Idolatria | parte #1

Qual è la definizione di idolatria?

Per cominciare questo percorso di studio, sarebbe più che doveroso suggerire la definizione della parola idolatria, e lo faremo direttamente con il vocabolario Treccani.it poiché per onestà intellettuale è lontana da me l’intenzione di assegnare arbitrariamente significati e definizioni alle parole, come fa certa gente:

idolatrìa s. f. [dal lat. tardo idololatrīa e per aplologia idolatrīa, gr. eccles. εἰδωλολατρεία, comp. di εἴδωλον «idolo» e –λατρεία «-latria»]. –
1. Adorazione di un idolo o di idoli: popolazioni che vivono nell’i.; cadere nell’i.; combattere l’idolatria. Nella Bibbia, l’adorazione tributata a immagini di false divinità, e anche qualsiasi culto diverso dalla religione rivelata; nel cristianesimo è considerata idolatria anche l’adorazione dei santi e degli angeli, che devono essere venerati, ma non adorati.
2. estens. Amore sviscerato, devozione senza limiti: ha una vera i. per quella donna; o ammirazione sconfinata, fanatica: l’i. degli sportivi per i loro campioni.

idolatria #1Come appena letto sopra, sebbene la Treccani, a mio avviso molto (ma non del tutto) affidabile, ci suggerisca una semplice, chiara e concisa definizione del termine idolatrìa, commette un errore (voluto?) piuttosto grossolano e bislacco: secondo la stessa, «nel cristianesimo è considerata idolatria anche l’adorazione di santi e degli angeli, che devono essere venerati, ma non adorati». Da ciò decuco che gli autori di questa definizione, se non addirittura la redazione del vocabolario intero, venerano sia i santi che gli angeli, visto che, per definizione (stando al loro dire), «devono essere venerati» e quindi anche loro devono farlo.

Ma vediamo intanto cosa ci dice sempre la stessa Treccani sul verbo venerare:

venerare v. tr. [dal lat. venerari (e anche, raram., venerare attivo), termine del linguaggio religioso, connesso con Venus -nĕris, Venere] (io vènero, ecc.). – Fare oggetto di devozione religiosa, di profondo ossequio, sia nel sentimento sia negli atti esteriori, riferito a tutto ciò che è sacro o che come tale è sentito: v. Dio, la Vergine; v. le reliquie di un santo; la miracolosa immagine che si venera nel nostro santuario; v. la memoria di un defunto; visse fino a tardissima età, amato e venerato da tutti. Si usa talvolta con valore attenuato, per introdurre una contrapposizione: io lo amo e lo venero (o lo rispetto e lo venero), ma in questo non posso proprio essere d’accordo. ◆ Part. pass. venerato, anche come agg., che è oggetto di venerazione: Li occhi [della Vergine] da Dio diletti e venerati (Dante); la venerata immagine della Madonna di Pompei; un venerato santuario; la sua cara e venerata memoria; con senso attenuato: il venerato Maestro; scherz., i miei venerati colleghi.

Secondo il vocabolario, quindi, viene definita «sacra» persino la «reliquia» di un “santo” che di conseguenza se ne venera la memoria del «defunto». Inoltre, anche un’«immagine» può essere «miracolosa», per di più «la venerata immagine della Madonna». Insomma, la definizione di venerare è una definizione che di per se esprime già l’idolatria. Venerare non sarebbe come «adorare», visto che venerare è un «dovere» farlo, mentre «adorare» santi e angeli non è lecito farlo. Eppure, il dizionario di Google ci suggerisce quest’altra definizione che non necessita di ulteriori approfondimenti:

Venerare: Dal lat. venerari, der. di Venus -ĕris ‘Venere’; propr. “adorare gli dei” •sec. XIII. – Fare oggetto di devozione religiosa, adorare.

Quindi, venerare e adorare vengono definiti come sinonimi! Di conseguenza quei «santi e angeli, che devono essere venerati, ma non adorati» in realtà vengono adorati eccome! E sicuramente lo staff di Google non è di tendenza protestante o anticattolica, ma definisce ciò che realmente vuole significare il verbo venerare. Un vocabolario di stampo cattolico darà sempre dei suggerimenti intrisi dei dogmi cattolicheggianti, in modo che se il vocabolario dice così (e stiamo parlando di un dizionario che ha un grande prestigio, un nome) allora così dev’essere! Falso! (vedi articolo correlato) Le definizioni alle parole le hanno inventate e assegnate gli uomini, e sempre gli uomini le raggirano come meglio credono (un pò come nella politica si fa con le leggi).

Anzitutto, dal punto di vista scritturale, non vi è traccia alcuna di una qualche forma di «venerazione» verso i santi né verso gli angeli. Prima di ogni cosa, i santi ai quali si riferiscono le Scritture, in particolar modo nel Nuovo Testamento, sono i «credenti» delle varie ekklesie cristiane locali in Israele, e poi anche a quelli dell’Asia minore verso le quali l’Apostolo Paolo inviava delle lettere di incoraggiamento, riprensione e istruzioni gestionali/amministrative. Paolo, rivolgendosi ai credenti delle varie chiese locali della Grecia, li istruiva sulle modalità comportamentali e condotta in determinate circostanze poiché essendo ancora credenti novizi necessitavano di apprendere l’innovativo insegnamento di Cristo che si differiva da ogni altra forma e tipologia di insegnamento e tradizione pagana. Come il lettore ben saprà, la Grecia dell’epoca di Cristo era nel pieno fervore ellenistico, tanto da coinvolgere persino la Giudea e tutta Israele in generale. I Greci, come i Romani, erano soliti adorare i Theoi (déi/divinità), quindi erano politeisti. Questi nuovi credenti in Cristo necessitavano quindi di essere istruiti al culto verso l’unico e vero Dio e sulle varie usanze etiche e morali circa i rapporti coniugali, sull’abbigliamento, sul rispetto e sui comportamenti sia allinterno che all’esterno della comunità cristiana. La Bibbia, quindi, quando si rivolge ai «santi» non parla dei santi uomini e donne defunti di cui possiamo trovare i loro nomi nei nostri calendari. Anzi, non tutti questi “santi” uomini e donne che troviamo nel calendario erano ancora nati e non c’era nemmeno l’usanza di avere un calendario scritto coi loro nomi per festeggiare l’antibiblico e cosiddetto onomastico. Questo dal fatto che all’inerno del primitivo cristianesimo, la preghiera e la venerazione agli uomini era (ed è tutt’oggi) proibita, parimenti la preghiera e la venerazione rivolta ai defunti, santi o non santi che siano. Queste pratiche venivano espressamente vietate già secoli prima dalle pagine anticotestamentarie. Quindi, la Treccani sbaglia doppiamente affermando che i «santi e gli angeli devono essere venerati». Da nessuna parte, al di fuori dei precetti umani del Catechismo e dottrina cattolica, si legge che sia un dovere («devono») venerare «santi e angeli» quando la Scrittura non dice nulla in merito. Sempre la Treccani fà invece un’affermazione accettabile (senza saperlo) quando dice «ma non adorati», perché tale affermazione va in armonia con Ap 19:10 e 22:9 quando Giovanni, trovandosi d’innanzi all’angelo si prostra e lo adora, ma l’angelo ripete per ben due volte un’affermazione che dovrebbe far riflettere il cattolico-religioso più convinto:

«Io [Giovanni] mi prostrai ai suoi piedi [dell’angelo] per adorarlo. Ma egli mi disse: “Guàrdati dal farlo. Io sono un servo come te e come i tuoi fratelli che custodiscono la testimonianza di Gesù: adora Dio! Perché la testimonianza di Gesù è lo Spirito della Profezia» Ap 19:10

«Ma egli [l’angelo a Giovanni] mi disse: “Guàrdati dal farlo; io sono un servo come te e come i tuoi fratelli, i Profeti, e come quelli che custodiscono le parole di questo Libro. Adora Dio!» Ap 22:9

Nel primo caso, Giovanni, preso dall’entusiamo e timore della visione di quell’angelo, si prostra d’innanzi ad esso per adorarlo. Senza indugio, l’angelo cerca di farlo ragionare un attimo, invitandolo a rialzarsi e a non sprecare “adorazioni” all’infuori dell’adorazione verso Dio, perché un angelo non detiene né il diritto né l’autorità di essere né adorato né venerato in quanto è «un servo» e «custode» della testimonianza di Cristo e delle parole del «Libro» come un essere umano. In fondo, qualunque forma di creatura, non ha diritto a ricevere né adorazione né venerazione se non solo il Creatore. Eppure, nonostante questa scritturale e inequivocabile dichirazione dell’angelo stesso che non può e non deve essere ignorata, il religioso medio è spesso e volentieri inginocchiato nemmeno verso un vero angelo (ma ciò non lo giustificherebbe), ma d’innanzi a statue di marmo che non odono, non parlano e soprattutto non sono in grado di ascoltare né di fare miracoli. Se il cattolico si attenesse scrupolosamente allo stesso invito dell’angelo, non sarebbe più un semplice cattolico (cioè un idolatra), ma un vero credente (i veri credenti non hanno etichette, non seguono il religiosismo, ma si attengono alla Scrittura).

Il secondo caso è il più eclatante! La Scrittura dice che «anche se noi [gli Apostoli] o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema» (Gal 1:8; cfr. 1:9 e 2Cor 11:4). In questo secondo caso, e ribadisco il più eclatante, nonostante l’angelo abbia invitato già una prima volta Giovanni a non prostrarsi d’innanzi a lui, Giovanni lo fa un’altra volta! «L’angelo dal cielo» che stava parlando con Giovanni non predicò nessun «vangelo diverso», anzi lo invitò per la seconda volta a non fare ciò che non doveva essere fatto, non in quella circostanza, ma in ogni circostanza. Gli angeli non vanno né adorati né venerati. Questo dovrebbe far riflettere molto. Infatti, nonostante un «angelo dal cielo» gli abbia detto una cosa giusta (e non un «vangelo diverso») per ben due volte, Giovanni è ricaduto nello stesso errore, ha commesso nuovamente lo stesso sbaglio; a quanto pare nemmeno un angelo sarebbe in grado di convincere l’uomo a riparare i propri errori, perché è nell’indole umana commettere errori. Se mai gli uomini sono più propensi a dare ascolto a ciò che è sbagliato e sebbene un angelo dalle buone intenzioni fosse disposto a far riflettere in modo giusto e secondo «il Vangelo di Cristo», l’uomo non lo ascolterebbe comunque. La Scrittura non dice di «non ascoltare gli angeli» nel caso in cui essi si presentassero a noi (in molti casi possono essere anche ospitati in casa senza che noi ce ne rendiamo conto) perché non viene esclusa la possibilità che persino un «angelo dal cielo» possa presentarsi agli uomini suggerendo a loro degli insegnamenti diversi, «un vangelo diverso» da quello insegnato dagli Apostoli ed Evangelisti neotestamentari. Oggi, se un vero angelo si presentasse d’innanzi a un cattolico medio dicendogli «stai sbagliando, adora Dio!», il cattolico si farebbe cogliere dal momento e ascolta le sue parole, ma poco dopo se ne dimentica e ritornerà nuovamente a sbagliare perché l’idolatria fa ormai parte del suo dna spirituale sporco che solo tramite una “trasfusione” del sangue puro di Cristo, dotato di un dna spirituale perfetto, è in grado di depurare. Finché ci si prostra d’innanzi a statue o angeli veri e propri (qualunque possa essere l’intenzione: adorazione, venerazione, preghiera), il sangue del credente rimane sporco, infetto, impuro, malato; anche Satana e i suoi demoni credono in Dio e tremano d’innanzi a Lui. Ciò non significa che il loro dna spirituale sia puro, non basta credere e basta, ma occorre essere soprattutto veri (c)redenti!

L’esempio di Giovanni trasmette un messaggio attualissimo e reale: rispecchia alla perfezione la personalità del religioso medio che nonostante un angelo gli si presenti davanti per dirgli cosa fare o non fare, lui farebbe sempre e comunque l’esatto contrario di ciò che è stato invitato a fare o non fare: «Adora Dio» dice l’angelo, ma poi l’uomo ritorna ad «adorare l’angelo».

Detto questo, nel gergo biblico-religioso, un idolo è quel qualcosa qualsiasi (qqq = 666… che strana “coincidenza”) che viene sostituito al culto verso il vero Dio. La forma più diffusa di idolatria nei tempi biblici era il culto delle immagini e statue che venivano considerate come una sorta di incarnazione e antropomorfizzazione delle varie divinità pagane che rappresentavano le condizioni atmosferiche, i sentimenti, le arti, gli astri, i pianeti, etc. (vedi La Bibbia non è un mito).

Fin dall’inizio della formazione del “popolo eletto”, l’alleanza di Dio con Israele è sempre stata basata sul culto esclusivo verso Lui soltanto (Es 20:3-5; Dt 5:7). Gli Israeliti non dovevano nemmeno menzionare i nomi degli elohìm mesopotamici (Es 23:13) perché farlo avrebbe significato riconoscere una loro presunta esistenza ed efficacia dando credito al loro potere e influenza sul popolo stesso. Agli Israeliti era persino proibito “sposarsi” con altre culture che abbracciavano il culto verso le false divinità mesopotamiche, poiché Yahwéh sapeva che questo avrebbe portato a seri compromessi, in primis la sua “gelosia”.

Il Profeta Osea utilizza l’idioma adulterio come metafora per descrivere la continua rincorsa degli Israeliti dietro ad altri déi, un pò come una moglie infedele che tradisce il marito va dietro, spesso e volentieri, ad altri uomini per prostituirsi con loro. La storia d’Israele è una triste cronaca di: idolatria, punizione, restauro, perdono e di un nuovo ritorno all’idolatria. I libri di 1-2Samuele, 1-2Re e 1-2Cronache rivelano questo modello autodistruttivo degli Israeliti. I Profeti dell’Antico Testamento profetizzarono fino allo sfinimento terribili conseguenze qualora gli Israeliti avessero continuato ad inseguire l’idolatria. Per lo più, sono stati ignorati da Dio, gli ha fatto fare ciò che volevano finché non fu troppo tardi e la Sua ira si riverso contro l’idolatria che si era diffusa su tutta la nazione. Ma Dio è misericordioso, e non mancò mai di perdonarli nei casi in cui si fossero pentiti chiedendo il Suo perdono.

In realtà, gli idoli sono blocchi impotenti di pietra o legno, e il loro potere esiste solo nelle menti dei fedeli, dotate per lo più di una grande e patologica autosuggestione. L’idolo dell’eloah Dagon è stato distrutto per ben due volte da Yahwéh per mostrare ai Filistei (che avevano appena rubato l’arca dell’Alleanza introducendola nel tempio di Dagon) solo chi era veramente Dio e chi no (1Sam 5:1-5). La “competizione” tra Dio insieme al Suo Profeta Elia e i 450 profeti di Baal sul Monte Carmelo è un drammatico esempio del potere del vero Dio d’innanzi all’impotenza delle false divinità (1Re 18:19-40). La testimonianza della Scrittura è che Dio solo è degno di adorazione. L’idolatria deruba Dio della gloria e dell’onore che sono giustamente Suoi, e questo è un qualcosa che Egli non tollera (Is 42:8). Il comandamento “non rubare” viene infranto anche in questa circostanza: derubare Dio in primis.

Ancora oggi ci sono religioni che si prostrano davanti a statue e icone, una pratica vietata dalla Parola di Dio, non dai protestanti o dagli anticattolici. Il primo appello di Dio contro questa pratica si riflette perfettamente nel primo dei veri Dieci Comandamenti (non quelli modificati dalla religione ufficiale), riferendosi all’idolatria. Vi propongo di seguito la traduzione letterale di Es 20:3-5 secondo il Testo Masoretico della Biblia Hebraica Stuttgartensia. Ho suddiviso le parole in colori affinché il lettore possa individuare con facilità ogni parola nel Testo ebraico, traslitterazione e traduzione letterale:

 לֹֽ֣א יִהְיֶֽה־לְךָ֛֩ אֱלֹהִ֥֙ים אֲחֵרִ֖֜ים עַל־פָּנָֽ֗יַ

Lo yheyehléka elohìm acherìm alpanàia

«Non avereriguardo elohìm altri oltrefaccia mia» («Non avere altri elohìm oltre me»)

 לֹֽ֣֣א תַֽעֲשֶׂ֙ה־לְךָ֥֣ פֶ֣סֶל֙׀ וְכָל־תְּמוּנָ֡֔ה אֲשֶׁ֤֣ר בַּשָּׁ֙מַ֣יִם֙׀ מִמַּ֡֔עַל וַֽאֲשֶׁ֥ר֩ בָּאָ֖֙רֶץ מִתַָּ֑֜חַת וַאֲשֶׁ֥֣ר בַּמַּ֖֣יִם׀ מִתַּ֥֣חַת לָאָֽ֗רֶץ

Lo ta’aseh-léka fesel | ve-col-ttemunàh ashér ba-shamàim | mi-mma’al va-ashér ba-arets mi-ttàchat va-ashér ba-mmàim mi-ttàchat la-arets

«Non fabbricante idolo | e-ogni forma che in-cieli | da lassù e-che in-Terra da-sotto e-che in-mari | da-sotto a-terra» («Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra»)

 לֹא־תִשְׁתַּחְוֶ֥֣ה לָהֶ֖ם֘ וְלֹ֣א תָעָבְדֵ֑ם֒ כִּ֣י אָֽנֹכִ֞י יְהוָ֤ה אֱלֹהֶ֙יךָ֙ אֵ֣ל קַנָּ֔א פֹּ֠קֵד עֲוֹ֙ן אָבֹ֧ת עַל־בָּנִ֛ים עַל־שִׁלֵּשִׁ֥ים וְעַל־רִבֵּעִ֖ים לְשֹׂנְאָֽ֑י׃

Lotishttachvéh lahém ve-lo ta’avdém ki anokì yehwàh elohéka el qannà poqed ‘aòn avòt albanìm al-shilleshìm ve-‘al-ribe’ìm le-sonéi

«Nonprostrante verso loro e-non servire loro poiché Io Yehwàh Elohìm tuo El geloso punisco iniquità padri soprafigli sopra-terza generazione e-sopra-quarta a-odianti me» («Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché Io Yehwàh Dio tuo, sono Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano»)

Non credo occorrano ulteriori commenti per il momento. Infine, l’idolatria si estende oltre il culto degli idoli e delle immagini dei falsi déi. Anche per coloro che non si piegano fisicamente d’innanzi a una statua, l’idolatria è una questione di cuore e orgoglio, egocentrismo, avidità, ingordigia, amore per il materialismo e, in definitiva, la ribellione contro Dio. Per questo gli idoli moderni sono numerosi e vari. C’è forse da meravigliarsi del perché Yahwéh si definisce geloso?

[Leggi la seconda parte dello studio: clicca qui]

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