Accuse, ingiurie e diffamazioni pubbliche fra credenti

accuseIntroduzione

Molto spesso, quando nel web circolano articoli denigratori contro credenti e istituzioni religiose in generale, la prima cosa che mi chiedo è cosa pensano i non credenti quando leggono notizie di questo tipo. Chissà quali opinioni si fanno dei credenti.

Tali ammonimenti pubblici gratuiti rivolti a persone con tanto di “foto segnaletica”, sono ormai alla portata di tutti quei sedicenti ministri che, sebbene spesso agiscano in buona fede, non fanno altro che macchiare il buon nome di chi vive un Crisianesimo genuino e limpido, andando persino contro gli insegnamenti della Scrittura e della stessa legge del codice penale.

Sebbene molti di questi sedicenti ministri agiscano nella buona fede dell’ignoranza biblica, più che edificare demoliscono ancora di più la reputazione di quei cristiani che, senza colpe, vengono indirettamente coinvolti in queste diatribe. Purtroppo, chi non vive il e nel Cristianesimo biblico considera i cristiani tutti uguali, facendo di tutta l’erba un fascio. C’è un proverbio che dice che «i panni sporchi si lavano in casa propria» (o tutte le sue varianti simili), vale a dire che i problemi e le  questioni strettamente familiari non vanno sbandierate al mondo intero con squilli di tromba, ma vanno discusse fra le mura di casa, senza fare film né palcoscenici come da “sceneggiata napoletana”. Alcuni genitori con figli o fra coniugi stessi, quando si discute o si litiga, molto spesso tendono ad alzare talmente tanto il tono della voce che persino gli inquilini del pianerottolo o i vicini di casa del quartiere possono ascoltare tutto quello che si dicono i litiganti. Questo è sbagliato, specialmente quando si è credenti e bisognerebbe essere di testimonianza.

«Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13:35)

I non credenti si aspettano dai credenti uno scambio reciproco di amore, e simili situazioni, che siano familiari o fraterne (spiritualmente parlando) non fanno altro che far dubitare che fra cristiani ci si ami. Il condizionale «se» funziona da compromesso: «siete miei discepoli (dice Gesù), se avete amore gli uni per gli atri». Non bisogna dimostrarlo solo ai «tutti» (non credenti) ma soprattutto a Colui che ha lasciato il comandamento nuovo. Se non si rispetta questo requisito per essere Suoi discepoli, Lui stesso non ci considera Suoi discepoli. Un conto è quindi essere rifituati dagli uomini, un altro conto è essere rifiutati direttamente da Cristo.

Condotta

La Scrittura esorta i credenti (saggi e intelligenti) a «mostrare con la buona condotta le porprie opere compiute con mansuetudine e saggezza» (Giacomo 3:13), quindi la «buona condotta» è il fondamento della Sana Dottrina biblica ma anche il comportarsi secondo quanto previsto dalla legge, nel nostro caso la legge civile/penale Italiana. Osservare la Sana Dottrina, quindi, non è l’autoinfliggersi la “sindrome del fariseo”, ovvero approcciarsi alle Scritture alla lettera come delle “istruzioni per l’uso” male interpretate, e condannare gli altri citando passi biblici in modo del tutto decontestualizzato a sostegno del loro rimprovero o ammonimento. Ad esempio, la “sindrome del fariseo” si manifesta in quei soggetti che impongono a mettere il velo quando in realtà il velo non è un obbligo assoluto così per come sembra apparire dalle nostre traduzioni letterali e “carnali”; non si devono battere le mani duarante i canti; non si deve andare al mare affinché non si venga tentati dal desiderare i corpi delle persone mezze nude; non si può fare questo o quello… e così via. Non si può, non si può, non si può… dice una canzone. Ammonimenti basati sul “non fare” e mai su cosa si deve fare.

La lista delle “proibizioni farisaiche” è talmente lunga che persino i Farisei del tempo di Cristo ci sbufferebbero sopra. Insomma, i Farisei di oggi sono più Farisei di quelli di ieri perché almeno loro riconoscevano il rimprovero di Cristo, mentre quelli di oggi sono accecat dall’orgoglio di essere sempre e comunque nel giusto, semplicemente perché “non vanno al mare”.

Quello che avviene nel web è davvero sconcertante, perché questi sedicenti ministri sono quegli individui che esortano a non frequentare più determinate assemblee cristiane o ad allontanarsi da certi predicatori dalla dubbia attendibilità. Se ne stanno in agguato dietro al monitor e a una tastiera del PC andando a ricercare come attività quotidiana o come “ministerio” delle vittime per condannarle pubblicamente non appena trovano in esse qualcosa da giudicare secondo il loro metro di giudizio personale “a suon di Bibbia”. Diciamo che da una parte è da ammirare l’intenzione di voler allertare i credenti dalle stranezze che vi sono dentro le chiese, dall’altro lato è completamente da rigettare il modus operandi di questi sedicenti ministri.

Coloro che accusano pubblicamente i credenti in Cristo che si comportano in modo inadeguato, hanno la tendenza di decontestualizzare il brano di Atti 18:28 in cui si dice che un certo Apollo, «uomo eloquente e versato nelle Scritture» (cioè l’Antico Testamento), «con gran voce confutava pubblicamente i Giudei, dimostrando con le Scritture che Gesù è il Cristo». In questa contesto, Apollo non ha confutato pubblicamente dei Cristiani, ma i Giudei che non avevano riconosciuto in Gesù il Messia che stavano ancora aspettando. Nelle Scritture non c’è traccia di cristiani che vengono accusati da altri cristiani “più santi” nelle piazze o nei cortili. L’opera confutatoria di Apollo era prettamente a scopo evangelistico.

Sebbene oggi vi siano delle Chiese la cui condotta (Sana Dottrina) lasci davvero a desiderare, nessuno di noi è tenuto a dire nelle piazze pubbliche del web frasi come «allontanatevi da costoro!», mettendo in bella vista persino le fotografie delle persone colpevoli di cattiva condotta o colpevoli di aver solamente espresso un’opinione diversa dalla loro.

Paolo, attraverso le sue Epistole, mandava consigli e ammonimenti direttamente alle persone o assemblee interessate, senza tuttavia fare comizi pubblici dicendo: «la chiesa X del pastore Z si comporta male, allontanatevi da costoro! Chi ha orecchi da udire, oda!». Piuttosto, se la “sindrome del fariseo” non si riesce a trattenere, sarebbe più consono parlare direttamente con le persone interessate e ammonirle in privato, non in pubblico, perché Paolo mai ha rimproverato un cristiano in pubblica piazza né si addice a un Cristiano fare palcoscenico. Quando la Scrittura parla di rimproverare o ammonire dei comportamenti illeciti, intende riferirsi all’assemblea locale o nella ristretta cerchia di credenti li presenti, quindi davanti a tutti i membri di quella ekklesia locale, senza sbandierare niente ai quattro venti! Più avanti vedremo un esempio riguardo a un ammonimento “pubblico” di Paolo nei confronti di Pietro.

Molto spesso, chi si atteggia a “giudice” in modo pubblico (internet), secondo lo studio di un profilo psicologico, soffre di complessi di inferiorità perché vorrebbe essere qualcuno pur essendo nessuno; perciò, pur di avere visibilità e attenzioni, si è disposti a difendere il Vangelo in modo disordinato, cioè andando contro lo stesso Vangelo che si intende difendere, giudicando con cattiveria (leggi articolo correlato).

«Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; ma quelli annunciano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora» (Filippesi 1:15-18)

Ciò che interessava a Paolo non era l’ipocrisia o la sincerità della predicazione di Cristo, ma che Cristo venisse predicato sempre e comunque. In sostanza, «con ipocrisia o con sincerità, purché se ne parli». Paolo non condannava l’ipocrisia in sé nel predicare Cristo, basta che Cristo si predichi! Tuttavia, come si fa a predicare Cristo per invidia o per rivalità?

Invidia

invidiaAnzitutto, l’invidia è quel sentimento per cui, in relazione a un bene o una qualità posseduta da un altro, si prova spesso astio e un risentimento tale da desiderare il male di colui che ha quel bene o qualità. Infatti, gli “accusatori dei fratelli” in Cristo che sono sempre pronti a giudicare pubblicamente e non fra le mura dell’assemblea, non augurano mai il bene per gli altri, ma sempre le fiamme dell’inferno. Gesù non si è mai concentrato sulla predicazione degli inferi, ma del Regno! La frase «ravvediti o andrai all’inferno» vuole essere un atto intimidatorio verso l’altra persona, come direbbe un ladro alla sua vittima: «dammi i soldi o ti ammazzo», piuttosto che dire in modo meno aggressivo «dammi i soldi e non ti succederà nulla di male». Certe frasi intimidatorie andrebbero persino al di sopra della stessa autorità e giustizia di Dio, perché anche se Dio è giustizia è anche misericordia, e a queste persone la misericordia manca perché sono i primi ad averne bisogno! Chi riceve misericordia a sua volta è in grado di elargirla anche ad altri. Ma chi non ha ricevuto la miserocordia, ne vive il dramma e perciò non è in grado di elargirla ad altre persone.

Una Chiesa che prospera anche economicamente o una chiesa che conta molti fedeli, sono i soggetti maggiormente presi di mira dai cosiddetti “inquisitori del web”. Questo significherebbe che Dio non può benedire materialmente. Chi giudica una Chiesa per il solo motivo che i suoi aderenti sono benestanti, evidentemente soffre la miseria in cui vive, quindi per essere puri e approvati da Dio bisogna essere poveri come loro. Re Salomone non si sviò per via delle sue ricchezze, ma a causa delle sue mogli che lo spinsero all’idolatria. Quindi, sebbene «l’amore del denaro è radice di ogni specie di mali» (1Timoteo 6:10), non vuol dire che chi è ricco è perduto (leggi articolo correlato), ma semplicemente non deve lasciarsi dominare dai soldi. Infatti si parla di amore per il denaro e non del denaro soltanto; Salomone amò le sue mogli più delle ricchezze che Dio gli aveva dato. I credenti ricchi di oggi vengono visti da «costoro» come i servi del dio pagano Mammon: questo nome viene usato nel Nuovo Testamento per personificare il profitto, il guadagno e la ricchezza materiale con connotazioni negative, e cioè accumulato in maniera rapida e disonesta ed altrettanto sprecato in lussi e piaceri. A questo punto, prima di guardare la villa, l’automobile o il Jet privato del nostro prossimo, bisogna conoscere la sua persona e constatare se effettivamente questi beni siano stati preceduti da accumuli di denaro in maniera rapida quindi disonesta. Ci terrei a dire che Dio può benedire ancora oggi, anche materialmente e in modo molto rapido, ma nessuno mi giudichi come uno che predica il cosiddetto “Vangelo (diverso) della Prosperità”, perché non esiste dal punto di vista biblico un simile vangelo. Sto solo dicendo che come è stato benedetto Salomone in ricchezze materiali e sapienziali, può essere benedetto chiunque allo stesso modo anche oggi. Quindi, chi punta il dito verso il credente ricco senza nemmeno conoscerlo personalmente, è povero di amore.

Solitamente, si tende ad accusare il prossimo anche per invidia, perché si vorrebbe essere come l’accusato. Perciò, il proprio modus operandi nel predicare Cristo non è dettato dall’amore, ma dall’invidia. Ma di qusto non bisogna preoccuparsi, perché lo stesso Paolo, usando un eufemismo moderno, ha voluto dire “chissenefrega”. Ma il sunto del discorso non è il modo di predicare, ma di ammonire. Ci ritorneremo fra poco.

Rivalità

rivalitaLa rivalità è il rapporto antagonistico fra singole persone o gruppi. Appartenere a una denominazione cristiana piuttosto che a un’altra, solitamente fa sì che ci si comporti esattamente come nel calcio. I campioni del Barcellona e del Real Madrid, ad esempio, sono ultra rivali quando indossano la maglia della squadra di appartenenza, ma quando giungono i campionati mondiali di calcio, molti di loro diventano compagni di squadra nella nazionale e gioscono insieme quando si segna un goal o si vince la partita. Gli stessi giocatori “rivali” che giocano nelle rispettive squadre spagnole, saranno poi compagni di squadra una volta indossata la maglia della nazionale.

La chiamata di Cristo è quella che tutti i credenti in Lui indossino la maglia della “nazionale” (vedi Giovanni 17:22), tuttavia «[…] è necessario che ci siano tra voi anche delle divisioni, perché quelli che sono approvati siano riconosciuti tali in mezzo a voi» (1Corinzi 11:19). Le «divisioni» sono necessarie affinché «quelli che sono approvati siano riconosciuti». Esattametne come avviene nelle squadre club di calcio: non tutti vengono «riconosciuti» per indossare la maglia della nazionale, ma solo chi ha dimostrato di esserne all’altezza. Le divisioni (denominazionalismo – leggi articolo correlato) sono necessarie per far sì che possano essere selezionati gli “elementi validi” in mezzo agli elementi non idonei a indossare la maglia della nazionale. La chiamata a ricevere “la maglia” è per tutti, cioè che a nessuno viene negata la possibilità di giocare in nazionale, tuttavia pochi sono gli eletti che la indosseranno (Matteo 22:14), perché saranno riconosciuti idonei. Poi, c’è anche da dire che vi sono molti giocatori che indossano la maglia della nazionale in modo immeritato, perciò là subentra come una sorta di “grazia” di chi ha voluto far indossare la maglia della nazionale a un giocatore che non lo meritata.

Le demoniazioni, quindi, sebbene inducano alla rivalità e agli scontri (anche pesanti), sono necessarie affinché i “campioni nella vera fede” siano riconosciuti tali in mezzo a coloro che campioni non lo sono affatto e nemmeno si sforzano per diventarlo! Non sono i singoli fedeli ad aver scelto di “giocare in nazionale”, ma sono questi ultimi ad essere stati selezionati da una commissione di esperti (Giovanni 15:16a).

Infine, sebbene si giochi in squadre diverse e ambire lo scudetto, non vuol dire che si debba smettere di ambire la maglia della nazionale e quindi la Coppa del Mondo. Inoltre, se una squadra perdente invidia la squadra vincente, «che importa?», l’importante è che «la Coppa del Mondo» sia l’ambizione comune più grande. Siamo tutti chiamati a indossare la maglia di Cristo, ad essere uniti, ad essere tutti campioni della vera fede.

Ammonimenti pubblici o privati?

«Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio» (1Corinzi 6:9-11)

ammonimentiQuesta prima epistola di Paolo è stata indirizzata direttamente ai credenti di Corinto e il capitolo 6 esorta i destinatari della lettera a fuggire la dissolutezza. Paolo si rivolge loro dicendo «alcuni di voi» senza mai fare nomi! Tuttavia, qui si sta parlando di una lettera inviata a una chiesa specifica e non vi è traccia, in tutta l’epistola, che Paolo si sia messo a denunciare le dissolutezze in modo pubblico citando i nomi di quelli che si illudevano di essere nel giusto.

Nell’Epistola ai Galati, sempre Paolo denuncia le dissolutezze elencate sopra, avvisando i credenti della Galazia (probabilmente i credenti in Antiochia) che «chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio» (5:19-21). Neanche in questo contesto pare che Paolo abbia “svergognato” pubblicamente delle persone citando “nomi e cognomi”.

L’Epistola rivolta agli Efesini (4:1-6) esorta all’unità della fede (quindi a non avere rivalità) e a comportarsi in modo degno della vocazione che gli è stata rivolta; al capitolo 3 dell’Epistola inviata a Timoteo (e non in una bacheca pubblica), Paolo prescrive le disposizioni sulla condotta che devono seguire vescovi e diaconi; a Tito (1:5-9) viene dato l’incarico di organizzare l’assemblea di Creta. In questa epistola, Paolo menziona la parola «accusàti», riferendosi a coloro che praticano la dissolutezza e che vengono, dunque, «accusàti» di una condotta non degna di un cristiano. Le accuse di cui parla Paolo non sono pubbliche, ma private, dentro la stessa assemblea, affinché gli altri imparino a evitare di comportarsi in modo indegno. Nemmeno in questo caso vengono citati i nomi degli accusàti, come si fa anche nella lettera agli Ebrei (10:25) quando il redattore biblico dice «[…] non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare […]»: alcuni chi? Non ci è dato di saperlo, perché, appunto, a Paolo non importava denunciare “la persona” ma la condotta. Paolo stesso, quindi, rimane molto discreto sebbene stia parlando apertamente a quella Chiesa specifica, quindi, chi avrebbe ascoltato le parole di quella epistola durante la lettura in assemblea, e si fosse sentito in causa, aveva già ricevuto l’ammonimento “a distanza” di Paolo, quale fondatore di quell’assemblea.

Oggi invece, ci sono molte “talpe” dentro le assemblee cristiane, che spiano la condotta dei credenti per poi andarle a riferire agli “inquisitori del web”. Questi registrano in video/audio le prediche, fanno fotografie negli interni delle chiese e le consegnano a “chi di competenza”. E di essi parla proprio la Scrittura, chiamandoli «falsi fratelli»: «[…] falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù […]» (Galati 2:4).

Sempre al capitolo 2 dei Galati, accade qualcosa di particolare. Le moderne edizioni delle nostre traduzioni, inseriscono un titolo a ogni pragrafo per aiutare il lettore a comprenderene il contesto, e il paragrafo dei versetti 11-21 viene intitolato “Pietro ripreso pubblicamente da Paolo in Antiochia”. Quel «ripreso pubblicamente» è molto equivoco in quanto, al versetto 14 si legge che Cefa (cioè Pietro) fu condannato «[…] in presenza di tutti». Ma, a cosa era dovuto questo ammonimento di Paolo nei confronti di Pietro in presenza di tutti? In assenza di «alcuni che dovevano venire da parte di Giacomo», Pietro e Barnaba si mischiarono in mezzo a persone non giudaiche mangiando insieme a loro. Però, nel momento in cui quelli mandati da Giacomo arrivarono e Pietro se ne accorse, prima di essere notato da loro «cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncsi». Tuttavia, Pietro non si era accorto che nel frattempo Paolo stava osservando tutta la scena magari da debita distanza. Paolo, allora, vedendo questo suo comportamento, prese di petto Pietro e lo rimproverò, non “pubblicamente” come lascia intendere erroneamente il titoletto del paragrafo (che è un’aggiunta umana), ma «in presenza di tutti», vale a dire in presenza di tutti quelli mandati da Giacomo. Le «persone non giudaiche» che avrebbero sentito “sbraitare” Paolo in quel modo nei confronti di Pietro non avrebbero potuto capire di cosa si stesse parlando, quindi sentir parlare della fede di Cristo in quel modo sarebbe stato controproducente e di cattiva testimonianza. Piuttosto, Pietro fu rimproverato circa il suo comportamento in disparte, davanti a tutti coloro che erano stati mandati da Giacomo, così che il senso di imbarazzo e di vergogna gli avrebbe fatto imparare la lezione della “ramanzina”.

Oggi, invece, sembra che gli inquisitori del web ci provino pure gusto nel trovare appositamente credenti nell’errore. Piuttosto, bisognerebbe sperare di non trovarne proprio! Tuttavia, nel momento in cui si scrivono in rete degli ammonimenti pubblici (visibili a livello mondiale), di conseguenza non si è discreti per come lo era Paolo e quindi si cade sul penale.

Codice penale

All’interno del codice penale, vi sono diverse voci che riguardano “l’accusa”:

  1. Il reato di ingiuria (art. 594 c.p.), commesso da chi offende l’onore o il decoro di una persona presente, è stato depenalizzato dal decreto legislativo n. 7 del 2016: oggi è prevista una pena pecuniaria a partire da € 100,00.
  2. Commette invece il reato di diffamazione (art. 595 c.p.) chi offende l’altrui reputazione in assenza della persona offesa, ed in presenza di almeno due persone. La pena è della reclusione fino ad un anno e della multa fino a € 1032,91.
  3. Dall’ingiuria e dalla diffamazione deve distinguersi il reato di calunnia (art. 368 c.p.) che si ha quando taluno, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad altra Autorità che abbia l’obbligo di riferire all’Autorità giudiziaria, incolpa di un reato una persona che egli sa essere innocente, oppure simula a carico di una persona le tracce di un reato. Per il reato di calunnia la pena è della reclusione da due a sei anni, salvo i casi di aggravante. La giurisprudenza ha chiarito che non è necessario che sia iniziato un procedimento penale a carico della persona offesa dal reato, essendo sufficiente la mera potenzialità che un tale procedimento si avvii.[1]

codice-penaleQuando si condanna una persona su internet (che è come una grande piazza dove gran parte degli abitanti della Terra è lì presente), non lo si fa con «almeno due persone» (vedi diffamazione), ma con milioni di persone presenti. In questo caso, se la persona offesa viene tenuta al corrente della diffamazione e ad essa non viene dato spazio per giustificarsi o difendersi, penso che il reato si aggravi. Dall’art. 599 del codice penale, sono previste anche le «offese reciproche» che possono anche non essere punibili «nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso». Quindi, pare chiaro che finché si tratta di un atto momentaneo scaturito dalla semplice rabbia, il problema è sormontabile, ma quando qualcuno vive le proprie intere giornate con lo scopo di accusare e condannare pubblicamente altre persone, la situazione si aggrava perché oltre alle conseguenze previste della legge penale terrena si aggiunge il giudizio di Dio.

Gli inquisitori del web non sono come Paolo che ammoniva per mezzo di lettere alcuni credenti delle assemblee da lui fondate, ma in modo arbitrario si rendono “maestri” e “pastori” di pecore che non gli appartengono, denunciando ministri e fedeli come se ne fossero i sovrani. Ciò che può essere denunciato pubblicamente sono le cose che avvengono fuori dal corpo di Cristo e che non riguardano il corpo di Cristo: «Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele» (Efesini 5:11). Ciò che bisogna denunciare non sono le “persone”, bensì «le opere infruttuose delle tenebre». A tal proposito, in questi giorni circolano su Facebook dei link di denuncia contro “l’allegra” festività di Halloween, una delle tante opere infruttuose delle tenebre. Questa è una denuncia pubblica lecita quando non si tocca la persona, tuttavia il contesto di Efesini 5 si concentra su ciò che avviene dentro la Chiesa e sempre dentro la Chiesa vanno discusse e denunciate le «opere infruttuose delle tenebre» che possono esserci. Chi viene ritenuto «fornicatore o impuro o avaro (che è un idolatra)» non va denunciato nelle piazze pubbliche del web, ma nel “pubblico” dell’assemeblea stessa. Ciò che bisogna abbondare è il «ringraziamento» (v.4), ma ogni volta si leggono sempre le solite frasi intimidatorie che inneggiano alla dannazione fra le fiamme dell’inferno. Eppure, le Scritture parlano davvero poco di inferno, geenna e stagno di fuoco e zolfo, ma nella bocca degli inquisitori del web abbondano in modo non quantificabile.

Conclusione

Inutile ripetere sempre l’affermazione come «non giudicate affinché non siate giudicati», perché una simile citazione, sebbene biblica ma decontestualizzata, andrebbe in netta contraddizione con «giudicate con giusto giudizio». Quindi, si può giudicare oppure no? Chi viene giudicato usa il primo passo per difendersi; chi giudica usa il secondo passo per attaccare. Chi dei due ha ragione? Ha ragione chi rimane radicato nel contesto in cui sono state citate queste affermazioni!

Ci si dimentica molto spesso che Paolo non badava nel fatto che alcuni predicavano Cristo per invidia, rivalità o ipocrisia, ma ciò che a lui interessava e lo faceva gioire «sempre più» è il fatto che Cristo veniva predicato comunque, con ipocrisia o sincerità. Da un lato si dispiaceva per l’ipocrita, dall’altro gioiva perché Cristo era predicato comunque, nel bene o nel male.

Quei credenti che condannano pubblicamente altri credenti definendoli ipocriti, prendono la situazione come un questione personale, come se Dio avesse un occhio di riguardo verso coloro che smescherano e confutano i fratelli ipocriti. Un conto però è essere «falsi fratelli», spiare la libertà in Cristo e non predicare Cristo, un altro conto è essere semplicemente invidiosi e ipocriti ma predicare Cristo (Paolo si riferiva proprio a questi). L’attivita degli inquisitori del web andrebbe collocata fra gli «invidiosi» e i «rivali», che mirano piuttosto a far prevalere la loro “maglia” da squadra club piuttosto che la “maglia” della nazionale. Sebbene le intenzioni siano sincere (quindi non rientrano fra gli «ipocriti»), è il modus operandi a rendere l’ammonimento una spada a doppio taglio, che ferisce più chi ammonisce (ma non se ne rende conto) che chi viene ammonito. Provare rancore e disprezzo verso qualcuno equivale a bere un veleno sperando che sia l’altra persona a morire!

Le accuse pubbliche, più che riparare, fomentano ancora più odio, perché i non credenti che osservano dall’esterno quello che succede dentro le chiese grazie agli “inquisitori” che non lavano i panni sporchi di casa propria in casa propria, diventano sempre più ostili verso la fede in Cristo e mai si sognerebbero di entrare a far parte di una famiglia che si accusa e condanna da sola.

dimenticare-amoreI credenti che si accusano pubblicamente a vicenda, sono coloro che hanno dimenticato l’amore spirituale sebbene in un primo momento lo hanno sperimentato. «Costoro» sono come i credenti della chiesa di Efeso, che hanno «abbandonato il primo amore» ma, tuttavia, «detestano le opere dei Nicoaliti» (Apocalisse 2:4). Da un lato detestano ciò che è impuro – ed è giusto – mentre dall’altro non lo denunciano con discrezione e quindi non hanno quel primo amore perché lo hanno abbandonato. Il troppo zelo non è sinonimo di santificazione, perché anche i Farisei erano iperzelanti, ma nel modus operandi sbagliato: «Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno» (Matteo 23:3).

Infine, il tema è davvero ampio, per cui qui mi fermo per dare spazio a ulteriori sviluppi dello stesso con i commenti dei lettori.

Note:

[1] Tratto da Studio legale Online.

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