L’universo degli antichi secondo Margherta Hack

L’astrofisica più famosa del mondo recentemente scomparsa – Margherita Hack – ci ha regalato un testo che non può mancare nelle nostre biblioteche, o quantomeno nelle librerie degli appassionati del genere “astronomia”. Il titolo di quest’opera è Il lungo racconto dell’origine, dove l’autrice parla dei miti più famosi con cui l’umanità ha spiegato l’universo e tutto ciò che vi è in esso.

Questo “lungo racconto” ha origine dai Sumeri e Babilonesi fino ad arrivare alla scienza contemporanea del XXI secolo. L’autrice fa notare come un tempo gli uomini erano dei grandi scrutatori ed osservatori del cielo, mentre gli astronomi odierni si troverebbero in difficoltà se solo provassimo a chiedergli quale fosse un certo astro, e se lo dice la Hack perché non credergli? Questo avviene perché la tecnologia ha certamente semplificato il lavoro degli astronomi odierni in quanto i telescopi di ultima generazione sono programmati per puntare con un solo click di mouse e tastiera le giuste coordinate e rendere automatica la localizzazione di una determinata stella – con un difetto di una manciata di centimetri! – costellazione o galassia. Mentre una volta bisognava alzare gli occhi al cielo e dire «guarda quant’è bella la cintura di Orione», oggi non occorre scomodarsi più di tanto in quanto sarà un computer a fare tutto il lavoro. Credo proprio che i veri esperti in materia erano gli antichi, sebbene vivevano alla giornata praticando l’agricoltura, degli agricoltori in grado di innalzare gloriose statue e piramidi verso il cielo, in grado di «leggere» i cieli come un libro aperto scritto a caratteri cubitali. Sinceramente, io preferisco loro che gli attuali “esperti”, ben pagati, ma di gran lunga più ignoranti dei nostri antichi padri contadini.

hack_margheritaLa Hack ci parla degli egizi e della loro concezione del cielo. Secondo gli egiziani, le stelle erano letteralmente incollate nella volta celeste, quest’ultima solida come il ghiaccio, dotata quindi di materia solida e non di aria. Gli egiziani credevano di vivere avvolti dentro ad una sfera che di giorno si accendeva e di notte si spegneva dando vita a centinaia di lucciole che noi chiamiamo «stelle». Questa credenza – smentita poi da Eraclide definendoli come «mondi sospesi nell’etere infinito» – rimase fino all’epoca in cui fu redatta la traduzione in greco dell’Antico Testamento ebraico, la Septuaginta.

I 72 scribi ebrei vissuti in Egitto che lavorarono a questa traduzione si lasciarono influenzare e condizionare dalle credenze egizie apprese, tanto da trasmettere nel testo biblico da loro tradotto alcuni “echi” della cosmologia egizia. Questo traspare maggiormente nel racconto della Genesi. Ad esempio, il termine ebraico che viene generalmente e correttamente tradotto con «distesa» [raqìa], gli autori della Septuaginta lo traducevano con «firmamento», che ha per significato «cupola solida». In realtà il redattore della Genesi, Mosè, non voleva intendere la “solidità” di questa volta celeste, ma la sua «estensione» sopra la Terra oltre che al senso di “pressione” che essa imprime: la forza di gravità! Diversi studiosi sostengono invece che Mosè, cresciuto dagli egiziani, avesse voluto trasmettere effettivamente lo stesso significato che i traduttori della Septuaginta (“adottati” anch’essi dagli egiziani) hanno inteso diversi secoli dopo. Tuttavia bisogna smentire questa credenza qui e subito perché un conto è tradurre un testo da una lingua ad un’altra, magari sbagliando come avviene con le nostre traduzioni in lingua italiana, un altro conto è scrivere un testo per diretta ispirazione o dettatura da parte di un Agente Intelligente Superiore, Yahwéh. In questo caso non ci sono “errori” di trasmissione perché in questo caso è stato l’Agente Superiore a suggerire le giuste parole da scrivere.

Questo, tuttavia, è solo un esempio di quanto le filosofie e credenze spossano influenzare la traduzione di un testo da una lingua ad un’altra, come nel caso delle Scritture (ebraiche), dall’ebraico antico al greco ellenistico. Tuttavia, 4000 anni fa, anche i cinesi (epoca Han) credevano che le stelle fossero come «fissate alla sfera celeste», quest’ultima a forma di «uovo».

Tutti noi conosciamo o abbiamo sentito parlare almeno una volta nella vita della narrazione biblica sulla creazione, in cui si dice che «Dio creò i cieli e la terra». Parole simili a resto del racconto biblico le riscontriamo nel Popol Vuh, testo sacro dei Maya. Secondo questo popolo del centroamerica esistevano tre divinità – le principali – artefici della creazione: Tzacol il creatore, Bital il formatore e Tepu il potente. Se facessimo un parallelo tra il mito Maya e l’Elohìm biblico, si possono notare delle corrispondenze, come se tutti i miti degli antichi popoli, escluso nessuno, prendessero spunto da un medesimo e originale racconto di partenza. Anche il Popol Vuh, come le Scritture ebraiche, sostengono che l’era primordiale della Terra prevedeva la totale presenza di acque: «la faccia della terra non si mostrava ancora. C’erano solo il mare calmo e il cielo nella sua estensione» (come citato dalla Hack, pp.116-118). Il Popol Vuh continua il racconto dicendo delle cose interessanti:

«Essi parlarono, si consultarono e, meditando, si misero d’accordo per unire le loro parole e i loro pensieri […] Che si riempia il vuoto! […] Che questa acqua si ritiri e liberi lo spazio, che sorga la terra e che si richiuda, che nasca l’alba nel cielo e sulla terra. Non ci sarà né gloria né grandiosità nella nostra creazione fino a che non nasca l’uomo. Così dissero».

Dunque, la nascita dell’uomo è vista nel Popol Vuh come necessità degli déi per il completamento della creazione stessa. Proprio da come si evince dalle Scritture ebraiche, dove Elohìm, parlando al plurale pone un accento di importanza verso la creazione dell’uomo dicendo: «fabbrichiamo [il] terrestre [secondo] il Nostro modello affinché ci assomigli […]» (Gn 1:26). A quanto pare anche per le Scritture l’uomo fu l’ultimo step della Creazione senza il quale la Creazione stessa sarebbe stata incompleta.

Cambiando luogo geografico ed epoca storica, arriviamo in euro-asia, patria dei primi pensatori, ma anche dei primi speculatori. La Hack ci introduce ad un certo Neckam e del suo testo De naturis rerum libri II e di ciò che si afferma in esso:

«Qualcuno obietterà sul detto del profeta: “Dio ha consolidato la terra sopra le acque”. Da ciò sembrerebbe potersi ritenere che le acque siano inferiori alla terra, mentre Alfragano [astronomo arabo del ix secolo] dice che la sfera delle acque e della terra è unica. Gli interpreti della Scrittura attribuiscono l’espressione del profeta all’uso comune del parlare, come si è soliti dire che Parigi è costruita sulla Senna. Ma la verità è che il paradiso terrestre è superiore alle acque ed è anche superiore alla sfera lunare. Per cui anche se le acque del diluvio non hanno arrecato alcun disturbo al paradiso, Enoch, il figlio primogenito di Caino, che già allora si trovava nel paradiso, non avvertì l’accrescersi delle acque per il diluvio. Invero il mare non si trova ad un livello superiore di quello delle spiagge, come ci insegna la vista. Per cui è da attribuire al volere divino il fatto che il mare non oltrepassi i limiti posti da Dio» (come citato dalla Hack, p.158).

Neckam ci parla del paradiso terrestre (il Gan-Eden) come se fosse stato immune al diluvio e che quindi Enoch, figlio di Caino (da non confondere con l’Enoch della discendenza di Seth, terzo figlio di Adamo), non fu coinvolto nel cataclisma mandato da Yahwéh. In realtà il racconto biblico non dice affatto così; le affermazioni che il Neckam suggerisce sono solo frutto della propria immaginazione. Ma analizziamo insieme queste discrepanze:

  1. In primo luogo, Caino e figlio, compresi i genitori Adamo ed Eva, si trovavano già fuori dal “paradiso” perché mandati via da lì prima ancora che Caino e Abele nascessero.
  2. In secondo luogo, all’ingresso del “paradiso” Elohìm fissò un corpo di guardia impenetrabile per preservare «l’albero delle vite» [etz ha-chayìm] (l’originale ebraico è al plurale assoluto). Da ciò si può asserire, senza nemmeno usare la fantasia, che nel paradiso per come era in origine mai più nessun essere umano ci mise piede, quindi è impossibile che Enoch figlio di Caino fosse lì al momento del diluvio.
  3. In terzo luogo, la Scrittura dice che solo Noè e la sua famiglia si salvarono.
  4. In quarto luogo, quando si narra del diluvio si legge che «le acque s’innalzarono di quindici cubiti ben al di sopra delle montagne» (Gn 7:20), vale a dire che anche la più piccola zolla della terra era completamente immersa dalle acque, talmente alte da superare di 15 cubiti (circa 8 metri e mezzo) le vette delle montagne. Si consideri che l’Ararat, monte dove s’incagliò l’arca la cui vetta più alta delle due esistenti (piccolo Ararat e grande Ararat), raggiunge i 5180 metri di altezza sul livello del mare. Senza considerare l’imponente catena montuosa dell’Himalaya di cui ne fa parte l’Everest (8839 metri di altezza)[1].

Detto questo è chiaro che già i primi pensatori iniziavano a speculare sulle Scritture ebraiche, insegnando cose che non stanno realmente scritte né mai dette. Da secoli, ormai, la Bibbia è oggetto delle più sfrenate e impensabili interpretazioni senza considerare, tuttavia, personaggi come gli attualissimi Biglino, De Angelis, Malanga, Von Daniken e l’ormai scomparso Sitchin. Ma la lista è molto lunga per cui qui mi fermo.

Una volta giunti a sfogliare le pagine in cui si parla dell’epoca odierna, la Hack entra sempre più nel vivo della sua materia, infatti, ad un certo punto, la lettura si fa sempre più pesante e non più scorrevole come prima. Da questa parte di lettura, fortunatamente breve, il testo subisce come una metamorfosi, diventando adatto per un pubblico esperto in materia, con citazioni di terminologie complesse da capire al lettore medio, dove non vengono nemmeno spiegati i loro significati. Insomma, la redazione delle pagine successive prosegue come se la Hack dasse per scontato che il lettore comprenda ciò che sta leggendo; eppure così non è.

Conclusione

Per concludere aggiungo che il testo, nel suo complesso, si presenta davvero piacevole da leggere. Alcune pagine riservano delle novità di cui non si parla mai. A pagina 283 ci viene detto che la fotocamera digitale più potente al mondo è grande quanto un frigorifero e dotata di un sensore da 3,2 miliardi di pixel! Ovviamente usati per la fotografia astronomica. Poi si scopre che il riflettore di un telescopio di ultima generazione può arrivare a costare non meno di 500 mila euro!

Il testo si conclude con la stima di una possibile presenza di vita intelligente nell’universo, viene stimato il calcolo di una possibile esistenza di qualche decina di altre civiltà come la nostra, ma finché non si hanno delle prove con quella «logica rigorosa teorica chiamata scienza» non possiamo avere certezza, eppure la Hack ne sembra sicura. Vagamente la Hack parla di Dio se non dicendo «i credenti dicono che…». L’ateismo dell’autrice si denota dal completo disinteresse nel dare lei stessa una possibilità che l’universo abbia potuto avere origine da un «Agente Intelligente».

Adesso, vorrei spendere queste ultime righe citando alcune parole del professor Antonino Zichichi, Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati, citate alla conferenza del Mercoledì 10 aprile 2013 presso l’Istituto di Cultura Meridionale presieduta dallo storico, saggista e scrittore Alessandro Iovino:

«Come fate voi a dire (rivolgendosi al pubblico ateo) che io devo dimostrare che Dio esiste? Essere non credenti significa rinunciare alla sfera trascendentale della nostra esistenza […] Se non esiste il Trascendente tutto si esaurisce nell’immanente, e se tutto si esaurisce nell’immanente è necessario che la logica rigorosa chiamata “scienza” dovrebbe scoprire che Dio non esiste […] Se un matematico (sarcasticamente riferito a P. Odifreddi, ne sono convinto!)[2] scoprisse il teorema che dimostra l’esistenza di Dio, Dio non sarebbe più Dio, sarebbe solo matematica».

A quest’ultima citazione, Zichichi viene interrotto dagli applausi del pubblico.

il-lungo-racconto-dell-origineNote

[1] Per maggiori approfondimenti sul Diluvio s rimanda il lettore al testo “Il Libro della Genesi – come demolire le presunte contraddizioni del libro delle origini”.

[2] Tra Zichichi e Odifreddi vi sono degli attriti intellettuali. Odifreddi, chiaramente ateo, ha pubblicato un testo che ha per titolo “Zichicche”, dove il matematico commenta tutte le “strampalate” affermazioni di Zichichi. Zichichi a sua volta ha tentato di querelare il matematico, ma senza mai ottenere nulla. Inoltre, Odifreddi ha anche pubblicato un testo – Perché non possiamo essere cristiani – dove l’autore commenta le presunte contraddizioni della Bibbia, permettendosi anche di prendere in giro Gesù sulla famosa questione della «stagione dei fichi». In questa parte del libro Odifreddi si beffa di Cristo perché si arrabbiò con un albero per non avergli permesso di fare colazione. Questo è solo un esempio. Questo testo non rende onore a un matematico come Odifreddi, perché sebbene egli cerca di smentire e ridicolizzare la Bibbia, non usa affatto il metodo scientifico più adatto per farlo, ovvero con i testi originali. Odifreddi si avvale della comodità di confutare la Bibbia attraverso le nostre traduzioni e non attraverso le lingue originali. Per cui, con un metodo scientifico non applicato, il lavoro di Odifreddi crolla fin dal primo rigo. Comunico ai miei più fedeli lettori che sto già lavorando alla confutazione di questo testo, di cui ne sto realizzando un nuovo lavoro editoriale.

Questa recensione è scritta anche su Ciao.it, e si dichiara che il sottoscritto, Daniele Salamone, è l’autore assoluto di questo scritto.