M. Biglino e «l’Immagine e somiglianza» di Elohìm; un pò di chiarezza. #seconda parte [ki-dmutenu]

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[Ki-dmunu, כדמותנו]: «essere come, assomigliare a […]».

Anche se la radice dāmāh, דמה, viene usata solo ventisei volte nell’Antico Testamento, è comunque una parola molto importante. Ricorre principalmente nella sezione teofanica di Ezechiele (1:5,10,13,16,20,26,28; 10:1,10,21-22) ed è molto spesso in contrapposizione con kemare: «come l’apparenza di […]». Infatti, Ezechiele è molto attento a non dire di aver visto Elohìm (come fece Isaia nella sua profezia, Is 6:1 in quanto l’oggetto o il contenuto della visione di Isaia è Adonay), ma solo di aver visto la Sua somiglianza o la somiglianza dell’entourage che lo circonda ponendo delle similitudini. Tale uso è paragonabile a Dn 10:16 e Ap 1:13; e forse anche in Eb 7:3 (introduzione a Melkitzedek). Tutti i riferimenti a Ezechiele sopra citati si riferiscono a una somiglianza visiva, ma Is 13:4 mostra che la radice dmut può essere utilizzata anche per analogie udibili e similitudini strutturali, nel senso di modello o esempio (2Re 16:10).

Vi sono tuttavia due passi importanti in cui l’uomo si dice essere creato in «rappresentazione e somiglianza di Elohìm» (Gn 1:26; 5:1) e un passaggio dove Adam generò un figlio, Seth, «in sua rappresentanza» (Gn 5:3).

In nessun’altra parte dell’Antico Testamento le parole be-tzalmenu ki-dmuténu appaiono insieme parallelamente in relazione tra loro. In questo caso, come per [tohu va-vohu], si verifica l’endiadi: «che consiste nell’utilizzo di due o più termini coordinati per esprimere un unico concetto». La parola più importante tra le due è certamente tzelém, tuttavia, il redattore biblico per evitare che i suoi lettori contemporanei potessero fraintendere che l’uomo sia una “copia” esatta di Elohìm, anche se in miniatura, ha aggiunto il dmut, che è meno specifico e più astratto. Oltre tutto dmut definisce e limita il significato di tzelém poiché nessuna distinzione è da ricercare tra queste due parole. Sono talmente intercambiabili in Gn 1:26 che vengono usate per la risoluzione di Elohìm quando concepisce l’idea mentale di creare prima e fabbricare materialmente l’uomo dopo. Tuttavia, il vero e proprio atto di creazione dell’uomo avviene con l’uso del termine tzelém e non con dmut ripetuto per ben tre volte (1:27), come se il redattore biblico volesse imprimere all’attenzione del lettore questo importante aspetto. Le due parole sono così ammatassate tra loro che nulla è perduto nel significato anche omettendo dmut.

Inoltre, la Septuaginta traduce il dmut di Gn 5:1 non con il solito homoiosis ma con eikon (immagine, rappresentazione) la controparte greca per tzelém.

Si noti, comunque, che la parola dmuténu contiene al suo interno la radice dām, דמ, «sangue»: nella tradizione mesopotamica degli esseri venuti dal cielo avrebbero creato geneticamente l’uomo con il loro sangue divino. Tuttavia, la Genesi rappresenta in realtà un rifiuto consapevole, categorico e polemico contro l’insegnamento mesopotamico tradizionale, affermando che tzelém specifica la «rappresentanza» divina a cui si riferisce dmut, vale a dire che l’aspetto corporale dell’uomo non ha nulla a che fare con il sangue in sé che scorre nelle sue vene. La parola dmut, piuttosto che diminuire la parola tzelém in realtà la amplifica e ne enfatizza il significato.

L’uomo non è solo un’«immagine», ma un ritratto-immagine, un riflesso (come il Figlio è il riflesso del Padre), una rappresentazione appunto: non è tuttavia semplicemente “rappresentativo”, ma “rappresentazionale”. L’uomo è il visibile che rappresenta corporalmente l’invisibile, l’Elohìm incorporeo (Rm 1:20; Col. 1:16).

Dmut puntualizza che in origine l’uomo era un rappresentante adeguato e fedele del proprio Creatore sulla Terra.

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