Maometto è realmente menzionato nella Bibbia?

maometto bibbiaGli apologeti islamici hanno cercato di rafforzare la credibilità delle loro credenze sostenendo che la Bibbia, in sé, fa riferimento alla venuta del profeta Maometto. L’ironia della sorte vuole che questa affermazione viene anche a fronte della contesa islamica in cui si sostiene che la Bibbia sia stata corrotta, e non può quindi essere fatta valere in quanto una registrazione e ispirazione accurata della Parola di Dio. Cioé, se gli apologeti musulmani sostengono che la Bibbia sia un testo corrotto, come mai proprio un testo corrotto dovrebbe parlare di Maometto? Tuttavia, il lettore è invitato a valutare queste affermazioni alla luce degli elementi di prova esegetica in cinque passaggi presi di mira dagli esegeti islamici.

Isaia 29:12

In primo luogo, i musulmani appello di Is 29:12

«Oppure come uno scritto che si desse a uno che non sa leggere, dicendogli:”Ti prego, leggi questo!” Egli risponderebbe: “Non so leggere”»

I musulmani insistono sul fatto che il libro di cui si parla in questo verso è il Corano, e colui al quale il libro è stato consegnato è, guarda caso, Maometto, mente chi ha ordinato a “Maometto” di leggere il libro è Gabriele. Gli esegeti islamici sostengono che Maometto si adatta perfettamente alla descrizione di questo personaggio biblico, dato che Maometto era analfabeta quando l’angelo Gabriele gli ha rivelato le parole di Allah.

Per capire il contesto del verso di Isaia si deve ricordare che il Profeta biblico, vissuto nell’VIII secolo a.C., è conosciuto come il «il Profeta messianico», perché ha profetizzato tantissimi dettagli su Gesù – non Maometto. Isaia 29 è in un contesto in cui Yahwéh pronuncia dei guai a Giuda per i suoi peccati, a quel tempo, vale a dire nel 702 a.C. Il contesto indica che entro un anno, il grande re assiro Sennacherib avrebbe assediato Gerusalemme nel 701 a.C. (v.3). Gerusalemme (chiamata «Ariel») sarebbe stata attaccata dai suoi nemici e punita per i suoi crimini contro Yahwéh, e che poi quei nemici, a loro volta, avrebbero ricevuto la loro “ricompensa” (vv.4-8). Il popolo di Yahwéh era alle prese con una deliberata cecità spirituale, e i falsi profeti/veggenti che vi erano in Giuda non aiutavano , anzi peggioravano la situazione (vv.9-10). Si noti che Isaia ha poi descritto la riluttanza della gente del suo tempo che non volevano ascoltare la verità di Yahwéh confrontandola con una persona alfabetizzata a cui viene detto di leggere qualcosa, ma si rifiuta con la scusa che il documento «è sigillato» (v.11). Poi il testo da leggere viene consegnato a un analfabeta, ma anche lui si scusa dicendo «non so leggere» (v.12). Il punto è che la gente del tempo di Isaia si rifiutava di prestare attenzione alla Parola di Yahwéh attraverso i suoi Profeti. I vVersi 13-16 spiegano che a causa delle loro menti chiuse, abrebbero tutto sofferto per il loro rifiuto della Parola di Dio, quando gli assiri arrivarono ​​ad assediare la città. Ma, come al solito, Yahwéh rivelò un giorno migliore in cui le genti lo avrebbero ascoltato (v.17 e segg). Dopo aver esaminato il contesto, è evidente e decisamente trasparente che questi versi non hanno assolutamente nulla a che vedere con Maometto!

Deuteronomio 18:18

Una seconda strofa che i musulmani sfruttano a sostegno delle loro rivendicazioni è la promessa di un profeta in arrivo come descritto in Dt 18:18:

«Io farò sorgere per loro un Profeta come te in mezzo ai loro fratelli, e metterò le Mie parole nella sua bocca ed egli dirà loro tutto quello che Io gli comanderò»

I musulmani sostengono che il profeta a cui Yahwéh si riferiva è Maometto.

Anche in questo caso, un semplice ed ulteriore esame delle prove bibliche rivela che la dichiarazione resa a Mosè fu divinamente intesa riferendosi a Gesù Cristo – non a Maometto. Poco dopo l’istituzione della Chiesa di Cristo (nel 30 d.C. a Gerusalemme nella prima Pentecoste dopo la morte e risurrezione di Gesù: At 2), due dei dodici Apostoli, Pietro e Giovanni, sono andati al Tempio in cui guarirono uno zoppo (At 3:1-11). Quando la gente ha cominciato a radunarsi in gran numero dato lo stupore di ciò che era successo, Pietro ha colto l’occasione per annunciare il messaggio di Cristo a tutti loro (At 3:12-26). Sfruttando quell’occasione in cui tutti gli occhi e gli orecchi erano puntati su di lui, ha trattato diversi punti cruciali inerenti alla persona di Cristo:

  1. Il Gesù che di recente era stato crocifisso fu Colui che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe aveva glorificato (v.13);
  2. Dio lo ha risuscitato dai morti (v.15);
  3. Era il “nome” (vale a dire, l’autorità/potere) di Gesù, e la fede in Lui, ad aver procurato la miracolosa guarigione dello zoppo (v.16);
  4. La sofferenza di Cristo era stata previsto in precedenza da Dio per mezzo dei Profeti (v.18);
  5. A conclusione della storia umana, Dio rimanderà Gesù indietro (non uno qualsiasi tra i Profeti, per non parlare proprio di Maometto) – un riferimento inequivocabile alla venuta di Cristo immediatamente precedente il Giudizio (vv.20-21; cfr. Rm 14:10; 2Cor 5:10; 2Tess 1:7 e segg.).

A questo punto Pietro cirò il passaggio del Deuteronomio di cui sopra applicandolo a Gesù – non Maometto (v.22 e segg.). Questa citazione di Pietro è inconfondibile; ha chiaramente identificato Gesù come il compimento: «A voi per primi Dio, avendo risuscitato il suo Servo, lo ha mandato per benedirvi, convertendo ciascuno di voi dalle sue malvagità» (v.26). Si osservi, inoltre, che Dio ha dichiarato esplicitamente che il Profeta che Egli avrebbe risuscitato sarebbe venuto «fra i tuoi fratelli» (Dt 18:15, 18). Nel contesto, stava parlando a Mosè, che era un discendente di Isacco. Gli arabi discendono da Ismaele, non Isacco. Maometto non faceva parte dei fratelli di Mosè e gli ebrei  in generale – era un arabo! La figura di Maometto non si addice per niente alla profezia del capitolo 18 del Deuteronomio.

Giovanni 14-16

Un terzo tentativo da parte dei musulmani per guadagnare credibilità per il loro punto di vista collegando le proprie convinzioni alla Bibbia, riguarda le molteplici allusioni allo Spirito Santo nel Vangelo di Giovanni ai capitoli 14, 15 e 16.

In Gv 16:7 si legge:

«Eppure, Io vi dico la verità: è utile per voi che Io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, Io ve lo manderò»

Ancora una volta, i musulmani sostengono che Gesù si riferiva a Maometto. Eppure, chiunque abbia speso anche una minima quantità di sforzo per esaminare l’insegnamento di Giovanni ai capitoli 14, 15 e 16 rimarrebbe certamente stupito che qualcuno possa sostenere che il «Consolatore» o «Consigliere» – Colui che sta accanto (Paracletos) – vada equiparato a Maometto (sic!). I tre capitoli di Giovanni hanno come impostazione di Gesù che i Suoi dodici apostoli ebbero uno speciale incoraggiamento e ammonimento specifico in vista della Sua partenza imminente dalla Terra. Egli li rassicurò che, anche se stava per uscire dal pianeta, non li avrebbe abbandonati. Non li avrebbe lasciati «orfani» (14:18); avrebbe anzi mandato al Suo posto (come sostituto, o meglio come vero e proprio Vicarius Filii Dei) lo Spirito Santo, che avrebbe insegnato a loro ogni cosa, ricordando anche quelle cose che Gesù (14:26) gli aveva insegnato. Il termine tradotto con «Consolatore» si verifica tre volte nel contesto (Gv 14:26; 15:26; 16:7). Senza dubbio, Gesù si riferiva al potere e all’assistenza direzionale che gli Apostoli avrebbero ricevuto dallo Spirito Santo a partire dal giorno di Pentecoste (At 1:8; 2:4). Una semplice lettura dei tre capitoli rende un’inevitabile conclusione.

Dal momento che i musulmani non credono nel concetto della Trinità (Dio in tre persone; Mat 28:19; 2Cor 13:14), di conseguenza essi rifiutano la realtà dello Spirito Santo. Quando nel Corano si parla dello “Spirito Santo”, in realtà si sta parlando dell’angelo Gabriele (Sura 2:87-253; 16:102). Ma usando il proprio ragionamento, il «Consolatore» non può riferirsi a Maometto poiché il contesto identifica specificamente il «Consolatore» come lo «Spirito Santo»:

«ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto» (14:26)

Se dovessimo riscontrare una certa coerenza nel testo coranico mettendoci per un attimo nei panni di un musulmano, lo Spirito Santo dovrebbe essere Gabriele, mentre Gv 14:26 dovrebbe insegnare che il «Consolatore» è Gabriele, non Maometto! Assolutamente no! Giovanni 16:7 non si riferisce a Maometto.

Giovanni 1:19-21

Un quarto passaggio che precede i passi di cui sopra, nel tentativo di mostrare il sostegno biblico circa quella pretesa di Maometto di essere un profeta di Dio è Gv 1:19-21:

«Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei mandarono da Gerusalemme dei sacerdoti e dei Leviti per domandargli: “Tu chi sei?” Egli confessò e non negò; confessò dicendo: “Io non sono il Cristo”. Essi gli domandarono: “Chi sei dunque? Sei Elia?” Egli rispose: “Non lo sono”. «Sei tu il Profeta?» Egli rispose: “No”»

I musulmani affermano che gli ebrei aspettavano l’adempimento di tre distinte profezie:

  1. La prima era la venuta di Cristo;
  2. La seconda era la venuta di Elia;
  3. La terza è stata la venuta del Profeta.

I musulmani fanno notare che le tre domande che sono state poste a Giovanni il battista, in questo passaggio, mostrano questa aspettativa come corrispondente alla loro credenza. Essi sostengono inoltre che, poiché gli ebrei fecero una distinzione tra il Cristo e il Profeta, Gesù Cristo non era il Profeta menzionato in Dt 18:15,18.

I musulmani hanno certamente ragione nella loro osservazione del fatto che gli ebrei del tempo di Gesù pensavano che il Cristo e il Profeta erano due personaggi separati. Ma l’applicazione e il corretto significato della Bibbia non si basa su “percezioni” e “pregiudizi” di semplici esseri umani. La Bibbia registra le opinioni e punti di vista di una vasta gamma di personaggi nel corso della storia umana, tra cui lo stesso Satàn  (Mt 4:3,6,9) – anche se le loro opinioni e punti di vista erano errati. La Bibbia non suggerisce l’autenticità di tali pareri, semplicemente li segnala. Gli ebrei erano confusi e molte volte davano consigli personali: si veda Paolo nei suoi “consigli” circa il matrimonio, cfr. 1Cor 7:10-11.

La vera domanda è, la Bibbia indica se il Cristo e il Profeta erano/sono da intendersi come la stessa persona? Come già rilevato, l’apostolo Pietro certamente pensava così (At 3:12 e segg.). Così ha fatto il grande evangelista e martire cristiano, Stefano. In piedi d’innanzi al il Sinedrio e in presenza della figura religiosa più alta nel giudaismo dell’epoca, ovvero il sommo sacerdote, Stefano ricordò le parole di Mosè scritte nel Deuteronomio (At 7:37), e poi senza mezzi termini ha dichiarato che Gesù è il Giusto che avevano tradito e ucciso (v.52). Il «Giusto» è proprio la stessa persona che Pietro ha identificato come il compimento del passaggio del Deuteronomio, cioè Gesù Cristo. Allo stesso modo, Paolo si riferì a Gesù (e non Maometto) come «il Giusto» (At 22:14). Una valutazione oggettiva dei dati biblici producono la conclusione inequivocabile che la Bibbia identifica il Profeta di Deuteronomio 18 come Gesù Cristo, non Maometto. Gesù è sia il Cristo che il Profeta.

Cantico dei Cantici 5:16

Un quinto passaggio accusato di essere un riferimento a Maometto si trova nel Cantico dei Cantici 5:16, dove si sostiene che Maometto è colui a cui in realtà si riferisce il nome in ebraico espresso. In italiano il versetto dice:

«Il suo palato è tutto dolcezza, tutta la sua persona è un incanto. Tal è l’amore mio, tal è l’amico mio, o figlie di Gerusalemme»

La traslitterazione fonetica del testo ebraico recita:

Chikkò ma-metaqqìm ve-kullò ma-chamaddìm zeh dodì ve-zeh reì be-nòt yeryshalàmi

חִכּוֹ֙ מַֽמְתַקִּ֔ים וְכֻלּ֖וֹ מַחמֲַ֨דִּ֑ים זֶ֤ה דוֹדִי֙ וְזֶ֣ה רֵעִ֔י בְּנ֖וֹת יְרוּשָׁלִָֽם׃

Consideriamo adesso sei evidenze linguistiche che disputano la loro richiesta:

  1. La seconda sillaba (cha) utilizza la lettera ebraica chet,  ח, che ha un suono iniziale duro come la “ch” nella parola scozzese “Loch”. Deve essere distinta dalla lettera ebraica che è la stessa della lettera “h”. Se si fosse trattato realmente di Maometto, la semplice “h” sarebbe stata linguisticamente più appropriata;
  2. I musulmani sostengono che im (di ma-chamaddìm) in lingua ebraica è stato aggiunta come segno di rispetto (vedi Naik). Quest’affermazione è falsa e infondata. Le lettere costituiscono la forma standard per la modifica di un singolare alla forma plurale. Infatti l’uso della desinenza plurale come “forma di rispetto” è del tutto estraneo nella grammatica ebraica!;
  3. Il significato ebraico di ma-chamaddìm è diverso dal significato della parola araba “Muhammad” (Maometto). Secondo lo sceicco Abd al-Aziz, Gran Mufti dell’Arabia Saudita, la parola “Muhammad” deriva dalla parola araba la cui radice è hamd che significa “lode”. Trattasi del participio passivo enfatico di quella radice che può essere tradotta come “colui che viene lodato”. Tuttavia, il termine ebraico (ma-chamad) nel passaggio in esame ha un significato completamente diverso. Si riferisce a una «cosa piacevole» (Koehler & Baumgartner), «una cosa desiderabile, dolcezza» (Brown, pp.326-327), «una cosa piacevole» (Payne, 1:295) o «preziosa» (Holladay, p.190). Le traduzioni rendono il termine «tutto dolcezza», «del tutto desiderabile». Nessuna traduzione rispettabile italiana renderebbe la locuzione ebraica come “Maometto”. Tutti i musulmani hanno fatto di tutto per fare in modo che alcune parole ebraiche suonino foneticamente un pò come “Maometto”, concludendo erroneamente che la parola deve riferirsi a lui. Tale trattamento dei dati linguistici è irresponsabile;
  4. Inoltre, l’affermazione che Maometto è il soggetto del versetto trascura completamente il contesto e il messaggio del Cantico. Il libro si compone di un dialogo tra Salomone, la sua sposa Shulamita e le «figlie di Gerusalemme». Il termine usato in Cc 5:16 che i musulmani pretendono riferisri a Maometto è utilizzato anche in Cc 2:3 per riferirsi alla Shulamita: «Qual è un melo tra gli alberi del bosco, tal è l’amico mio fra i giovani. Io desidero sedermi alla sua ombra, il suo frutto è dolce al mio palato». «Dolce al mio palato» è la parola ebraica usata anche in Cc 5:16.; in entrambi i casi le parole della Shulamita si riferiscono al suo amato, non Maometto;
  5. Forme della stessa parola ebraica sono usate altrove nell’Antico Testamento, ma i musulmani non sostengono che tali passaggi facciano riferimento a Maometto. Giustamente, perché quei versi non possono essere costretti ad adattarsi all’idea che Maometto è sotto interesse. Ad esempio, Is 64:11 piange la distruzione di Gerusalemme: «La nostra santa e magnifica casa, dove i nostri padri ti celebrarono, è diventata preda delle fiamme, quanto avevamo di più caro è stato devastato». «Quanto avevamo di più caro» è una forma usata anche nel Cantico dei Cantici 5:16. Ciò significherebbe che Maometto è stato il “rifiuto” di Gerusalemme? Ulteriori occorrenze della stessa parola, che dissipano il cattivo uso del termine da parte dei musulmani, sono viste in 1Re 20:6;  2Cro 36:19; Lam 1: 10,11; Ez 24: 16,21,25; Os 9:9,16; Go 3:5; etc.;
  6. Anche se la parola ebraica «amabile/desiderabile» del Cantico fosse l’equivalente ebraico della parola araba «colui che viene lodato», ancora non ne conseguirebbe che Maometto è stato indicato nella Bibbia. Invece, l’indicazione sarebbe semplicemente che la parola sottostante è a sé stante come un termine usato per altre applicazioni. Per esempio, la parola ebraica per «amaro» è mahrah. Viene utilizzata in tutto l’Antico Testamento per fare riferimento al concetto di amaro. Tuttavia, a causa delle sue situazione spiacevoli, Naomi (che significa «piacevole») ha chiesto che il suo nome sia cambiato in «amaro» (mahrah) per riflettere la «amara» situazione. Non ne consegue, tuttavia, che quando la parola ebraica «amaro» appare nell’Antico Testamento si riferisca a Naomi. Se i genitori oggi dovessero chiamare il loro figlio Giovanni, non ne conseguirebbe che avevano intenzione di riflettere un nome comune con altri personaggi nella storia che hanno avuto il nome di Giovanni. I musulmani hanno semplicemente il carro davanti ai buoi. La loro richiesta è equivalente a quei genitori che chiamano il loro bambino «meraviglioso» o «speciale», e allo stesso tempo sostenere che un antico redattore abbia avuto il loro bambino in mente quando ha usato la parola «meraviglioso» o «specile» in riferimento ad un’altra persona a lui contemporanea.

Secondo il ragionamento degli esegeti islamici, a questo punto dovrei sentirmi giustificato, incoraggiato e autorizzato a dire che la Bibbia parli di mio padre, nonché il è il Messia delle profezie, in quanto il suo nome è “Salvatore” (“Turi”, per gli amici)…

Conclusione

Tutti i versetti di cui sopra possono essere compresi con un pò di studio e considerazione del loro contesto. Coloro che vorrebbero tentare di utilizzare questi versi per applicarli alla figura di Maometto, dimostrano di avere una parecchio superficiale comprensione della Bibbia. La verità è disponibile per chiunque voglia concordare. Tuttavia, la ricerca della verità richiede uno sforzo. Si richiede un’adeguata motivazione, sincerità e onestà. Ciò può essere fatto, basta volerlo. Come disse Gesù:

«conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» Gv 8:32

Note

Zakir Naik, Prophet Muhammad  in the Bible: www.islam101.com/religions/christianity/mBible.htm