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Archeologia e il Nuovo Testamento

Ogni volta che un libro sostiene di segnalare eventi storici in modo accurato, quel libro potenzialmente si apre fino a una quantità immensa di critica. Se un tale libro sostiene di essere libero da tutti gli errori nella sua documentazione storica, la critica spesso diventa ancora più accanita. Ma tale dovrebbe essere il caso, perché è la responsabilità delle generazioni presenti e future di conoscere e capire il passato, e di insistere che la storia, compresi alcuni momenti monumentali, viene registrata il più accuratamente possibile.

Il Nuovo Testamento non necessariamente ha la pretesa di essere una rappresentazione sistematica della storia del primo secolo. Non è, di per sé, semplicemente un libro di storia. Le affermazion che fa, tuttavia, sui fatti storici legati nel Testo sono accurate, senza alcun margine di errore (2Tim 3:16-17; At 1:1-3). È giusto dire che, a causa di questa affermazione straordinaria, il Nuovo Testamento è stato controllato più intensamente rispetto a qualsiasi altro testo antico esistente (con la possibile eccezione del suo compagno Antico Testamento). Qual è stato il risultato finale di tale controllo?

Il travolgente risultato di questo approfondimento è un enorme cache sorprendente di testimonianze archeologiche che testimoniano l’esattezza dei vari riferimenti storici del Nuovo Testamento. Come si può dire di quasi ogni articolo di archeologia e Bibbia, le seguenti righe che documentano questa evidenza archeologica “graffiano” solamente la superficie delle evidenze disponibili. Tuttavia, un esame di questo particolare argomento fa un affascinante studio di accuratezza biblica.

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L’iscrizione di Pilato

Chi ha letto le vicende del Nuovo Testamento circa il processo di Gesù, non può dimenticare il nome di Ponzio Pilato. Tutti e quattro i Vangeli fanno riferimento a questa persona. Il suo interrogatorio verso Gesù su insistenza della folla ebraica, si pone come una delle scene più memorabili della vita del Messiah. Non meno di tre volte questo funzionario romano disse alla folla urlante di non aver trovato alcuna colpa in quell’individuo che loro tanto odiavano: Gesù (Gv 18:38; 19:4:6). Volendo placare gli ebrei, però, Pilato si lavò le mani in un attestato cerimoniale per la propria innocenza del sangue di Cristo, e poi consegnato il Figlio di Dio per essere flagellato e crocifisso.

Scoperto nel 1961, "L'iscrizione di Pilato" offre notevoli testimonianze archeologiche che un uomo di nome Ponzio Pilato una volta ha governato la Giudea. Credit: Zev Radovan, Gerusalemme.
Scoperto nel 1961, “L’iscrizione di Pilato” offre notevoli testimonianze archeologiche che un uomo di nome Ponzio Pilato una volta ha governato in Giudea. Fonte: Zev Radovan, Gerusalemme.

Che cosa si può ricavare dalla storia secolare relativa a Pilato? Per circa 2000 anni, gli unici riferimenti a Pilato sono stati trovati negli scritti di Giuseppe Flavio e Tacito. La traccia scritta della sua vita lo pose come il sovrano romano della Giudea tra il 26-36 d.C. I dati indicano che Pilato era un uomo molto spesso affetto da violenta eruzione. Anche il racconto biblico afferma che Pilato uccise alcuni Galilei mentre stavano presentando i sacrifici (Lc 13:1). Oltre ad un riferimento occasionale a Pilato in alcuni documenti scritti, tuttavia, non vi erano iscrizioni o monumenti di pietra che hanno documentato la sua vita.

Tale è rimasto il caso fino al 1961. In quell’anno Pilato transitò da una figura conosciuta solo dalla letteratura antica a una figura attestata dall’archeologia. I funzionari romani che controllavano la Giudea ai tempi di Cristo, molto probabilmente fecero la loro sede presso l’antica città di Cesarea, come si evince dai due riferimenti di Giuseppe Flavio ad attività militare e politica di Pilato in quella città.[1] Situato in Cesarea, era un grande teatro romano che un gruppo di archeologi sponsorizzati italiani ha cominciato a scavare nel 1959. Due anni più tardi, nel 1961, i ricercatori hanno trovato una lastra di 60cm da 90cm di roccia che era stata usata «nella costruzione di un pianerottolo tra rampe di scale in una fila di posti riservati agli ospiti d’onore».[2] L’iscrizione latina sulla pietra, però, ha dimostrato che in origine non è stata pensata per essere utilizzata come un blocco per il teatro. Sulla pietra, i ricercatori hanno scoperto quello che era rimasto di un’iscrizione che porta il nome di un certo Ponzio Pilato. L’intera iscrizione non è leggibile, ma per quanto riguarda il nome del governatore biblico, Finegan ha osservato che «il nome Ponzio Pilato è abbastanza inconfondibile, ed è di grande importanza come la prima documentazione epigrafica relativa a Ponzio Pilato, che governò la Giudea tra il 26-36 d.C. secondo le comuni datazioni accettate».[3] (p. 139). Ciò che l’iscrizione completa intendeva dire una volta non è certamente noto, ma c’è un accordo generale che in origine la pietra sarebbe potuta provenire da un tempio o santuario dedicato all’imperatore romano Tiberio. Un pezzo forte di prova per la precisione del Nuovo Testamento sarebbe molto difficile da trovare. Ora, conosciuta appropriatamente come “Iscrizione di Pilato”, questa lastra di documenta che Pilato era il funzionario romano del governo della Giudea, e perfino usa il suo nome completa di Ponzio Pilato, che si trova esattamente nel Vangelo di Luca 3:1.

Politarchi a Tessalonica

Quando si scrive sui cristiani di Tessalonica, accusati di aver messo «il mondo sottosorpa», Luca ha notato che alcuni fratelli nella Fede erano stati trascinati dinanzi ai «capi della città» (At 17:5-6). La frase «capi della città» (autorità cittadine) è tradotta dalla parola greca politarchas, e si verifica solo in Atti 17 ai versetti 6 e 8. Per molti anni, i critici che mettono in discussione l’ispirazione divina della Bibbia hanno accusato Luca per aver commesso una inesattezza storica poiché ha usato il titolo politarchas per riferirsi ai funzionari della città di Tessalonica, piuttosto che impiegare i termini più comuni, come strateegoi («magistrati») o exousiais («autorità»). Per sostenere le loro accuse, essi hanno sottolineato che il termine politarch non si trova in nessun altra prate nella letteratura greca come un titolo ufficiale. Così, hanno affermato che Luca ha fatto un errore. Tuttavia, come potrebbe qualcuno, nel nostro caso Luca, riferirsi a un tale ufficio se quest’ultimo non fosse esistito? Chi ha mai sentito o letto politarchas nella lingua greca? Nessuno in tempi moderni. Cioè, nessuno nei tempi moderni ne ha sentito parlare fino a quando non è stato trovata registrata nelle varie città della Macedonia – provincia in cui Tessalonica era situata.

Nel 1960, Carl Schuler ha pubblicato un elenco di 32 iscrizioni recanti il termine politarchas. Circa 19 dei 32 provenivano da Tessalonica, e almeno tre di loro risalgono al primo secolo (vedi McRay a p.295). Sulla Via Egnatia (una delle vie principali che attraversava l’antica Tessalonica), una volta sorgeva un arco romano chiamato il Vardar Gate. Nel 1867, l’arco fu demolito e utilizzato per riparare le mura della città. Un’iscrizione su questo arco, che tutt’oggi è ospitata nel British Museum, lo classifica come uno dei più importanti che riprende il politarchas. Questa particolare iscrizione, datata da qualche parte tra il 30 a.C. e il 143 d.C., inizia con la frase «Al tempo dei Politarchas».[4] Così, l’arco era probabilmente già in piedi quando Luca stava redigendo il suo racconto storico noto come Atti degli Apostoli. E il fatto che i politarchas abbiano governato a Tessalonica durante i viaggi di Paolo, si trova ora come un fatto storico indiscutibile!

Sergio Paolo, il Proconsole di Cipro

In tutti i viaggi missionari dell’Apostolo Paolo, lui e i suoi compagni di viaggio vennero in contatto con numerose persone, tra cui i prestigiosi governanti romani della zona in cui i missionari predicavano. Se Luca avesse partecipato a questi viaggi, avrebbe certamente potuto fare vaghi riferimenti ai governanti romani senza dare nomi e titoli specifici. Ma ciò non è quello che si trova nel libro degli Atti. Al contrario, sembra che Luca abbia fatto il suo modo di documentare specifiche città, luoghi, nomi e titoli. A motivo di questa copiosa documentazione, si hanno ampi esempi per controllare la sua affidabilità come storico.

Uno di questi casi si trova in Atti 13. In quel capitolo, Luca documenta il viaggio di Paolo in Seleucia, poi a Cipro, Salamina e poi Paphos. A Paphos, Paolo e i suoi compagni incontrano due individui: un ebreo di nome Bar-Yeshua (bar-Gesù) e il suo compagno Sergio Paolo, un uomo intelligente che chiamò Paolo e Barnaba al fine di ascoltare il Vangelo di Cristo (At 13:4-7). Questo particolare riferimento a Sergio Paolo fornisce allo studioso di archeologia un test di duplice precisione di Luca. In primo luogo, le zone di Cipro e Paphos erano governate da un Proconsole durante il tempo di permanenza di Paolo? In secondo luogo, c’è mai stato un Sergio Paolo?

Per molti anni, gli scettici che marciano sulla presunta inaccuratezza storica di Luca hanno sostenuto che l’area intorno a Cipro non sarebbe stata governata da un Proconsole. Dal momento che Cipro è stata una provincia imperiale, sarebbe stata messa sotto supervisione di un “propretore” che non è un Proconsole.[5] Se è vero che Cipro un tempo era stata una provincia imperiale, non è asssolutamente vero che è provincia imperiale durante i viaggi di Paolo lì. Infatti, «nel 22 a.C Augusto fu trasferito al Senato romano, e si è quindi posta sotto l’amministrazione dei Proconsoli».[6] Il biblista F.F. Bruce ha ampliato queste informazioni quando ha spiegato che Cipro è stata fatta una provincia imperiale nel 27 a.C., ma che Augusto ha dato al Senato cinque anni più tardi in cambio di Dalmazia. Una volta dato al Senato, i Proconsoli avrebbero governato Cipro, così come nelle altre province senatorie.[7] Come Thomas Eaves ha osservato:

«Rivolgendoci agli scrittori della storia per quel periodo, Dia Cassio (Storia romana) e Strabone (la Geografai di Strabone), veniamo a sapere che ci sono stati due periodi della storia di Cipro: in primo luogo, Cipro era una provincia imperiale governata da un propretore, mentre più tardi, nel 22 a.C., è stata fatta una provincia senatoria governata da un proconsole. Pertanto, gli storici sostengono che nella dichirazione di Luca Cipro era governata da un proconsole perché era tra il 40-50 d.C., quando Paolo fece il suo primo viaggio missionario. Se accettiamo la storia secolare come vera, dobbiamo anche accettare la storia biblica, perché sono d’accordo» [8] (il grassetto è mio)

Oltre al noto fatto che Cipro è diventata una provincia senatoria, gli archeologi hanno trovato monete di rame della regione che fanno riferimento ad altri Proconsoli che non sono stati rimossi dai tempi di Paolo. Una di queste monete, chiamata giustamente  dai locali «moneta di rame proconsolare di Cipro», raffigura la testa di Claudio Cesare e contiene il titolo di «Arminio Proclo, Proconsole […] dei Ciprioti».[9]

Ancora più impressionante del fatto che Luca abbia accuratamente registrato il titolo, è il fatto che la prova è venuta alla luce sul record circa Sergio Paolo altrettanto preciso. È interessante, a questo proposito, che ci sono diverse iscrizioni che eventualmente potrebbero corrispondere a quel preciso Proconsole riportato da Luca. L’International Standard Bible Encyclopedia (ISBE) registra tre antiche iscrizioni che potrebbero essere le possibili corrispondenze.[10] In primo luogo, a Soli sulla costa settentrionale di Cipro, è stata scoperta un’iscrizione che questo Paolo era un Proconsole. Gli autori e gli editori dell’ISBE sostengono che questa iscrizione può essere datata al 50 d.C., e che, pertanto, non può andare bene per il Paolo menzionato da Atti 13. Altri, invece, sono convinti che questa sia il Paolo degli Atti.[11] In aggiunta a questo ritrovamento, un’altra iscrizione latina è stato scoperta citando un certo Lucio Sergio Paolo, ovvero «uno dei curatori delle Banche del Tevere durante il regno di Claudio» L’eminente archeologo Sir William Ramsay ha sostenuto che questo uomo divenne più tardi il Proconsole di Cipro, e deve essere categoricamente collegato con il Sergio Paolo di Atti 13.[12] Infine, un’ennesima iscrizione greca frammentaria proveniente da Kythraia nella parte settentrionale di Cipro è stato scoperta riferendosi a un certo Quinto Sergio Paolo come un Proconsole durante il regno di Claudio.[13] Indipendentemente da quale di queste iscrizioni in realtà si connette ad Atti 13, la prova prevede una partita plausibile. Almeno due uomini di nome Paolo erano Proconsoli a Cipro, e almeno due uomini di nome Sergio Paolo erano funzionari durante il regno di Claudio. La precisione di Luca viene confermata ancora una volta.

Relativa morte per crocifissione

Nel corso dei secoli di storia, la crocifissione è stata uno dei modi più dolorosi e vergognosi per morire. A causa del l’ignominia allegata a questo mezzo di morte, molti governanti crocifissero coloro che si ribellarono contro di loro. Storicamente, migliaia di gente è stata uccisa per mezzo di questa forma di punizione corporale. In una breve sintesi di alcuni degli esempi più notevoli di crocifissione di massa, John McRay ha commentato che Alessandro Ianneo crocifisse 800 ebrei a Gerusalemme, i Romani crocifissero 6.000 schiavi durante la rivolta guidata da Spartaco, e Giuseppe Flavio ha visto «molti» ebrei crocifissi in Tekoe alla fine della prima rivolta.[14] Eppure, a dispetto di tutta la documentazione relativa alla crocifissione biblica, poche testimonianze archeologiche fisiche sono state prodotte dalle terre della Bibbia riguardanti la pratica della crocifissione. Come per molte delle persone, dei luoghi e gli eventi registrati nella Bibbia, la mancanza di questa prova fisica non è dovuta da una invenzione da parte dell’autore biblico, ma era dovuto, invece, a una mancanza di informazioni archeologiche.

Nel 1968, Vassilios Tzaferis trovò i primi resti indiscutibili di una vittima da crocifissione. Lo scheletro della vittima era stato messo in un ossario che «era tipico di quelli usati dagli ebrei in Terra Santa tra la fine del II secolo a.C. e la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C.».[15] Da un’analisi dei resti scheletrici della vittima, osteologi e altri professionisti medici della Hadassah Medical School di Gerusalemme sono stati in grado di determinare che la vittima era un maschio di età compresa approssimative tra i 24 e 28 anni alto circa 167cm. Sulla base, l’iscrizione dell’ossario riporta il suo nome il che sembra corrispondere a «Yehohanan figlio di Hagakol», anche se l’ultima parola della descrizione è ancora in discussione. Il pezzo più importante dello scheletro della vittima è un suo calcagno. Un grande picco come un chiodo era stato martellato attraverso il tallone destro. Tra la testa del chiodo e il calcagno sono stati trovati lì depositati numerosi frammenti di legno di olivo. Randall Price, nel suo libro The Stones Cry Out ha suggerito che il chiodo, che avrebbe apparentemente colpito un nodo nel palo d’oliva su cui questo uomo è stato crocifisso, causando al chiodo e al tallone di rimuoversi insieme, a causa della difficoltà di rimuovere il chiodo da sé.[16] [Una fotografia a colori della porzione di un piede dello scheletro (mostrando il chiodo) può essere visto nell’articolo Search for the Sacred di Jerry Adler e Anne Underwood nella Rivista Newsweek del 30 Agosto 2004 (144 [9]:38)].

Questo raro ritrovamento di un chiodo conficcato attraverso un calcagno umano è la prima prova archeologica che le vittime di crocifissione venivano inchiodata a una croce di legno, come descritto nella Bibbia. Credit: Zev Radovan, Gerusalemme.
Questo raro ritrovamento di un chiodo conficcato in un calcagno umano è la prima prova archeologica che le vittime di crocifissione venivano inchiodate a una superficie di legno, una croce, come descritto nella Bibbia. Fonte: Zev Radovan, Gerusalemme.

Per quanto riguarda il significato di questa scoperta, la conclusione ha fornito una sintesi eccellente. Negli anni passati, alcuni studiosi credevano che la storia della crocifissione di Gesù aveva molti difetti, per non dire altro. Innanzitutto, si riteneva che i chiodi non venivano usati appendere le vittime alla croce come se fossero dei quadri in bella mostra, piuttosto, delle corde venivano usate per questo scopo. Trovare un calcagno con un piccone di diversi centimetri di ancora lunghezza intatto insieme ai frammenti del legno d’ulivo, è indicativo del fatto che i piedi delle vittime erano attaccati alla superficie legnosa con dei chiodi. In secondo luogo, era stato suggerito che le vittime della crocifissione non veniva assegnata una degna sepoltura. Alcuni studiosi ritenevano addirittura che il racconto della sepoltura di Gesù nella tomba di Giuseppe d’Arimatea era piuttosto artificioso, dato che le vittime di crocifissione, come lo fu Gesù, venivano gettate in fosse comuni insieme ad altri prigionieri condannati. La sepoltura della vittima crocifissa trovata da Tzaferis dimostra che, almeno in certe occasioni, le vittime di crocifissione venivano sepolte secondo la corretta usanza ebraica.

Conteggio di Quirino

La precisione con cui Luca ha riportato i dettagli storici è stata documentata più e più volte nel corso dei secoli da archeologi e studiosi biblici. In ogni caso, ove sufficienti testimonianze archeologiche sono emerse, Luca è stata confermata come uno scrittore accurato, meticoloso e preciso. Gli scettici e i critici non sono stati in grado di verificare nemmeno un anacronismo o discrepanza con cui cercare di screditare le affermazioni degli scrittori biblici di non essere governati da una prevalente influenza divina.

Tuttavia, risoetto al criterio di cui sopra, si è dichiarato che funge da chiave per una valutazione equa e corretta di accuratezza di Luca: ove sufficienti prove archeologiche sono emerse. Gli scettici spesso accusano Luca e gli altri scrittori biblici sulla base di argomenti di silenzio. Non riescono a distinguere fra una contraddizione da un lato, e una prova insufficiente da cui trarre una conclusione dall’altro. Una carica di contraddizione o inesattezza nella Bibbia è illegittima, e quindi non sorretto, in quelle aree in cui le prove di corroborazione storica è o completamente assente o comunque scarsa.

Alla luce di questi principi, si prendano in considerazione le parole di Luca:

«In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l’impero. Questo fu il primo censimento fatto quando Quirinio era governatore della Siria» (Lc 2:1-2)

Alcuni studiosi hanno accusato Luca di aver commesso un errore sulla base del fatto che Publio Sulpicio Quirinio era governatore della Siria a partire dal 6 a.C, diversi anni dopo la nascita di Cristo. È vero che finora nessun record storico è emerso per verificare se il governatorato e il censimento di Quirinio rappresentato da Luca, al momento della nascita di Gesù, sia avvenuto prima della morte di Erode nel 4 a.C. Come l’illustre archeologo biblico G. Ernest Wright della Harvard Divinity School ha ammesso: «Il problema cronologico non è stato risolto».[17]

Questo vuoto di informazioni esistenti (che permetterebbero la conferma archeologica definitiva) in deroga, eprove sufficienti esistenti che postulino una spiegazione plausibile per le allusioni di Luca, rendono così l’accusa di discrepanza piuttosto inefficace. Essendo Luca uno storico meticoloso,egli ha dimostrato la sua consapevolezza dell’esistenza di un censimento provinciale separato durante il governatorato Quirino, a partire dal 6 d.C. (At 5:37). In considerazione di questa sua familiarità, Luca sicuramente non avrebbe confuso questo censimento con uno avvenuto dieci o più anni prima. Quindi Luca ha osservato che un primo censimento è avvenuto, infatti, portando al comando Cesare Augusto prima del 4 a.C. Egli ha segnalato questo censimento precedente utilizzando l’espressione πρώτη ἐγένετοpró̱ti̱ egéneto («prima che abbia avuto luogo») – che assume il significato della successività di una cosa che deve ancora avvenire. In sostanza, il passo di Luca 2:1-2 andrebbe letteralmente tradotto in questo modo:

«In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l’impero. Questo prima che abbia avuto luogo il censimento (non «il primo censimento») fatto quando Quirinio era governatore della Siria»

Tutto è decisamente più chiaro! Mettere in dubbio l’autenticità di questa affermazione, semplicemente perché non è stata trovata in essa alcun riferimento esplicito, è ingiustificato e pregiudizievole. Nessuno mette in dubbio la storicità del secondo censimento sancito da Quirinio intorno al 6-7 d.C. Sir William Ramsay, acclamato autorità di fama mondiale su tali questioni, ha dichiarato più di cento anni fa:

«Quando consideriamo come puramente casuale la prova per il secondo censimento, la mancanza di prove per il primo sembra costituire nessun argomento contro l’attendibilità della dichiarazione di Luca»[18]

Inoltre, fonti storiche indicano che Quirinio è stato favorito da Augusto ed era in servizio attivo dell’imperatore in prossimità della Siria precedente e durante il periodo di tempo in cui Gesù è nato. È ragionevole concludere che Quirinio sarebbe stato nominato da Cesare per istigare un censimento durante quel lasso di tempo, e che la sua esecuzione competente di tale iscrizione avrebbe guadagnato per lui un appuntamento per la ripetizione del censimento del 6-7 d.C.[19] Si noti inoltre che Luca non ha usato il termine legatus – il titolo normale per un governatore romano. Piuttosto, ha usato la forma di participio egemone utilizzata per rappresentare un propretore (governatore senatoriale), procuratore (come Ponzio Pilato) o questore (commissario imperiale).[20] Dopo aver fornito una sintesi approfondita dei dati storici e archeologici relativi a questa domanda, Finegan concluso che «la situazione presupposta in Luca 2:3 sembra del tutto plausibile». In effetti lo è!

Gallio, Proconsole dell’Acaia

Atti 18 si apre con una descrizione del ministero di Paolo nella città di Corinto. È stato lì che è venuto in contatto con Aquila e la moglie Priscilla, entrambi i quali erano stati espulsi da Roma al comando di Claudio, e che, di conseguenza, erano andati a vivere a Corinto. Poiché erano fabbricanti di tende, come Paolo, l’Apostolo rimasero con loro lavorando come «ministro vocazionale», fabbricando tende e predicando il Vangelo. Come era solito con la predicazione di Paolo, molti ebrei si sentivano offesi e si opposero il suo lavoro. A causa di questa opposizione, Paolo disse ai Giudei che da allora in poi sarebbe andato dai Gentili. Detto questo, Paolo andò a casa di un uomo di nome Giusto che viveva accanto alla sinagoga. Subito dopo la sua dichiarazione di andare ai gentili, Paolo ebbe una visione in cui il Signore lo incaricò di parlare con coraggio perché nessuno in città lo avrebbe attaccato. Incoraggiato dalla visione, Paolo continuò a predicare presso Corinto per un anno e mezzo insegnando la Parola di Dio in mezzo a quel popolo.

Dopo i lunghi diciotto mesi di soggiorno di Paolo a Corinto, l’opposizione alla sua predicazione infine scoppiò in violenti azioni politiche. Atti 18: 12-17 spiega:

«Poi, quando Gallione era Proconsole dell’Acaia, i Giudei, unanimi, insorsero contro Paolo, e lo condussero davanti al tribunale, dicendo: “Costui persuade la gente ad adorare Dio in modo contrario alla legge”. Paolo stava per parlare, ma Gallione disse ai Giudei: “Se si trattasse di qualche ingiustizia o di qualche cattiva azione, o Giudei, io vi ascolterei pazientemente, come vuole la ragione. Ma se si tratta di questioni intorno a parole, a nomi, e alla vostra legge, vedetevela voi; io non voglio esser giudice di queste cose”. E li fece uscire dal tribunale. Allora tutti afferrarono Sostene, il capo della sinagoga, e lo picchiavano davanti al tribunale. E Gallione non si curava affatto di queste cose»

Da questo breve ritaglio della Scrittura, impariamo molte cose circa Gallio e la sua personalità. Di fondamentale importanza per la nostra discussione è il fatto che Luca ha registrato che Gallione era il «proconsole dell’Acaia». Ancora una volta Luca, nel registrare informazioni specifiche sui governanti del suo tempo, ha fornito ai suoi lettori sia contemporanei che futuri un punto di riferimento storicamente verificabile. Gallio è mai stato davvero il proconsole dell’Acaia?

Marianne Bonz, l’ex caporedattore dell’Harward Theological Review, fece luce su una ormai famosa iscrizione di Gallio. Ha raccontato come, nel 1905, uno studente di dottorato a Parigi stava spulciando tra una raccolta di iscrizioni che era stata raccolta dalla città greca di Delfi. In queste varie iscrizioni, ha trovato quattro frammenti che, quando messi insieme, formano una grande porzione di una lettera dell’imperatore Claudio. La lettera dell’imperatore è stata scritto nientemeno che dal biblico Gallio, il proconsole di Acaia.[21]

McRay, nell’analizzare questa ormai famosa iscrizione e la fornitura di lettere mancanti circa le lacune del testo per renderlo leggibile, ha tradotto come segue:

«Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, Pontefice Massimo, di autorità tribuni per la dodicesima volta, imperator ventiseiesimo […] Lucio Giunio Gallio, il mio amico, e il Proconsole di Acaia»

Mentre alcune parti dell’iscrizione di cui sopra non sono del tutto chiare, il nome di Gallio e il suo ufficio in Acaia sono chiaramente leggibili. Non solo Luca registra con precisione il nome di Gallio, ma ha anche registrato il suo ufficio politico con altrettanta precisione.

L’importanza dell’iscrizione “Gallio” va ancora più in profondità sulla dimostrazione della precisione chirurgica di Luca. Questa particolare scoperta mostra come l’archeologia ci può dare una migliore comprensione del testo biblico, in particolare nelle aree della cronologia. La maggior parte degli studiosi che hanno familiarità con i viaggi ed epistole dell’Apostolo Paolo, ammettono prontamente che attaccare le date specifiche alla sua attività rimane un compito estremamente difficile. L’iscrizione “Gallio”, tuttavia, ha aggiunto un pezzo di questo puzzle cronologico. Jack Finegan, nel suo lavoro dettagliato sulla cronologia biblica, ha datato l’iscrizione all’anno 52 d.C., nei mesi prima del proconsolato di Gallio del 51 a.C., e all’arrivo di Paolo a Corinto nell’inverno del 49/50 d.C. Finegan ha dichiarato, per quanto riguarda la sua conclusione, che «questa determinazione del tempo in cui Paolo arrivò a Corinto fornisce quindi un importante punto di ancoraggio per l’intera cronologia di Paolo» (pp.391- 393).

Una parola sugli ossari

L’Enciclopedia Archeologica della Terra Santa offre un’eccellente breve descrizione degli ossari in generale. Gli scrittori spiegano che un ossario è una scatola di circa 47cm, di solito fatta di argilla, gesso o calcare, utilizzato principalmente per seppellire ossa umane dopo che il tessuto molle e la carne hanno superato il loro stadio di decomposizione. Gli sssari, infatti…

«…sono tipici delle pratiche di sepoltura a Gerusalemme e nei suoi dintorni durante il periodo romano, vale a dire, tra il 40 a.C. e il 135 d.C. Gli ossari che si trovano nel cimitero di Erode a Gerico sono datati dal Hachlili per un periodo di tempo più ristretto compreso tra il 10-68 d.C.»[22]

Le pareti dell’ossario spesso venivano decorate, e molte avevano iscrizioni di lettere che indicava di chi fossero le ossa al suo interno.

Di interesse è il fatto che molti degli ossari scoperti fino ad oggi contengono gli stessi nomi che troviamo nei vari racconti biblici. E, anche se non possiamo essere sicuri che le ossa contenute in questi ossari siano le ossa delle personalità esattamente menzionate nella Bibbia, le nomenclature corrispondenti indicano che i nomi citati dagli scrittori biblici coincidono con precisione con i nomi utilizzati, in generale, nel corso del tempo che i libri del Nuovo Testamento sono stati redatti.

Scendendo la discesa sul Monte degli Ulivi vi è il sito noto come Dominus Flevit, «nome che incarna quella tradizione che questo è il luogo dove “il Signore pianse” a Gerusalemme». Nel 1953, Finegan ha iniziato gli scavi in questa zona scoprendo un grande cimitero composto da almeno cinquecento sepolture. Tra questi molti luoghi di sepoltura, sono stati scoperti oltre 120 ossari, oltre 40 dei quali contengono iscrizioni e scritture. Tra gli ossari etichettati i nomi di Marta e Miriam appaiono su un unico ossario. Altri nomi che compaiono sugli ossari sono Giuseppe, Giuda, Solome, Saffira, Simeone, Yeshua, Zaccaria, Eleazar, Giairo e Giovanni. Free e Vos, nella loro breve forma critica di Rudolph Bultmann scrissero:

«Qualche ex studioso che ha detenuto i nomi personali utilizzati nei Vangeli, soprattutto quello di Giovanni, erano fittizi o erano stati selezionati a causa del loro significato e non perché si riferivano a personaggi storici. Tali speculazioni non sono supportate dalle iscrizioni dagli ossari che conservano molti dei nomi biblici»[23]

Molte decorazioni di questo specifico antico ossario ebraico riportano i nomi di "Caifa" che poterbbero collegarsi a tutte le scatore di sepoltura ai Caifa della Bibbia. Fonte: Zev Radovan, Gerusalemme.
Molte decorazioni di questo specifico antico ossario ebraico riportano i nomi di “Caifa” che poterbbero collegarsi a tutte le scatore di sepoltura ai Caifa della Bibbia. Fonte: Zev Radovan, Gerusalemme.

In questa stessa linea, sono stati discussi diversi ossari trovati per caso nel 1990, quando degli operai stavano costruendo un parco acquatico in Peace Forest a Gerusalemme. Tra i dodici ossari calcarei scoperti, uno…

«…era squisitamente ornato e decorato con incise delle rosette. Ovviamente era appartenuta a un patrono ricco o di alto rango che potevano permettersi una tale scatola. In questa scatola c’è una scritta. Qafa e Yehosef bar Qayafa («Cafa e Giuseppe figlio di Caifa»)»

Si possono collegare questo Caifa a quello registrato nella Bibbia utilizzando due linee di ragionamento: in primo luogo, il Caifa del racconto biblico era un sommo sacerdote di spicco che avrebbe posseduto i mezzi per ottenere una tale casella di sepoltura così decorata; in secondo luogo, mentre il testo del Nuovo Testamento dà solo il nome “Caifa”, il Flavio «dà il suo nome completo come “Giuseppe”, che si chiamava Caifa dal sommo sacerdozio”». Di ulteriore interesse è il fatto che l’ossario contiene le ossa di sei persone diverse, uno dei quali era un uomo d’età di circa 60 anni. Sono proprio queste le ossa del Caifa di cui parla il Nuovo Testamento? Nessuno può essere sicuro di questo. È il caso, tuttavia, che molti reperti di ossari, quanto meno, dimostrano che gli scrittori neotestamentari hanno usato nomi che erano esistenti durante il periodo in cui hanno scritto.

Una nota di cautela è relativamente necessaria nel tentativo di dimostrare un collegamento diretto tra i reperti ossari e i personaggi biblici. Il più famoso di questi tentativi proviene dall’ossario «Giacomo» che ha catturato l’attenzione del mondo alla fine del 2002. Nell”iscrizione di quella particolare scatola si legge: «Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù». Quindi? Quest’ossario conteneva davvero le ossa del fratello fisico di Gesù Cristo? Dopo aver analizzato l’iscrizione, una commissione nominata dal Antiquities Authority israeliana ha dichiarato di essere inautentica. Secondo Eric Myers, uno studioso di studi giudaici alla Duke University ha detto che «il consenso accademico schiacciante è che si tratta di un falso».[24] Tuttavia, Hershel Shanks, editore distinto del Biblical Archaeology Review, insiste sul fatto che l’iscrizione rimane antiquata e può eventualmente essere collegato al Gesù e Giacomo della Bibbia.[25] (Ho argomentato parte di questo tema nel seguente articolo: clicca qui)

Eppure, anche se l’iscrizione non dimostra ancora fino a oggi che l’ossario conteneva le ossa del fratello fisico di Gesù, può dimostrare almeno che i nomi come Giuseppe, Giacomo e Gesù (ovviamente scritti in ebraico) erano utilizzati in quel periodo e in quella regione del mondo, che, per lo meno, dimostra ancora che gli scrittori biblici abbiamo suggerito informazioni che si adattano con gli eventi e persone nel periodo in cui hanno prodotto i loro manoscritti. Come capo il dei classici al Macalester College Andrew Overman ha dichiarato,  «anche se l’ossario [di Giacomo] fosse autentico non fornisce ulteriori informazioni». Quando si effettuano ricerche archeologiche, bisogna ricordare di non chiederle di rivelarsi troppo. La disciplina, di qualunque tipo essa sia, ha dei limiti. Eppure, a dispetto di queste limitazioni, rimane uno strumento prezioso che può essere utilizzato per far luce sul testo biblico. Come hanno sottolineato Adler e Underwood, il valore dell’archeologia è «fornire un contesto storico e intellettuale, e il flash occasionale di illuminazione su dettagli cruciali» (p.39).

I Gentili e il Tempio

Verso la fine del libro degli Atti, Paolo stava facendo ogni sforzo per arrivare nella città di Gerusalemme, giusto in tempo per una imminente festa ebraica. Dopo aver raggiunto Gerusalemme, si è incontrato con Giacomo e molti dei leader ebrei del posto raccontando loro «dettagliatamente quello che Dio aveva fatto tra i pagani, per mezzo del suo servizio» (At 21:19). Dopo aver sentito la relazione di Paolo, i capi ebrei della chiesa gli consigliarono di prendere certi uomini nel tempio e purificarsi insieme a loro. Mentre nel tempio alcuni Giudei dell’Asia videro Paul, una folla suscitò contro di lui, dicendo:

«Israeliti, venite in aiuto: questo è l’uomo che va predicando a tutti e dappertutto contro il popolo, contro la legge e contro questo luogo; e oltre a ciò, ha condotto anche dei Greci nel Tempio profanando questo santo luogo» (At 21:28)

Nel versetto successivo il Testo si riferisce al fatto che gli uomini avevano visto Trofimo di Efeso con Paolo nella città, e si “suppone” che Paolo lo avesse fatto entrare nel tempio (anche se il resoconto biblico non indica che nessuno in realtà abbia visto questo).

In risposta alle accuse circa il fatto che Paolo aveva disonorato il Tempio facendovi accedere un Gentile, il testo afferma che «tutta la città fu in agitazione e si fece un assembramento di gente; afferrato Paolo, lo trascinarono fuori dal Tempio, e subito le porte furono chiuse» (At 21:30). Il versetto successivo degli Atti afferma esplicitamente ciò che questa folla violenta aveva in mente di fare contro Paolo: «Mentre cercavano di ucciderlo, fu riferito al tribuno della coorte che tutta Gerusalemme era in subbuglio». Sotto quale legge o pretesa la folla ebraica voleva uccidere Paul?

Iscrizione che vieta ai Gentili di entrare nella zona santificata del Tempio di Gerusalemme. Fonte: Zev Radovan, Gerusalemme.
Iscrizione che vieta ai Gentili di entrare nella zona santificata del Tempio di Gerusalemme. Fonte: Zev Radovan, Gerusalemme.

Una risposta plausibile a questa domanda ci viene dall’archeologia. Nella sua descrizione del Tempio di Gerusalemme, Giuseppe Flavio ha spiegato che una certa iscrizione separava la parte del Tempio presso dove i Gentili potevano accedere dalle parti del Tempio in cui essi non potevano accedere. Questa iscrizione, dice Giuseppe Flavio, «proibiva  l’ingresso agli estranei sotto la pena di morte».[26] Una scoperta pubblicata nel 1871 da C.S. Clermont Ganneau porta un’immagine più chiara della questione. A circa 50 metri dal sito del Tempio vero e proprio, è stato scoperto un frammento di pietra con sette linee di capitali greche.[27] Finegan conferisce all’intero testo greco e traduce la scritta come segue:

«Nessuno straniero potrà accedere all’interno della balaustra e recinzione intorno alla zona del Tempio. Chi viene scoperto dovrà egli stesso la colpa per la sua morte che seguirà»

In aggiunta a questa singola iscrizione, un altro frammento di pietra è stato trovato e descritto nel 1938. Scoperto vicino alla porta nord di Gerusalemme (conosciuta anche come Porta di Santo Stefano), questo frammento di pietra supplementare aveva, rispetto alla prima, sei linee anziché sette. Le parole parzialmente conservate coincidono con quelle della precedente iscrizione. Finegan annota: «Da loro sembra che la formulazione dell’intera iscrizione era identica (tranne che per aut invece di eautoo)». Con un’interessante nota a margine, Finegan ha aggiunto che le lettere di questa seconda iscrizione era stata dipinte di rosso, e che le lettere avevano mantenuto la loro colorazione originale.

Alla luce di questi reperti e dei commenti di Giuseppe Flavio, si può capire il perché gli assalitori di Atti 21 abbiano così coraggiosamente cercato di uccidere Paolo. Queste iscrizioni fanno luce sul testo biblico, e in tal modo, offrono ulteriore conferma della sua accuratezza storica.

Corban

In diverse occasioni Gesù fu avvicinato dai Farisei e gli altri leader religiosi, perché Egli e i Suoi discepoli non stavano facendo esattamente ciò che i Farisei volevano si facesse. Molte volte i capi religiosi avevano istituito leggi e tradizioni che non erano nella Parola di Dio, ma ciò nonostante sono stati trattati con rispetto uguale o superiore alle leggi date da Dio. In Marco 7:1-16 la Bibbia racconta che i Farisei e gli altri leader religiosi avevano trovato delle colpe sui discepoli di Gesù, perché questi ultimi non si lavano le mani in maniera tradizionale prima di mangiare. I farisei dissero a Gesù: «Perché i tuoi discepoli non seguono la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» (Mc 7:5).

Sentendo questo interrogatorio accusatorio, Gesù lanciò un potente condanna ai Suoi accusatori. Gesù spiegò che i Suoi inquisitori spesso mantenevano le loro amate tradizioni, ma ignorando i comandamenti di Dio. Gesù disse: «Come sapete bene annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra!» (Mc 7:9). Come un esempio del loro rifiuto della Legge di Dio, Cristo ha continuato a dire:

«Mosè infatti ha detto: “Onora tuo padre e tua madre“; e: “Chi maledice padre o madre sia condannato a morte“. Voi, invece, se uno dice a suo padre o a sua madre: “Quello con cui potrei assisterti è Corbàn” (vale a dire, un’offerta a Dio), non gli lasciate più far niente per suo padre o sua madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata. Di cose simili ne fate molte» (Mc 7:11-13, cfr. con articolo seguente: clicca qui)

In questo brano, Gesù ripudiò l’empio insistenza dei farisei sulle proprie tradizioni, e allo stesso tempo includeva un riferimento che può essere (ed è stato) autenticato dalle scoperte archeologiche. Gesù menzionò la parola Corbàn, una parola che l’autore del racconto evangelico sentiva la necessita di spiegare. Marco ha definito la parola come “un dono o offerta a Dio”. In una discussione di questo termine in un articolo di Kathleen e Leen Ritmeyer, la parola deriva ancor più in evidenza. Hanno documentato un frammento di una pietra trovata vicino alla parete meridionale del Tempio. Sul frammento, la radice ebraica krbn (korban-la stessa parola usata da Gesù in Marco 7) è inscritta. Di ulteriore interesse è il fatto che l’iscrizione niclude anche «due uccelli rozzamente disegnati, identificati come piccioni o colombe». Gli autori citano che la pietra potrebbe essere stato «usato in relazione ad un sacrificio per celebrare la nascita di un figlio».[28]  In Luca 2:24 leggiamo di Giuseppe e Maria che offrono due piccioni quando hanno preso Gesù ancora bimbo per presentarlo a Dio. Dal momento che questi animali erano il sacrificio prescritto per alcuni sacrifici del Tempio, chi li ha venduti ha istituito un mercato all’interno del Tempio. A causa delle pratiche immorali di molti di questi commercianti, essi caddero sotto attacco di Gesù quando ha purificato il Tempio e «rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombi» (Mc 11:15).

Conclusione

Più e più volte, tutti quei riferimenti biblici che possono essere verificati dimostrano di essere storicamente accurati in ogni dettaglio. Dopo centinaia di anni di analisi critica, sia l’Antico che il Nuovo Testamento della Bibbia hanno dimostrato la loro autenticità ad ogni capo d’accusa. Sir William Ramsay, nella sua valutazione degli scritti di Luca nel Nuovo Testamento, ha scritto:

«È possibile premere le parole di Luca in un grado al di là di qualsiasi altro storico e superare l’esame più acuto e il trattamento più duro, sempre a condizione che il critico conosca il soggetto e non vada al di là dei limiti della scienza e della giustizia» (p.89)

Oggi, quasi cento anni dopo questa dichiarazione, la stessa cosa si può dire con ancora maggiore certezza degli scritti di Luca e ogni altro scrittore biblico. Quasi 3.000 anni fa un Salmo nella sua descrizione della Parola di Dio, ha ammesso con una perfezione disarmante quanto segue: «La somma della tua parola è verità» (Sl 119:160)

Note

[1] Jack Finegan, The Archeology of the New Testament (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1992), p.128.

[2] John McRay Archaeology and the New Testament (Grand Rapids, MI: Baker, 1991), p.204.

[3] Jack Finegan, The Archeology of the New Testament (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1992), p.139.

[4] Jack Finegan, Light from the Ancient Past (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1959), p.352.

[5] Merrill Unger, Archaeology and the New Testament (Grand Rapids, MI: Zondervan, 1962), pp.185-186.

[6] Joseph P. Free e Howard F. Vos, Archaeology and Bible History (Grand Rapids, MI: Zondervan, 1992), p.269.

[7] F.F. Bruce, The Book of Acts (Grand Rapids, MI: Eerdmans, 1990), p.295.

[8] Thomas F. Eaves, The Inspired Word – Great Doctrines of the Bible (Knoxville, TN: East Tennessee School of Preaching, 1980), p.234.

[9] John McClintock e James Strong, Cyprus – Cyclopaedia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature (Grand Rapids, MI: Baker, ristampa del 1968), 2:627.

[10] J.J. Hughes, International Standard Bible Encyclopedia: Sergius Paulus (ed. Geoffrey W. Bromiley – Grand Rapids, MI: Eerdmans, 1986), 2:728.

[11] Merrill Unger, Archaeology and the New Testament (Grand Rapids, MI: Zondervan, 1962), p.185-186.

[12] J.J. Hughes, International Standard Bible Encyclopedia: Sergius Paulus (ed. Geoffrey W. Bromiley – Grand Rapids, MI: Eerdmans, 1986), 2:728.

[13] Ibid.

[14] John McRay, Archaeology and the New Testament (Grand Rapids, MI: Baker, 1991), p.389.

[15] Ibid., p.204.

[16] Randall Price, The Stones Cry Out (Eugene, OR: Harvest House, 1997), p.309.

[17] Ernest Wright, Biblical Archaeology (Philadelphia, PA: Westminster, 1960), p.158.

[18] William M. Ramsay, St. Paul the Traveller and the Roman Citizen (Grand Rapids, MI: Baker,, 1897, ristampa de 1962), p.386.

[19] Gleason L. Jr. Archer, Encyclopedia of Bible Difficulties (Grand Rapids, MI: Zondervan, 1982), p.366.

[20] J.W. McGarvey e Philip Y. Pendleton (non datato), The Fourfold Gospel (Cincinnati, OH: The Standard Publishing Foundation), p.28.

[21] Marianne Bonz, Recovering the Material World of the Early Christians, 1998: www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/shows/religion/maps/arch/re covering.html., p.8.

[22] Ossuary, Archaeological Encyclopedia of the Holy Land, ed. Avraham Negev e Shimon Gibson (New York: Continuum, 2001), p.377.

[23] Joseph P. Free e Howard F. Vos, Archaeology and Bible History (Grand Rapids, MI: Zondervan, 1992), p.256.

[24] Come citato da Jerry Adler e Anne Underwood in Search for the Sacred: Newsweek, 144[9]:37-41, 30 Agosto 2004.

[25] Hershel Shanks, The Seventh Sample, 2004: www.bib-arch.org/bswbbreakingseventh.html

[26] Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche_2 (a cura di Luigi Moraldi, Utet, 2006), Libro XV:11-5; p.984.

[27] J.A. Thompson, The Bible and Archaeology (Grand Rapids, MI: Eerdmans, 1962), p.314.

[28] Kathleen e Leen Ritmeyer, Reconstructing Herod’s Temple Mount in JerusalemArchaeology and the Bible: Archaeology in the World of Herod, Jesus and Paul, ed. Hershel Shanks and Dan P. Cole (Washington, D.C.: Biblical Archaeology Review, 19929), p.41.

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