmettere una frase come: «Io sono YHWH, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto» (Es. 20,2). Nel testo consonantico egli conserva intatta la sequenza sacra יהוה: non la sostituisce con un’altra parola e non la riscrive. Tuttavia, quando il testo viene vocalizzato, sotto quelle quattro consonanti vengono collocati segni vocalici che non servono a pronunciare il Nome secondo quella sequenza specifica di consonanti e vocali, ma a ricordare al lettore la lettura tradizionale da adottare: ’Adonāy, “Signore”.Nei casi ordinari del sistema masoretico, una differenza tra ciò che è scritto e ciò che deve essere letto poteva essere segnalata da una nota marginale nella masorah parva: «è scritto così [ketiv], ma si legga così [qere]». Nel caso del Tetragramma, però, la sostituzione era talmente frequente e radicata da non richiedere ogni volta una nota esplicita. Il lettore istruito sapeva già che, incontrando יהוה, non doveva mai pronunciare il Nome secondo le consonanti scritte, bensì leggere ’Adonāy.
Questo è il senso del qere perpetuum: una lettura sostitutiva permanente, talmente abituale da essere data per presupposta. Le vocali poste sotto il Tetragramma non indicano quindi la pronuncia originaria di יהוה; funzionano come un segnale liturgico e mnemonico. Ogni volta che il lettore incontrava il Tetragramma vocalizzato secondo questa tradizione, doveva leggere ’Adonāy, non costruire una nuova parola combinando meccanicamente le consonanti YHWH con quelle vocali. Da questo fraintendimento nasce appunto la forma senza senso “Geova”.
Ebbene, le vocali poste dai Masoreti sotto le consonanti יהוה non hanno lo scopo di conservare la pronuncia originaria del Nome; hanno lo scopo opposto: ricordare al lettore di non pronunciarlo affatto, sostituendolo con ’Adonāy. Quando però il Tetragramma compare accanto alla parola ’Adonāy vera e prorpia, la lettura sostitutiva diventa ’Elohīm, “Dio”, per evitare la ripetizione “Adonai Adonai”. Nelle nostre traduzioni, l’accostamento tra YHWH e Adonai è spesso indicato con DIO in maiuscoletto per sottendere il Tetragramma, e Signore per sottendere Adonai. Anche questo dato è decisivo, perché mostra che le vocali non appartengono al Nome in sé, ma dipendono dalla parola che deve essere letta al suo posto.
Gesenius lo afferma in modo esplicito, e il Brown-Driver-Briggs conferma lo stesso principio con una formula ancora più netta: le forme masoretiche del Tetragramma «do not give the original form», cioè non offrono la forma originaria del Nome. Esse non trasmettono la pronuncia antica di יהוה, ma indicano la lettura sostitutiva prevista dalla tradizione. In altre parole, il Testo Masoretico non vocalizza il Tetragramma per farlo leggere com’è scritto; lo vocalizza per guidare il lettore verso un’altra parola.
Il fenomeno diventa ancora più chiaro se si osservano i dettagli grafici. Il BDB registra infatti due grandi serie: una in cui il Tetragramma riceve le vocali che rinviano a ’Adonāy, e un’altra in cui riceve quelle che rinviano a ’Elohīm. La seconda serie compare soprattutto nelle espressioni in cui il Nome è preceduto o accompagnato da ’Adonāy, perché in quel caso leggere ancora ’Adonāy avrebbe prodotto una ripetizione artificiale. Ora, se quelle vocali fossero davvero le vocali originarie del Nome, questa alternanza sarebbe inspiegabile. Un nome proprio non cambia vocalizzazione in base alla parola che lo precede; un segnale di lettura, invece, può farlo. Ed è precisamente questo il caso del Tetragramma nel Testo Masoretico.
Bisogna inoltre considerare una finezza grammaticale spesso ignorata nelle discussioni popolari. Quando i Masoreti applicano al Tetragramma le vocali di ’Adonāy, non le trasferiscono in modo meccanico e identico. Le adattano alle regole fonetiche dell’ebraico tiberiense. Per questo la forma comune non riproduce esattamente l’inizio di ’Adonāy, che sotto la lettera alef (א) presenta un ḥaṭef-pataḥ (אֲ) sotto la yod (י) iniziale di יהוה compare invece uno šĕwā semplice (יְ). Questo non indica una misteriosa vocale originaria “e” nel Nome divino. È semplicemente l’adattamento normale delle vocali del sostituto liturgico alla diversa consonante iniziale del Tetragramma.
Da qui nasce la forma graficamente vicina a Yehowah, poi divenuta “Jehovah” e quindi “Geova” nelle lingue moderne. Ma questa forma nasce proprio dall’equivoco: si sono prese le consonanti di יהוה e le si è lette come se le vocali masoretiche fossero parte del Nome, mentre in realtà quelle vocali servivano a dire al lettore di pronunciare ’Adonāy. “Geova”, dunque, non è il risultato di una pronuncia antica conservata dalla tradizione ebraica; è il risultato di una lettura errata del sistema masoretico.
La grammatica chiude quindi la questione dall’interno del Testo Masoretico stesso. Se i Masoreti avessero voluto conservare la pronuncia originaria del Tetragramma, avrebbero trasmesso una forma unica, stabile e coerente. Invece troviamo vocalizzazioni funzionali alla lettura sostitutiva ’Adonāy / ’Elohīm (si veda la tabella più sotto). Questo significa che le vocali non appartengono al Nome, ma alla parola che deve essere pronunciata al suo posto. Martin Rösel, in uno studio pubblicato sul Journal for the Study of the Old Testament, riassume bene il punto: anche la più antica vocalizzazione masoretica del Tetragramma va riferita a ’Adonāy, non a una presunta pronuncia autonoma del Nome.6
Come nasce la forma Jehovah
Chiarito che il Testo Masoretico non conserva la pronuncia originaria del Tetragramma, resta da spiegare come sia nata la forma Jehovah, dalla quale deriva l’italiano Geova. Il punto è relativamente semplice: alcuni studiosi cristiani di lingua latina lessero come se fosse una parola unica ciò che, nel manoscritto ebraico, era invece l’unione di due elementi distinti. Da una parte c’erano le consonanti scritte del Nome, cioè YHWH; dall’altra c’erano le vocali della parola che il lettore doveva pronunciare al suo posto, cioè ’Adonāy. La forma Jehovah nasce precisamente da questo incrocio improprio: consonanti del ketiv e vocali del qere furono trattate come se appartenessero entrambe al Nome stesso.
Per questa ragione l’Enciclopedia Britannica definisce Jehovah una forma artificiale e latinizzata del Nome divino. Non si tratta, dunque, di una pronuncia ebraica antica trasmessa fedelmente, ma di una costruzione nata in ambiente cristiano medievale e poi diffusa nella tradizione occidentale. In termini più semplici: Jehovah non è ciò che gli antichi Israeliti pronunciavano; è ciò che si ottiene quando si leggono in modo errato i segni vocalici del Testo Masoretico, attribuendo al Tetragramma vocali che in realtà servivano a ricordare la lettura sostitutiva ’Adonāy.
Il BDB aggiunge un elemento storico importante: la pronuncia Jehovah non appartiene alla tradizione ebraica antica, ma compare tardi nella storia dell’esegesi cristiana occidentale. Il lessico la collega alla prima età moderna, in particolare alla figura del teologo e orientalista Pietro Colonna (1260-1326), detto il Galatino, e ricorda che essa fu contestata già allora per ragioni grammaticali e storiche. Questo dato ha un peso metodologico decisivo. Una forma attestata in modo esplicito così tardi non può essere presentata seriamente come la conservazione diretta della pronuncia biblica del Nome. La sua storia documentata la colloca nel mondo degli studiosi cristiani di lingua latina, non nella pronuncia viva dell’ebraico antico.
Da qui deriva una precisazione ulteriore, spesso trascurata: “Geova” non è una traduzione del Tetragramma. Non traduce il significato di יהוה e non ne riproduce neppure la pronuncia originaria probabile. È una resa grafico-fonetica secondaria: nasce dal latino Jehovah, passa nelle lingue moderne e viene adattata secondo le rispettive convenzioni fonetiche. In italiano, per esempio, Jehovah diventa Geova, ma questo adattamento linguistico non conferisce alla forma alcuna maggiore legittimità filologica.
La resa tradizionale del Tetragramma, nella linea ebraico-greco-latina, è invece “Signore”: in ebraico ’Adonāy, in greco Kyrios, in latino Dominus.7 Questa continuità mostra che la tradizione antica non ha trasmesso il Nome attraverso una vocalizzazione del tipo “Geova”, ma attraverso una sostituzione reverenziale. Anche le direttive liturgiche contemporanee che evitano la vocalizzazione di YHWH e prescrivono l’uso dell’equivalente di “Signore” non introducono una novità: ribadiscono una prassi molto più antica, già radicata nella lettura ebraica e nella ricezione greca del testo biblico.8
Perché le iscrizioni con Geova o Ieova non provano nulla

A questo punto si può affrontare l’argomento delle iscrizioni, spesso richiamato per sostenere la legittimità della forma “Geova”. Il dato materiale, in sé, non è controverso: esistono iscrizioni, frontespizi, stemmi, altari, lapidi e facciate di edifici religiosi nei quali compaiono forme come Iehova, Jehovah o Geova. Il problema è stabilire che cosa esse provino davvero. Un’iscrizione non certifica automaticamente la pronuncia antica di un termine; documenta, prima di tutto, la lingua, la cultura e la tradizione religiosa di chi l’ha prodotta. Se in un determinato contesto cristiano compare la forma “Iehova” o “Geova”, ciò dimostra che quella forma era in uso in quell’ambiente e in quel periodo storico. Non dimostra, invece, che essa corrisponda alla pronuncia ebraica originaria del Tetragramma.
Per fare un esempio semplice: se sul frontone di una chiesa anglofona compare il nome Jesus, nessuno lo considera la pronuncia originaria del nome terreno del Signore in ebraico o aramaico. Si comprende subito che si tratta di una forma passata attraverso mediazioni linguistiche successive. Nel caso di Jesus, però, la forma semitica di partenza è ancora riconoscibile: Yēšūa‘. Nel caso del Tetragramma, invece, la pronuncia originaria non è stata conservata con la stessa sicurezza; proprio per questo un’iscrizione con Iehova, Jehovah o Geova non può essere trasformata in prova fonetica.
In altri termini, l’iscrizione prova la fortuna storica e devozionale della forma, non la sua autenticità filologica. Anzi, proprio la genealogia di “Jehovah” impedisce di attribuirle valore probatorio per la pronuncia antica di יהוה. Se la forma nasce dalla lettura cristiana delle consonanti del Tetragramma con le vocali masoretiche di ’Adonāy, allora ogni occorrenza epigrafica di Iehova, Jehovah o Geova testimonia la ricezione occidentale di quell’equivoco, non una tradizione fonetica ebraica risalente. La distanza cronologica, linguistica e culturale è troppo ampia perché un’iscrizione medievale, moderna o devozionale possa essere usata per correggere il dato grammaticale offerto dal Testo Masoretico.
Il punto è decisivo: la pietra può conservare un uso ecclesiastico, una consuetudine liturgica, una scelta iconografica o una formula teologica; non può trasformare una vocalizzazione sostitutiva in pronuncia originaria. L’autorità di un’iscrizione dipende dal tipo di informazione che essa è in grado di trasmettere. Può dire molto sulla storia religiosa di una comunità cristiana, sulla diffusione di una certa forma nei secoli, sulla cultura biblica degli ambienti che l’hanno adottata. Non può, però, dimostrare come venisse pronunciato יהוה nell’ebraico antico.
C’è poi un ulteriore elemento, ancora più rilevante. Le iscrizioni non solo non risolvono il problema, ma restano subordinate all’evidenza interna del testo biblico vocalizzato. Nel Testo Masoretico il Tetragramma non riceve una vocalizzazione unica e stabile, come ci si aspetterebbe da un nome proprio trasmesso foneticamente. Riceve invece vocalizzazioni funzionali alla lettura sostitutiva: normalmente orientate verso ’Adonāy, e in altri casi verso ’Elohīm, soprattutto quando occorre evitare la sequenza “Adonai Adonai”. Questo fatto è incompatibile con l’idea che la sequenza Ye-ho-va(h) rappresenti la vera pronuncia del Nome. Se le vocali cambiano in base alla parola che deve essere letta al posto del Tetragramma, allora quelle vocali non appartengono al Tetragramma.
Perciò la presenza di “Geova” in un’iscrizione non ha valore decisivo sul piano filologico. Essa vale, dal punto di vista probatorio, quanto la presenza di Dominus, Lord o Signore in una traduzione biblica o in un contesto liturgico: attesta una resa storica, una tradizione d’uso, una ricezione culturale. Non attesta la fonetica originaria di יהוה. Usare queste iscrizioni per legittimare “Geova” significa confondere la storia della ricezione con la storia della lingua; significa attribuire a un documento cristiano tardo ciò che solo la grammatica ebraica, la Masorah e le testimonianze antiche potrebbero eventualmente dimostrare. E proprio queste ultime, nel loro insieme, vanno in direzione opposta.
Scendiamo nei dettagli
Nel BDB il Tetragramma è registrato sotto יהוה con circa 6.823 occorrenze, distinguendo due grandi classi: יְהֹוָה / יְהוָה, da leggere come אֲדֹנָי, e יֱהֹוִה / forme affini, da leggere come אֱלֹהִים. La classificazione numerica tradizionale è questa:
|
Categoria masoretica |
Forma-base vocalizzata |
Qere, cioè lettura prescritta |
Occorrenze in BDB |
Funzione |
|---|---|---|---|---|
| Vocalizzazione di tipo Adonai | יְהֹוָה, spesso anche יְהוָה | אֲדֹנָי | 6.518 | Segnala al lettore di dire “Adonai” |
| Vocalizzazione di tipo Elohim | יֱהֹוִה, con varianti grafiche | אֱלֹהִים | 305 | Segnala al lettore di dire “Elohim”, soprattutto dove “Adonai” è già vicino |
Questo dato è confermato anche nelle sintesi testuali che riportano BDB: il tetragramma appare 6.828 volte nella Biblia Hebraica Kittel (BHK) e Stuttgartensia (BHS), mentre BDB registra la voce יהוה come circa 6.823 occorrenze e distingue 6.518 casi con qere אֲדֹנָי e 305 casi con qere אֱלֹהִים. La piccola differenza tra 6.828 e 6.823 dipende dal criterio di computo della singola tradizione testuale o lessicografica, non da una terza pronuncia del Nome.
Nel Codice di Leningrado, che sta alla base delle principali edizioni diplomatiche moderne del testo masoretico, le grafie vocalizzate del tetragramma sono comunemente elencate in sei forme:
|
Forma nel TM |
Lettura grafica, non liturgica |
Categoria reale |
|---|---|---|
| יְהוָה | Yǝhwāh | Adonai, con ḥolem omesso |
| יְהֹוָה | Yǝhōwāh | Adonai, con ḥolem scritto |
| יֱהֹוִה | Yĕhōwih | Elohim, con ḥăṭēf-segōl e ḥolem |
| יֱהוִה | Yĕhwih | Elohim, con ḥolem omesso |
| יְהֹוִה | Yǝhōwih | Elohim, con šĕwā semplice e ḥolem |
| יְהוִה | Yǝhwih | Elohim, con šĕwā semplice e ḥolem omesso |
Queste sei forme non sono sei pronunce concorrenti del Nome. Sono varianti grafiche del sistema masoretico di lettura: due famiglie vocaliche, cioè Adonai e Elohim, realizzate con piccole variazioni ortografiche. Le fonti che elencano le sei forme precisano infatti che la loro “trascrizione ravvicinata” non indica come i Masoreti intendessero far pronunciare il Tetragramma, ma solo come risulterebbe se si leggesse meccanicamente il ketiv puntato, ignorando il qere perpetuum.
Nel testo ebraico biblico vocalizzato non troviamo una vocalizzazione autentica del Tetragramma. Troviamo due vocalizzazioni sostitutive: una maggioritaria, che rinvia ad Adonai, e una minoritaria, che rinvia a Elohim. Le sei forme grafiche del Codice di Leningrado non legittimano “Geova”; al contrario, confermano che le vocali sono variabili e non appartengono al Nome, perché cambiano in base alla parola che il lettore deve pronunciare al suo posto.
Conclusione
Alla luce dei dati esaminati, la conclusione è difficilmente eludibile: “Geova” non è una pronuncia filologicamente legittima del Tetragramma. È certamente una forma storica della tradizione cristiana occidentale, con una propria fortuna devozionale, liturgica e culturale; tuttavia, questa legittimità appartiene alla storia della ricezione, non alla storia della lingua ebraica. Assumerla come vocalizzazione autentica di יהוה significa fraintendere il funzionamento del Testo Masoretico, ignorare il meccanismo del qere perpetuum, trascurare l’alternanza con ’Elohīm e trasformare in pronuncia originaria ciò che, nel sistema masoretico, era soltanto un segnale di lettura sostitutiva.
Sul piano accademico, dunque, la distinzione deve rimanere netta. YHWH indica il dato consonantico trasmesso dal testo ebraico; Yahweh è la ricostruzione moderna più probabile della pronuncia antica, fondata su indizi filologici, ma non posseduta con certezza assoluta; Signore è la resa traduttiva coerente con la lunga tradizione ebraico-greco-latina di ’Adonāy / Kyrios / Dominus. “Geova”, invece, appartiene a un altro livello: non quello dell’ebraico biblico, ma quello della ricezione occidentale del testo. Può essere studiata come forma storica, documentata nelle Bibbie, nelle iscrizioni e nella devozione cristiana; come pronuncia del Tetragramma, però, deve essere respinta.
- Wilhelm Gesenius, Gesenius’ Hebrew Grammar, ed. E. Kautzsch e A. E. Cowley, 2a ed. inglese (Oxford: Clarendon Press, 1910), §17; Francis Brown, S. R. Driver e Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament (Oxford: Clarendon Press, 1906), יהוה. ↩︎
- Encyclopaedia Britannica, s.v. “Jehovah,” consultato il 5 maggio 2026; Encyclopaedia Britannica, s.v. “Yahweh,” ultimo aggiornamento 25 marzo 2026; Id., s.v. “Yahweh”; United States Conference of Catholic Bishops, “Vatican’s Letter to the Bishops’ Conferences on ‘the name of God,’” 29 giugno 2008, consultato il 5 maggio 2026. ↩︎
- Mark Allan Powell, ed., “Yahweh,” in HarperCollins Bible Dictionary, pubblicato su Bible Odyssey, 26 ottobre 2022, consultato il 5 maggio 2026; Encyclopaedia Britannica, s.v. “Yahweh”; Leroy Waterman, “Method in the Study of the Tetragrammaton,” The American Journal of Semitic Languages and Literatures 43, n. 1 (1926): pp. 1–7. ↩︎
- Brown, Driver e Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, s.v. יהוה ↩︎
- Gesenius, Hebrew Grammar, cit., §17. ↩︎
- Martin Rösel, “The Reading and Translation of the Divine Name in the Masoretic Tradition and the Greek Pentateuch,” Journal for the Study of the Old Testament 31, n. 4 (2007): pp. 411-428. ↩︎
- Daniele Salamone, KYRIOS. Il Messia Divino: La prova storico-biblica definitiva della Deità di Yeshua di Nazareth, Yeshivat HaDerek, Belpasso 2025. ↩︎
- United States Conference of Catholic Bishops, “The Name of God in the Liturgy,” consultato il 5 maggio 2026; United States Conference of Catholic Bishops, “Vatican’s Letter to the Bishops’ Conferences on ‘the name of God.’” ↩︎
