Introduzione
Poche formule hanno nuociuto alla comprensione storica del sacrificio biblico quanto l’idea, apparentemente semplice, secondo cui nell’Antico Testamento il sacrificio sarebbe stato il mezzo ordinario con cui «pagare» il peccato. La formula è efficace, ma proprio per questo è pericolosa poiché comprime in una sola immagine categorie che i testi sacerdotali distinguono con notevole precisione. Il linguaggio del Levitico e dei Numeri non parla genericamente di «colpa» e «perdono» come se ogni trasgressione fosse ritualmente equivalente. Esso organizza, invece, un campo complesso nel quale errore, impurità, responsabilità, danno, restituzione, espiazione, purificazione, esclusione e riconciliazione occupano luoghi diversi.
Il problema è tanto più delicato perché il sacrificio biblico è stato spesso interpretato retrospettivamente alla luce di teologie posteriori. Una cautela metodologica decisiva è stata formulata, in ambito storico-esegetico, da Mauro Pesce, soprattutto quando ha insistito sulla necessità di non «cristianizzare» il sacrificio giudaico e di leggerlo come pratica storica, rituale e sociale concreta, non come semplice premessa figurale di un sistema dottrinale successivo.1 Applicata all’Antico Testamento, tale cautela impone di interrogare i testi non chiedendo anzitutto che cosa diventerà il sacrificio nella ricezione cristiana, rabbinica o teologica, ma che cosa esso prescrive, consente e vieta all’interno della grammatica cultuale d’Israele.
La domanda più difficile non è se l’Antico Testamento conosca sacrifici «per il peccato». Li conosce eccome. La questione è quale peccato sia ritualmente trattabile, a quali condizioni, con quali mediazioni e con quali limiti. In altre parole: il sistema sacerdotale prevede espiazione per peccati involontari? Sì, in modo strutturale. Prevede forme rituali per colpe consapevoli? In alcuni casi, purché la colpa diventi riparabile attraverso confessione, restituzione e risarcimento. Prevede un sacrificio ordinario per la ribellione deliberata, provocatoria, compiuta «con mano alzata»? Qui i testi introducono un limite netto, che non può essere dissolto in una teologia generica del perdono.
Il sacrificio nel mondo biblico: rito, dono, comunione, espiazione
Mi è capitato molte volte, durante sessioni di insegnamento, di porre la seguente domanda ai miei studenti: a cosa servivano i sacrifici prescritti nella Bibbia? La risposta che ricevevo, quasi per riflesso, è sempre stata la stessa: per l’espiazione dei peccati. Questo è quello che “si sa” dei sacrifici. Ma nell’Antico Testamento il sacrificio non ha un’unica funzione. Esso può essere dono, tributo, pasto sacro, atto di consacrazione, mezzo di purificazione, gesto di ringraziamento, rito di comunione, forma di riparazione e procedura di espiazione.
Ogni riduzione del sacrificio a una sola logica impoverisce il sistema che gli ruota attorno. Il sacrificio, nella sua configurazione sacerdotale, appartiene a una società nella quale il culto non è un settore separato dalla vita, ma uno spazio ordinatore del rapporto fra comunità, santuario, terra, corpo, tempo e divinità. Félix García López ha giustamente osservato che nel Levitico il culto «affonda le sue radici nella vita» e che dietro riti, leggi e racconti si percepisce una società complessa, stratificata e non sempre facilmente definibile.2
Le culture mesopotamiche, ittite, egiziane, siro-cananee e ugaritiche conoscono offerte alimentari, sacrifici animali, pasti cultuali, riti di purificazione, procedure di consacrazione e pratiche templari complesse.3 Il culto israelitico appartiene a un mondo nel quale il tempio è anche istituzione economica, il rito è azione pubblica, la tavola sacra organizza relazioni sociali, e la divinità è riconosciuta attraverso doni, alimenti, aromi, sangue, gesti e parole.4 Tuttavia il sistema sacerdotale dell’Antico Testamento non è una semplice derivazione meccanica da culture circostanti. La sua specificità emerge dalla centralità della santità di YHWH, dalla purità dello spazio sacro, dal ruolo mediatorio del sacerdote, dalla funzione dell’altare e dall’uso rituale del sangue come principio di vita dato da Dio per l’espiazione (Lev. 17,11).5
Il sacrificio biblico non funziona come magia. Anche quando le prescrizioni sono rispettate, il rito non è concepito come meccanismo autonomo capace di obbligare Dio a fornire un risultato atteso dal fedele. García López insiste sul fatto che i riti non possiedono potere automatico: la restaurazione dell’ordine divino richiede una relazione corretta fra gesto rituale, disposizione del colpevole, confessione e, quando necessario, riparazione.6 Il sacrificio opera dentro una struttura, non al posto della struttura. L’altare, il sacerdote, la vittima, il sangue, la mano dell’offerente e la parola rituale compongono una sintassi sacra nella quale il disordine prodotto dall’impurità o dalla colpa viene trattato in modo differenziato.
Questa sintassi è particolarmente visibile nel Levitico. Il libro non offre una teoria astratta del sacrificio, ma un ordinamento di pratiche. Il rito viene descritto come azione concreta: l’animale è avvicinato, la mano viene posata sulla testa della vittima, il sangue è manipolato, il grasso è bruciato, alcune carni sono mangiate, altre distrutte, il sacerdote compie l’espiazione, l’offerente è reintegrato. Nel sistema sacerdotale, il sacrificio è una procedura regolata.
La struttura di Levitico 1–7
Levitico 1–7 costituisce la sezione normativa fondamentale per comprendere il sistema sacrificale sacerdotale. La sua articolazione è tutt’altro che casuale. La raccolta presenta prima le offerte dal punto di vista dell’offerente (Lev. 1–5), poi le istruzioni rivolte in modo particolare ai sacerdoti (Lev. 6–7). All’interno della prima parte si susseguono l’‘olāh, l’olocausto o sacrificio interamente bruciato (Lev. 1); la minḥāh, l’oblazione vegetale (Lev. 2); lo zebaḥ šelāmîm, il sacrificio di comunione (Lev. 3); il ḥaṭṭā’t, sacrificio per il peccato o, più precisamente in molti casi, sacrificio di purificazione (Lev. 4,1–5,13); e l’’āšām, sacrificio di riparazione o sacrificio per la colpa (Lev. 5,14–26).7
Queste categorie non sono intercambiabili. L’‘olāh non è una forma più intensa di ḥaṭṭā’t; la minḥāh non è un sacrificio minore nel senso teologico del termine; lo šelāmîm non è una semplice offerta conviviale; l’’āšām non è un doppione del ḥaṭṭā’t. Ciascun rito ha un linguaggio proprio, un regime di manipolazione della vittima, un diverso rapporto con il sangue, con l’altare, con il sacerdote, con il consumo delle carni e con la situazione che lo richiede. Innocenzo Cardellini ha mostrato che, se i sacrifici possono essere classificati secondo l’oggetto materiale, l’occasione o la funzione, essi intrecciano sempre sacro, spazio, tempo, storia, evento comunitario e situazione individuale.8
L’‘olāh è caratterizzata dalla combustione totale della vittima sull’altare. L’elemento dominante non è il pasto, poiché l’animale non viene condiviso dall’offerente; ciò che sale verso Dio è l’intera offerta. La minḥāh è dono alimentare, spesso vegetale, che nel Levitico assume una fisionomia tecnica, pur conservando nella lingua biblica un valore più ampio di tributo o dono. Lo zebaḥ šelāmîm implica un banchetto sacro: parti grasse vengono bruciate per YHWH, una parte spetta ai sacerdoti, una parte è consumata dall’offerente e dai suoi. In esso l’idea di comunione è più evidente che in altre forme sacrificali.9
Con il ḥaṭṭā’t e l’’āšām si entra nel campo propriamente espiatorio, ma anche qui occorre evitare generalizzazioni. Il ḥaṭṭā’t riguarda soprattutto peccati commessi per errore, impurità e stati che richiedono purificazione. L’’āšām riguarda colpe che comportano responsabilità, danno e riparazione. Che entrambi possano essere tradotti, in modo generico, come sacrifici «per il peccato» non significa che abbiano la stessa funzione. Il Levitico opera per distinzioni, non per accumulo di sinonimi.
Analisi filologica dei termini principali
La filologia è indispensabile perché la teologia del sacrificio sacerdotale è incorporata nel lessico. Il termine qorbān deriva dalla radice q-r-b, «avvicinarsi», «far avvicinare», e designa ciò che viene presentato o fatto avvicinare all’altare. Non definisce una categoria specifica, ma il gesto generale dell’offerta: un qorbān può essere cruento o incruento, animale o vegetale, espiatorio o non espiatorio.10 La nozione è spaziale prima ancora che concettuale: l’offerta è ciò che entra nel campo del sacro, ciò che viene portato presso il luogo in cui Dio consente l’incontro rituale.
Zebaḥ indica il sacrificio immolato, spesso connesso al pasto sacro. La radice riguarda l’uccisione rituale dell’animale, ma nel lessico cultuale il termine non si esaurisce nell’atto tecnico della macellazione. Esso evoca la dimensione conviviale del rito, la circolazione della carne, il rapporto fra altare, sacerdote e offerente. Quando il Levitico parla di zebaḥ šelāmîm, l’espressione rinvia al campo semantico della pace, dell’integrità, del benessere e della comunione. La traduzione «sacrificio di comunione» è preferibile a «sacrificio pacifico» quando si vuole rendere non solo l’etimologia, ma la funzione rituale: la vittima è condivisa e il banchetto rende visibile un ordine relazionale ristabilito o celebrato.11
‘Olāh deriva dalla radice ‘-l-h, «salire». L’olocausto è «ciò che sale», in quanto il fumo dell’offerta interamente consumata ascende dall’altare. La tradizione italiana parla spesso di «olocausto», ma occorre evitare l’anacronismo emotivo che il termine ha assunto nella modernità. Nel linguaggio cultuale del Levitico, l’‘olāh è il sacrificio totalmente bruciato per YHWH. Minḥāh, invece, significa dono, tributo, offerta; nel Levitico indica specialmente l’offerta vegetale, farina, olio, incenso, focacce, primizie. Nella Bibbia ebraica il termine può tuttavia indicare anche un dono offerto a un superiore o a un sovrano, e non soltanto un’offerta cultuale.
Il termine ḥaṭṭā’t è il più problematico. La radice ḥ-ṭ-’ significa «mancare [il bersaglio]», «fallire», «peccare». Il sostantivo può indicare il peccato, la colpa, l’atto peccaminoso, ma anche la vittima o il sacrificio mediante cui si tratta ritualmente la conseguenza del peccato. Per questo la traduzione «sacrificio per il peccato» è solo parzialmente adeguata. In molti casi, soprattutto nei riti in cui il problema principale è la contaminazione dello spazio sacro, è più preciso parlare di «sacrificio di purificazione». García López osserva che è possibile offrire un ḥaṭṭā’t anche senza una colpa morale in senso stretto, come nel caso della puerpera (Lev. 12,6); ciò conferma che il termine non designa sempre un peccato personale da perdonare, ma anche una condizione da purificare.12
’Āšām appartiene a un’area semantica diversa. Esso indica colpa, responsabilità, stato di colpevolezza, ma anche il sacrificio riparatorio. La sua difficoltà lessicale è attestata già nella traduzione greca, che non riesce sempre a renderlo in modo uniforme. Cardellini ha notato che, nella versione greca, la distinzione fra ḥaṭṭā’t e ’āšām sembra voler distinguere il sacrificio offerto per eliminare gli effetti del peccato dal sacrificio offerto per riparare il danno causato, pur lasciando sussistere ambiguità nel testo ebraico e nella sua ricezione.13 L’’āšām non riguarda dunque soltanto un’interiorità colpevole: esso appartiene alla sfera della responsabilità oggettiva, della restituzione e del risarcimento.
Il verbo kipper, tradizionalmente reso con «espiare», non deve essere tradotto in modo troppo semplice. Può indicare un’azione rituale di espiazione, purgazione, rimozione, copertura o neutralizzazione della colpa e dell’impurità. Il suo oggetto non è sempre la persona. Talvolta il sacerdote «fa espiazione» per il santuario, per l’altare, per il luogo santo, cioè compie una purificazione rituale dello spazio contaminato. La traduzione «espiare» è corretta solo se non viene intesa come sinonimo generico di «perdonare».14
Il lessico dell’errore è altrettanto decisivo. Šegāgāh e l’espressione derivata bišgāgāh designano l’inavvertenza, l’errore, la trasgressione non deliberata. Non indicano necessariamente un gesto privo di conseguenze o una semplice ignoranza innocente. Possono includere negligenza, inconsapevolezza, disattenzione, errore cultuale, violazione involontaria di una norma. Il punto non è soltanto psicologico, ma giuridico e rituale: una trasgressione bišgāgāh produce comunque disordine, anche quando non nasce da ribellione consapevole.
All’estremo opposto sta l’espressione yād rāmāh, «mano alzata», usata in Num. 15,30 per indicare una trasgressione deliberata, arrogante, provocatoria. La mano alzata non è qui il gesto vittorioso dell’Esodo, ma il segno di una sfida. Il peccatore non sbaglia soltanto: disprezza la Parola di YHWH. La triade ‘āwōn, peša‘ e ḥeṭ’ completa il quadro. ‘Āwōn indica iniquità, colpa e talvolta anche la pena o il peso della colpa; peša‘ è trasgressione, ribellione, rottura dell’ordine; ḥeṭ’ è peccato, errore, fallimento del bersaglio. Il sistema sacrificale non tratta queste parole come equivalenti perfetti. Esse descrivono diversi modi in cui l’ordine santo può essere violato.15
Peccati involontari e sacrificio espiatorio
Levitico 4 si apre con una formula programmatica: «Quando qualcuno avrà peccato per errore» (4,2). La categoria fondamentale è bišgāgāh. Il ḥaṭṭā’t riguarda in modo privilegiato il peccato commesso per errore, inavvertenza, inconsapevolezza o negligenza rituale. Il testo distingue il sacerdote che ha ricevuto l’unzione (4,3–12), tutta la comunità d’Israele (4,13–21), un capo (4,22–26) e una persona del popolo (4,27–35). Questa graduazione gerarchica presuppone che la posizione sociale e cultuale del soggetto incida sulla gravità rituale dell’effetto prodotto dalla colpa.16
Occorre precisare con forza un punto spesso frainteso: il valore economico dell’offerta e la sua consistenza materiale (dal pugno di farina fino al bovino) non indicano automaticamente la gravità della colpa. La legislazione sacrificale dell’Antico Testamento mostra una logica più articolata: l’offerta è regolata anche dalla condizione cultuale, sociale ed economica dell’offerente, così che l’accesso all’espiazione rimanga realmente possibile per tutti (Lev. 4,3-35; 5,6-13). In Levitico, infatti, chi non può offrire un capo di bestiame può presentare due tortore o due giovani colombi; qualora anche questa offerta risulti superiore alle sue possibilità, può portare una quantità di fior di farina come sacrificio per il peccato (Lev. 5,7-13). Lo stesso principio compare nella purificazione della partoriente, alla quale è concesso offrire due tortore o due colombi quando non può permettersi un agnello (Lev. 12,6-8), e nella purificazione del lebbroso povero, per il quale la Torah prevede una forma ridotta dell’offerta prescritta (Lev. 14,21-22).
Ne deriva che il sistema sacrificale non costruisce una scala meccanica in cui animale più grande significhi peccato più grave. Un ricco non può banalizzare la propria responsabilità cultuale offrendo ciò che non gli costa nulla; allo stesso tempo, al povero non viene imposto un peso che lo escluderebbe dalla restaurazione davanti a Dio. La Scrittura formula questo principio in termini positivi: ciascuno offre «secondo la benedizione che YHWH, il tuo Dio, ti avrà data» (Deut. 16,17; cfr. Es. 30,15). La medesima logica attraversa anche il Nuovo Testamento, dove il valore dell’offerta è misurato secondo la disponibilità reale dell’offerente: Paolo afferma che «se c’è la prontezza dell’animo, essa è gradita in ragione di quello che uno ha, e non di quello che non ha» (2 Cor. 8,12), e invita ciascuno a mettere da parte «secondo la prosperità concessagli» (1 Cor. 16,2). Anche l’episodio della vedova povera mostra che, nello sguardo di Gesù, il valore dell’offerta non coincide con la sua quantità materiale, bensì con la proporzione tra dono, possibilità e cuore dell’offerente (Mc. 12,41-44; Lc. 21,1-4).
La varietà delle offerte risponde dunque a una logica di giustizia cultuale e di misericordia sociale. Se per un determinato peccato fosse ammesso soltanto un bue, una capra o un agnello, chi non possiede tali beni resterebbe escluso dalla possibilità dell’espiazione. La Torah evita proprio questa distorsione: l’espiazione non diventa privilegio dei benestanti, e la povertà non diventa ostacolo insuperabile alla riconciliazione con Dio (Lev. 5,7-13; 14,21-22).
Il peccato del sacerdote unto è particolarmente grave perché coinvolge colui che media il rapporto fra popolo e santuario. Il sangue della vittima viene portato all’interno e applicato in modo più solenne. Il peccato della comunità produce un effetto collettivo e richiede un rito proporzionato. Il peccato del capo è trattato diversamente da quello del singolo individuo, ma anch’esso necessita di espiazione. Nel caso della persona comune, la vittima può essere una capra o una pecora femmina; nei casi di povertà sono previste offerte proporzionate alla condizione economica dell’offerente (Lev. 5,7–13). Il sistema non ignora la disuguaglianza sociale, ma la integra nel rito senza annullare l’obbligo di purificazione.
Il principio biblico può essere formulato con maggiore precisione in questi termini: l’offerta a Dio appartiene alla sfera del dovere sacro, mentre la quantità dell’offerta è regolata dalla reale possibilità dell’offerente. La Scrittura non presenta l’offerta come un gesto affidato alla semplice oscillazione del sentimento religioso, quasi che il credente possa scegliere se partecipare o meno alla responsabilità cultuale e comunitaria. L’Antico Testamento presuppone che l’uomo si presenti davanti a Dio con un’offerta, e stabilisce al tempo stesso che tale offerta sia proporzionata alla condizione concreta di chi la presenta (Es. 23,15; 34,20; Deut. 16,16-17). La norma fondamentale è espressa con chiarezza: ciascuno offre «secondo la benedizione che YHWH, il tuo Dio, ti avrà data» (Deut. 16,17). L’obbligatorietà riguarda dunque il principio dell’offrire; la proporzione riguarda il quanto offrire.
L’apostolo Paolo mantiene la medesima logica: la contribuzione deve essere preparata, intenzionale, proporzionata e priva di costrizione esterna, «in ragione di quello che uno ha, e non di quello che non ha» (1 Cor. 16,2; 2 Cor. 8,12; 9,7). La libertà paolina riguarda la generosità consapevole e la misura concreta del dono; non trasforma l’offerta in un atto facoltativo dipendente dall’umore del momento.
Per questo è improprio affermare, soprattutto in certi contesti cristiani moderni, che l’offerta comunitaria non sia più un dovere e che debba essere data soltanto «se uno se la sente». Il Nuovo Testamento sostituiscono il sistema sacrificale templare con una prassi comunitaria di sostegno, condivisione e servizio, ma non dissolvono il principio dell’offerta. I credenti condividono i beni per sostenere i bisognosi (At. 2,44-45; 4,32-35), provvedono a chi insegna la Parola (Gal. 6,6; 1 Tim. 5,17-18), partecipano alle necessità dei santi (Rom. 12,13; 15,26-27), e offrono a Dio mediante la beneficenza e la comunione fraterna, definite «sacrifici» graditi a Dio (Eb. 13,16; Flp. 4,18).
La questione biblica, dunque, non è se offrire oppure no, bensì come offrire rettamente. L’offerta deve essere reale, responsabile, proporzionata, non facoltativa né libera dalla teatralità e dalla coercizione, radicata nella gratitudine e nella giustizia. Nessuno può imporre una cifra identica a tutti come se la comunità fosse soggetta a una tassa cultuale uniforme; allo stesso tempo, nessuno può trasformare la libertà della misura in esenzione dal totale dovere. La Scrittura corregge entrambi gli estremi: l’offerta non deve diventare oppressione economica, e la libertà cristiana non deve diventare pretesto per trascurare un dovere sacro.
La formula conclusiva ricorre con insistenza: il sacerdote farà l’espiazione e il colpevole sarà perdonato (Lev. 4,20.26.31.35; 5,6.10.13). Il perdono, però, non è separabile dall’atto rituale che ristabilisce l’ordine leso. La colpa involontaria non è trattata come irrilevante. Il peccato, anche non deliberato, contamina. Se il peccato macchia la terra e la comunità, a maggior ragione può incidere sul santuario, che è il luogo della presenza divina.17 Il rito non risponde soltanto alla coscienza soggettiva del peccatore; risponde al danno oggettivo prodotto nell’ordine cultuale.
Num. 15,22–29 conferma e amplia questa logica. Il testo distingue la colpa involontaria dell’intera comunità e quella del singolo, precisando che vi è una medesima legge per l’Israelita nativo e per lo straniero residente. La categoria bišgāgāh costituisce il cuore della trattabilità rituale ordinaria del peccato. Il sacrificio non cancella qualsiasi atto umano negativo; opera là dove la colpa può essere ricondotta entro il regime dell’errore, dell’inavvertenza e della restaurazione rituale.
È importante aggiungere che «involontario» non significa sempre «moralmente innocuo». Il sistema sacerdotale conosce responsabilità anche senza intenzione ribelle. Una comunità può sbagliare; un sacerdote può errare; un individuo può violare una norma senza sapere di averlo fatto. Nessuno è impeccabile. La modernità tende a distinguere colpa psicologica e conseguenza sociale; il Levitico pensa invece in termini di ordine santo. L’atto produce effetti e il rito li tratta.
Peccati volontari, colpa riparabile e sacrificio ’āšām
Lev. 5,14-26, corrispondente a 5,14–6,7 in alcune numerazioni, introduce il sacrificio ’āšām e sposta il discorso verso un’area più complessa. Qui non siamo più soltanto davanti al peccato bišgāgāh in senso stretto. Il testo menziona infedeltà nelle cose consacrate a YHWH, violazioni non pienamente conosciute, appropriazione indebita, frode, rapina, estorsione, deposito negato, oggetto trovato e non restituito, falso giuramento. La colpa può coinvolgere il santuario o il prossimo. In entrambi i casi, il sacrificio da solo non basta.18
Il tratto decisivo dell’’āšām è la riparabilità. Chi ha danneggiato le cose consacrate deve restituire il valore, aggiungendo un quinto. Chi ha frodato il prossimo deve restituire il maltolto, anche qui con una maggiorazione, e solo allora presenta il sacrificio di riparazione. La sequenza è fondamentale: riconoscimento della colpa, restituzione, risarcimento e sacrificio. Il rito non sostituisce la giustizia verso il danneggiato. La relazione con Dio non viene sanata scavalcando la relazione con il prossimo.
Questo punto è essenziale per la questione dei peccati volontari. In Lev. 5,20–26, la frode e il falso giuramento difficilmente possono essere ridotti a pura inavvertenza. Il testo entra in una zona nella quale l’atto può essere consapevole e deliberato. Tuttavia esso diventa ritualmente trattabile solo quando il colpevole cessa di sostenere la propria menzogna, riconosce la responsabilità e trasforma la colpa in debito riparato. Il sacrificio non perdona automaticamente il peccato deliberato come tale; sigilla ritualmente un processo di restaurazione che comprende verità, restituzione e compensazione.19 Questo serve per responsabilizzare il torto involontario, in quanto in questi casi anche la persona che non ha effettivamente colpa per qualcosa di involontario è comunque macchiato di colpa secondo lo standard di giustizia della Torah.
L’’āšām mostra così che l’Antico Testamento non contrappone semplicemente «involontario» e «volontario» secondo una psicologia moderna. Vi sono colpe consapevoli che restano trattabili perché sono riparabili. La loro trattabilità non dipende dal fatto che il sacrificio abbia potere illimitato, ma dal fatto che l’offesa può essere reinserita in un ordine giuridico, cultuale e sociale. La frode confessata non è più la frode difesa come sistema di vita; il falso giuramento riconosciuto non è più l’atto di sfida che persiste davanti a YHWH. L’’āšām opera in questo passaggio: dalla colpa trattenuta alla colpa restituita.
Il peccato «con mano alzata» e il limite del sistema sacrificale
Num. 15,30-31 è il testo decisivo per delimitare il sistema. Dopo aver stabilito l’espiazione per la comunità e per il singolo che peccano per errore (15,22–29), il testo introduce il caso opposto: «Ma la persona che agisce con mano alzata», sia essa nativa o straniera, oltraggia YHWH. La sua sorte non è il sacrificio, ma l’esclusione: quella persona sarà eliminata dal mezzo del suo popolo, perché ha disprezzato la Parola di YHWH e ha violato il Suo comandamento. La sua colpa rimane su di lei (15,30–31).
Il contrasto letterario è intenzionale. Da una parte vi è il peccato bišgāgāh, per il quale il sistema prevede sacrificio, espiazione e perdono. Dall’altra vi è la trasgressione beyād rāmāh, «con mano alzata», per la quale non viene prescritto alcun sacrificio. La mano alzata indica presunzione, sfida, ribellione consapevole all’autorità divina. Il peccatore non è semplicemente caduto in errore; ha assunto una postura di opposizione. Per questo il testo usa un linguaggio di disprezzo della Parola divina.
Il verbo ebraico kārat, «tagliare», ricorre nella formula tecnica dell’essere «eliminato» dal popolo. La natura precisa di questa esclusione è discussa: può implicare morte, esclusione comunitaria, punizione divina o una combinazione di questi elementi a seconda dei contesti. Ciò che conta, qui, è il suo valore sistemico. Num. 15 stabilisce che la ribellione deliberata non rientra nel normale circuito di sacrificio, espiazione e perdono. Il sistema conosce peccati riparabili e peccati purificabili; non trasforma l’altare in dispositivo di impunità per chi disprezza apertamente il comandamento.
Questo limite impedisce di parlare del sacrificio biblico come di un meccanismo universale di cancellazione della colpa. La «mano alzata» è precisamente la categoria che mostra il contrario. La trasgressione deliberata, provocatoria e persistente resta fuori dal perimetro ordinario dell’espiazione sacrificale. Non perché l’Antico Testamento ignori la misericordia divina, ma perché il sistema sacerdotale non separa perdono, ordine, santità e responsabilità.
Il Giorno dell’Espiazione e la questione delle colpe collettive
Lev. 16 introduce una tensione significativa. Il Giorno dell’Espiazione, Yom ha-Kippurim, ha una portata più ampia dei riti ordinari. Il sommo sacerdote entra nello spazio più sacro, il sangue viene portato oltre i confini rituali normalmente accessibili, il santuario è purificato dalle impurità dei figli d’Israele, dalle loro trasgressioni e da tutti i loro peccati (16,16). Due capri strutturano il rito: uno «per YHWH», il cui sangue viene usato per la purificazione del santuario; l’altro «per Azazel», sul quale vengono poste le iniquità, le trasgressioni e i peccati del popolo, perché siano portati nel deserto (16,7–22).20
Il linguaggio di Lev. 16 è ampio. Non parla soltanto di errori; include impurità, trasgressioni e peccati. Questa ampiezza ha indotto molti interpreti a vedere nel rito annuale una forma di purificazione totale. L’osservazione è corretta, ma deve essere precisata. Il centro del rito è il santuario. Il problema non è soltanto la coscienza individuale dei peccatori, ma l’accumulo delle impurità e delle colpe che minacciano lo spazio della presenza divina. L’espiazione annuale purifica il luogo santo, la tenda del convegno, l’altare, i sacerdoti e l’assemblea.
Il capro per Azazel rende visibile un’altra dimensione: le colpe vengono caricate simbolicamente e allontanate. Il deserto è lo spazio della rimozione, dell’esterno, del non-ordine. Il rito è una drammaturgia rituale dell’allontanamento. Sangue e capro non svolgono la stessa funzione: il sangue purifica il santuario; il capro porta via le colpe. Il sistema sacerdotale distingue anche qui i mezzi rituali.
Resta però la tensione con Num. 15,30-31. Lev. 16 usa un linguaggio inclusivo; Num. 15 pone un limite rigoroso alla trasgressione «con mano alzata». La soluzione non consiste nel far tacere uno dei due testi. Lev. 16 riguarda la purificazione annuale del santuario e della comunità come corpo cultuale; Num. 15 definisce la responsabilità del soggetto che agisce in ribellione deliberata. Il Giorno dell’Espiazione allarga il raggio della purificazione collettiva, ma non autorizza a concludere che il peccatore provocatorio, mentre persiste nella sua sfida, sia automaticamente reintegrato dal rito annuale. L’Antico Testamento conserva la tensione perché il sistema stesso è complesso.21
Sacrificio, impurità e santità
Una parte rilevante dei sacrifici biblici non riguarda colpe morali. Lev. 12 prescrive un’offerta dopo il parto; Lev. 13–14 tratta malattie cutanee, muffe, infezioni di abiti ed edifici; Lev. 15 disciplina flussi corporei maschili e femminili. In questi casi il problema non è necessariamente un peccato commesso. La puerpera non ha trasgredito; chi è affetto da una condizione cutanea non è automaticamente colpevole; il corpo umano produce stati di impurità senza che ciò implichi in sé una colpa morale.22
La distinzione fra peccato morale e impurità rituale è essenziale. L’impurità rituale non è sinonimo di peccaminosità. Essa è una condizione di incompatibilità temporanea con lo spazio sacro o con determinate forme di partecipazione cultuale. Può derivare dal sangue, dalla nascita, dalla sessualità, dalla morte, dalla malattia, dalla decomposizione, da ciò che mette in questione i confini ordinati della vita. L’impurità non è peccato, ma peccca se, scoprendo la propria impurità, non ci si purifica intenzionalmente. Mary Douglas ha mostrato quanto le nozioni di purezza e contaminazione siano legate a sistemi simbolici di classificazione, confine e ordine.23
Tuttavia nel Levitico peccato e impurità possono convergere negli effetti. Entrambi possono incidere sul santuario. La teologia sacerdotale non separa rigidamente culto ed etica, corpo e comunità, spazio sacro e vita sociale. La santità di YHWH esige che il popolo impari a distinguere, separare, purificare, riparare, reintegrare. García López ha sottolineato che nel Levitico la santità riguarda Dio, ma anche spazio, tempo, azioni, oggetti ed esseri umani; essa è strettamente connessa alla purità, pur senza identificarsi con essa.24
In questa prospettiva, il ḥaṭṭā’t come sacrificio di purificazione è comprensibile anche quando non vi è peccato morale. Il sacrificio tratta uno stato, non sempre una colpa. La purificazione rituale restituisce l’individuo e la comunità a una condizione compatibile con la vicinanza al santo. L’altare non è un tribunale moderno, ma il punto in cui la vita, il sangue, il sacerdote e la parola rituale ricompongono una relazione minacciata dall’impurità o dal peccato.
Critica delle semplificazioni teologiche successive
Affermare che «nell’Antico Testamento ogni peccato veniva perdonato tramite sacrificio» è storicamente e filologicamente scorretto. La formula confonde espiazione, purificazione, riparazione, confessione, restituzione, perdono, esclusione comunitaria e punizione. Confondendo queste categorie, essa produce un Antico Testamento immaginario, più semplice dei testi che pretende di riassumere.
La semplificazione nasce spesso da una lettura retrospettiva nella quale il sacrificio antico viene trattato come prefigurazione di una dottrina successiva dell’espiazione. La lettura storico-critica procede diversamente. Essa riconosce che il sacrificio giudaico antico possiede una propria razionalità, un proprio lessico, una propria prassi e propri limiti. In questo senso la linea metodologica di Mauro Pesce è utile: il sacrificio va indagato prima come pratica giudaica storica, non come materiale grezzo da reinterpretare immediatamente in categorie cristologiche.25
Il sacrificio biblico non è neppure riducibile a «sostituzione penale» nel senso moderno dell’espressione. Vi sono elementi di trasferimento, rappresentanza, sostituzione e rimozione, specialmente nel capro per Azazel e nel linguaggio del ḥaṭṭā’t. Ma il sistema è più ampio: il sangue purifica perché è vita; il sacerdote media perché appartiene all’ordine santo; la restituzione ripara perché il danno ha una dimensione sociale; il santuario viene purificato perché la presenza divina non può coabitare indefinitamente con impurità e ribellione. L’Antico Testamento non offre un unico modello di espiazione, ma una pluralità rituale ordinata.
Ricezione nel Nuovo Testamento
La ricezione del linguaggio sacrificale nel Nuovo Testamento richiede un equilibrio rigoroso. Da un lato, occorre evitare di leggere retroattivamente il sistema levitico come se esso fosse già, in ogni suo dettaglio, una dottrina cristologica formulata in anticipo. Dall’altro, sarebbe altrettanto riduttivo presentare il sacrificio di Gesù Cristo come un semplice sviluppo simbolico, privo di rapporto reale con l’ordinamento cultuale dell’Antico Testamento. La prospettiva apostolica procede in modo più profondo: essa riconosce la consistenza storica, rituale e teologica del sistema sacrificale d’Israele, e proprio a partire da tale consistenza ne individua il limite strutturale, la tensione interna e il compimento messianico. Gesù non abolisce la Torah nel senso di una negazione della sua funzione rivelativa; Egli la porta al suo télos, al suo punto di pienezza e di destinazione (Mt. 5,17; Lc. 24,26-27.44-47; Rom. 10,4).
Questa chiave è indispensabile per evitare un doppio fraintendimento. Il primo consiste nel dire che il Levitico sarebbe stato un sistema inefficace o puramente esteriore. Una simile affermazione non rende giustizia all’Antico Testamento, nel quale il sacrificio è istituzione voluta da Dio, ordinata alla santità del popolo, alla purificazione del santuario, alla riparazione della colpa e alla restaurazione della comunione cultuale (Lev. 1–7; 16; 17,11). Il secondo fraintendimento consiste nel dire che il sistema sacrificale levitico fosse completo in senso definitivo, come se nulla restasse da attendere oltre la ripetizione dei riti prescritti. Il Nuovo Testamento si colloca precisamente tra questi due estremi: il culto levitico è autentico, ma non definitivo; è santo, ma ancora provvisorio; è efficace nel suo ordine rituale, ma incapace di produrre la purificazione ultima della coscienza e l’accesso escatologico e permanente alla presenza di Dio (Eb. 9,8-14; 10,1-4).26
La Lettera agli Ebrei è il testo decisivo in questa rilettura. Il suo argomento non è che i sacrifici levitici fossero falsi, bensì che la loro ripetizione rivelava la loro incompiutezza. «La legge, infatti, possiede solo un’ombra dei beni futuri, non la realtà stessa delle cose» (Eb. 10,1). La ripetizione annuale e quotidiana dei sacrifici mostra che essi non conducevano l’offerente a una perfezione definitiva; se lo avessero fatto, osserva l’autore, avrebbero cessato di essere offerti (10,1-2). La frase «è impossibile che il sangue di tori e di capri tolga i peccati» (10,4) non va intesa come disprezzo del culto d’Israele, ma come distinzione tra purificazione rituale e rimozione escatologica del peccato. Il sangue animale purifica cultualmente, secondo la logica del santuario terreno; il sangue del Messia purifica la coscienza, apre l’accesso al santuario celeste e fonda una mediazione definitiva (9,11-15.23-28; 10,19-22).27
In questa prospettiva, il sacrificio di Gesù colma proprio ciò che nel sistema levitico restava aperto. Il ḥaṭṭā’t trattava soprattutto l’errore, l’inavvertenza e l’impurità; l’āšām affrontava colpe riparabili mediante restituzione e compensazione; il Giorno dell’Espiazione purificava annualmente il santuario e il popolo, senza trasformare tale rito in accesso definitivo e permanente alla presenza divina. La trasgressione compiuta «con mano alzata», invece, restava fuori dal circuito ordinario dell’espiazione sacrificale (Num. 15,30-31). Il Nuovo Testamento annuncia che in Gesù Dio interviene precisamente là dove il sistema rituale mostra il proprio limite: Egli prende su di sé il peccato, l’impurità, la colpa, la maledizione e l’alienazione dell’uomo, aprendo una via di riconciliazione che non dipende dalla ripetizione cultuale, ma dall’unicità del Suo atto sacerdotale e sacrificale (Mc. 10,45; Rom. 3,24-26; 5,6-11; 2 Cor. 5,21; Gal. 3,13; Col. 1,20-22; 1 Pt. 2,24; 3,18).28
Il punto appare con particolare forza nel discorso paolino di Antiochia di Pisidia: «Vi sia dunque noto, fratelli, che per mezzo di Lui vi è annunciato il perdono dei peccati; e, per mezzo di Lui, chiunque crede è giustificato di tutte le cose, delle quali voi non avete potuto essere giustificati mediante la legge di Mosè» (At. 13,38-39). Qui la riflessione apostolica non cancella la Torah; ne riconosce il perimetro. Vi sono realtà che la legge cultuale poteva trattare in modo rituale, giuridico e comunitario, e vi sono realtà che richiedevano un intervento più radicale. Il perdono messianico non è una semplice estensione quantitativa dell’espiazione levitica, quasi un sacrificio più grande aggiunto alla serie dei sacrifici antichi; è un salto qualitativo, perché introduce una giustificazione che raggiunge l’uomo nel punto in cui il sistema precedente non poteva condurlo alla pienezza.
Anche i racconti evangelici presuppongono questa continuità dinamica. Gesù non si presenta come oppositore arbitrario del Tempio o della Torah. Dopo la guarigione del lebbroso, Egli comanda di mostrarsi al sacerdote e di offrire «quello che Mosè ha prescritto» (Mc. 1,44; Mt. 8,4; Lc. 5,14), riconoscendo il valore del sistema di purificazione previsto dal Levitico (Lev. 14). Allo stesso tempo, però, la Sua autorità introduce una realtà più profonda: Egli perdona i peccati con autorità propria (Mc. 2,5-12), interpreta lo Shabbat con sovranità messianica (Mc. 2,27-28), annuncia una purificazione che raggiunge il cuore (Mc. 7,14-23) e parla della propria morte come dono vicario: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la Sua vita come prezzo di riscatto per molti» (Mc. 10,45).
Nei racconti dell’ultima cena, il linguaggio dell’alleanza e del sangue colloca la morte di Gesù dentro l’orizzonte cultuale e pattizio dell’Antico Testamento: «Questo è il Mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti, per il perdono dei peccati» (Mt. 26,28; cfr. Mc. 14,24; Lc. 22,20; Es. 24,8; Ger. 31,31-34).
La tradizione giovannea sviluppa la stessa linea con un linguaggio fortemente simbolico. Gesù è indicato come «l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo» (Giov. 1,29), e la Sua morte è narrata in rapporto alla Pasqua, fino al dettaglio secondo cui nessun osso gli viene spezzato (Giov. 19,36; cfr. Es. 12,46; Num. 9,12). Tale rilettura non riduce Gesù al solo agnello pasquale, perché il Suo sacrificio raccoglie più registri: Pasqua, espiazione, alleanza, purificazione, dono di vita, vittoria sul male. 1 Giovanni parlerà del Suo sangue che «ci purifica da ogni peccato» (1 Giov. 1,7), e di Lui come «propiziazione per i nostri peccati» e per quelli del mondo intero (2,2; 4,10). Il linguaggio è cultuale, ma la portata è universale ed escatologica.
Paolo articola questa ricezione in forma teologica. In Romani, Dio ha prestabilito Gesù come hilastērion, termine che richiama il luogo e il mezzo dell’espiazione, con un evidente orizzonte cultuale (Rom. 3,24-26). In 1 Corinzi, il Messia è detto «la nostra Pasqua» immolata per noi (1 Cor. 5,7). In Efesini, la Sua morte è «offerta e sacrificio a Dio, quale profumo di odore soave» (Ef. 5,2), linguaggio che richiama la formula levitica dell’offerta gradita. In 2 Corinzi, la riconciliazione è fondata sull’atto paradossale di Dio, che «ha fatto essere peccato per noi Colui che non ha conosciuto peccato» (2 Cor. 5,21).
In Galati, il Messia assume la maledizione della Torah per riscattare coloro che ne erano sotto la condanna (Gal. 3,13). Questi testi mostrano che la morte di Gesù viene letta attraverso una costellazione di immagini: sacrificio, espiazione, Pasqua, riscatto, riconciliazione, giustificazione, nuova creazione. L’unità non sta in una formula sola, ma nell’evento salvifico della croce e della risurrezione.29
La Lettera agli Ebrei offre la sintesi più alta: Gesù è insieme sacerdote, vittima e mediatore. Nel culto levitico il sacerdote offre una vittima distinta da sé; nel Messia, invece, il sacerdote offre se stesso (Eb. 7,26-28; 9,14; 9,26; 10,10). Il culto antico è ripetuto; il sacrificio del Messia è compiuto «una volta per sempre» (Eb. 7,27; 9,12; 10,10). Il santuario terreno è figura; il Messia entra nel santuario celeste (Eb. 8,1-5; 9,11-12.24).
Il sangue animale purifica la carne; il sangue del Messia purifica la coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente (Eb. 9,13-14). Il sommo sacerdote antico entra una volta l’anno nel luogo santissimo; Gesù apre ai credenti una «via nuova e vivente» (Eb. 10,19-22). Il compimento, dunque, non consiste nel dire che il sacrificio levitico non avesse alcun valore; consiste nel riconoscere che esso era orientato verso una realtà più piena, nella quale ciò che era frammentario, ripetuto e rituale viene assunto in un atto unico, personale e definitivo.
Questa prospettiva consente anche di comprendere perché il Nuovo Testamento continua a usare linguaggio sacrificale per la vita dei credenti, pur non ripristinando il sistema templare. I discepoli sono chiamati a presentare i loro corpi «in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio» (Rom. 12,1); la fede e il servizio apostolico possono essere descritti come libagione e offerta (Flp. 2,17); il sostegno materiale dato all’apostolo è «un profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Flp. 4,18); la beneficenza e la comunione fraterna sono sacrifici dei quali Dio si compiace (Eb. 13,16); la comunità messianica è un «sacerdozio santo» chiamato a offrire «sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt. 2,5). Il sacrificio, quindi, non scompare dall’orizzonte apostolico; viene trasfigurato a partire dal sacrificio definitivo del Messia.
In tal modo la ricezione apostolica permette di formulare con precisione la relazione tra Levitico e Messia. Il sistema sacrificale veterotestamentario è completo come ordinamento cultuale dato a Israele per regolare santità, impurità, colpa, riparazione ed espiazione all’interno del santuario terreno. Esso è incompleto in senso escatologico, perché non elimina definitivamente il peccato, non perfeziona la coscienza, non apre in modo permanente l’accesso alla presenza divina, non fornisce un rimedio ordinario alla ribellione deliberata e non porta a compimento la promessa della nuova alleanza (Ger. 31,31-34; Ez. 36,25-27; Eb. 8,6-13; 10,15-18).
Il sacrificio di Cristo colma questa incompiutezza non come negazione del sistema levitico, ma come suo adempimento messianico: ciò che nel culto era ripetuto diventa definitivo; ciò che era esterno raggiunge la coscienza; ciò che era limitato a Israele si apre alle nazioni; ciò che purificava il santuario terreno introduce nel santuario celeste; e ciò che trattava l’errore, l’impurità e la colpa riparabile trova nella croce la risposta divina al peccato nella sua radice più profonda.
Il libro dell’Apocalisse chiude idealmente questa traiettoria. Il Messia glorificato è l’Agnello immolato e vivente, Colui che ha riscattato per Dio uomini «di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» mediante il Suo sangue (Ap. 5,6-10). I redenti hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello (7,14), vincono l’accusatore «a causa del sangue dell’Agnello» (12,11), e la città escatologica non ha più Tempio, perché «il Signore Dio onnipotente e l’Agnello sono il suo Tempio» (21,22). Qui la logica del compimento raggiunge la sua forma ultima: il sacrificio non è più rito da ripetere, ma evento pasquale e regale che fonda la nuova creazione.
Perciò l’articolazione storico-critica del sistema levitico non indebolisce la lettura cristologica; la rende più solida. Solo quando si comprende che il Levitico distingue tra peccato involontario, impurità rituale, colpa riparabile e ribellione deliberata, si comprende anche la portata della confessione apostolica: il sacrificio del Messia non è un generico «sacrificio per il peccato», modellato superficialmente sul culto antico, ma l’atto nel quale Dio affronta la totalità della condizione umana davanti alla Sua santità. Il sistema levitico custodiva il rapporto tra Dio santo e popolo contaminabile; il sacrificio di Cristo porta quel rapporto alla sua pienezza, perché introduce una purificazione più profonda, una mediazione più alta e una riconciliazione definitiva.
Conclusione
Il sistema sacrificale biblico non cancella indistintamente ogni colpa. La sua grandezza storica e teologica sta proprio nel contrario: esso ordina il rapporto fra santità divina, fragilità umana, impurità rituale, responsabilità morale, danno sociale, riparazione e riconciliazione. La sua logica non è quella di un condono generalizzato, ma quella di un discernimento rituale.
I sacrifici per il peccato riguardano primariamente l’errore, l’inavvertenza e l’impurità. Essi riconoscono che anche ciò che non nasce da ribellione deliberata può compromettere l’ordine santo. Alcune colpe volontarie possono essere affrontate, ma solo quando cessano di essere pura volontà di violazione e diventano colpe confessate, restituite, risarcite e ritualmente riparate. La frode non è assolta perché un animale viene sacrificato; viene trattata quando la verità è ristabilita e il danno è riparato.
Davanti al peccato «con mano alzata», il sistema si arresta. Num. 15,30-31 impedisce ogni lettura totalizzante del sacrificio. L’altare non è costruito per proteggere la ribellione, né il sangue rituale è un solvente universale della responsabilità. L’Antico Testamento conosce espiazione, purificazione e riparazione; conosce anche il limite oltre il quale la trasgressione non può essere ricondotta al rito ordinario senza negare la santità stessa che il rito deve custodire.
- Pesce, M., Da Gesù al cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2011, pp. 85-120. ↩︎
- García López, F., Il Pentateuco, Paideia Editrice, Brescia 2004, pp. 177-181. ↩︎
- Pritchard, J.B. (a cura di), Ancient Near Eastern Texts Relating to the Old Testament, Princeton University Press, Princeton 1969. ↩︎
- Liverani, M., Antico Oriente. Storia società economia, Laterza, Roma-Bari 2011. ↩︎
- Cardellini, I., «I sacrifici in Lv 1-7. Una sintesi di teologia storico-biblica», in Borgonovo, G. e collaboratori, Torah e storiografie dell’Antico Testamento, ELLEDICI, Leumann (Torino) 2012, pp. 721-724. ↩︎
- García López, Il Pentateuco, cit., pp. 182-183. ↩︎
- Borgonovo, G. e collaboratori, Torah e storiografie dell’Antico Testamento, ELLEDICI, Leumann (Torino) 2012, pp. 250-251. ↩︎
- Cardellini, cit., pp. 695-729. ↩︎
- García López, Il Pentateuco, cit., pp. 184-186. ↩︎
- Brown, F., Driver, S.R., Briggs, C.A., The Enhanced Brown-Driver-Briggs Hebrew and English Lexicon, Logos Research Systems, Oak Harbor 2000. ↩︎
- García López, Il Pentateuco, cit., pp. 185-186. ↩︎
- Ivi, pp. 186-187. ↩︎
- Cardellini, cit., pp. 708-710. ↩︎
- Levine, B.A., In the Presence of the Lord. A Study of Cult and Some Cultic Terms in Ancient Israel, Brill, Leiden 1974. ↩︎
- Cardellini, cit., pp. 88-112, 158-204. ↩︎
- García López, Il Pentateuco, cit., pp. 186-188. ↩︎
- Milgrom, J., Leviticus 1-16. A New Translation with Introduction and Commentary, Doubleday, New York 1991. ↩︎
- García López, Il Pentateuco, cit., pp. 187-188. ↩︎
- Cardellini, cit., pp. 158-204. ↩︎
- Deiana, G., Il giorno dell’espiazione. Il kippur nella tradizione biblica, EDB, Bologna 1994. ↩︎
- Milgrom, Leviticus 1-16, cit. ↩︎
- García López, Il Pentateuco, cit., pp. 195-201. ↩︎
- Douglas, M., Purezza e pericolo. Un’analisi dei concetti di contaminazione e tabù, Il Mulino, Bologna 1993. ↩︎
- García López, Il Pentateuco, cit., pp. 179-181. ↩︎
- Pesce, Da Gesù al cristianesimo, cit., pp. 85-120. ↩︎
- Destro, A., Pesce, M., «Il rito ebraico di Kippur: il sangue nel tempio, il peccato nel deserto», in Galli, G. (a cura di), Interpretazione e Perdono. Atti del Dodicesimo Colloquio sull’interpretazione, Marietti, Genova 1992, pp. 47-73. ↩︎
- Destro, A., Pesce, M., «La normatività del Levitico: interpretazioni ebraiche e protocristiane», Annali di Storia dell’Esegesi 13, 1996, pp. 15-37. ↩︎
- Segalla, G., Teologia biblica del Nuovo Testamento. Tra memoria escatologica di Gesù e promessa del futuro regno di Dio, ELLEDICI, Leumann (Torino) 2006. ↩︎
- Hübner, La legge in Paolo, cit. ↩︎
