Yahweh e Yeshua, stessa persona | parte #2

YahwehIntroduzione

Tempo fa, dopo aver scritto un articolo in cui elencavo diversi paralleli biblici che interessano Yahweh, il Dio dell’Antico Testamento, e Gesù, vorrei proporre in questo breve articolo, un altro spunto su cui meditare. Nel precedente articolo (leggi qui), da cui ne ho tratto anche un mini trailer (guarda qui), ho ricevuto tantissime critiche da “fazioni” di credenti e non credenti.

Come dico sempre, non sono il tipo di persona che va a caccia di applausi, perché vista la mole di “bacchettate” che ricevo quotidianamente dai miei lettori più “spiritualoni” di sempre, dovrei anzi rinunciare alla mia piccola carriera di scrittore e divulgatore. Ma ciò non è abbastanza sufficiente per permettere che un’opera iniziata – non per mie capacità – smetta in questo misero modo…

Esposizione

Personalmente, nutro la convizione che Yahweh e Yeshua (Gesù) siano la stessa persona o individuo. Molti dicono che tale mia affermazione è errata, perché Yahweh rappresenterebbe il Padre di Gesù che, diverse volte, Egli stesso cita fra le pagine del Nuovo Testamento. Gesù non può essere Padre di sé stesso né il Padre può essere Figlio di sé stesso. E su questo sono più che d’accordo. Ed è a tal proposito che la mia convinzione diventa sempre più ferrea, dato che sostengo che Yahweh non è il Padre di Gesù, ma Gesù stesso!

Fra i vari esempi che potrei esporre per dare credito a questa mia convinzione, ne scelgo uno:

«Il Padre che mi ha mandato, egli stesso ha reso testimonianza di me. La sua voce, voi non l’avete mai udita; il suo volto, non l’avete mai visto; e la sua parola non dimora in voi, perché non credete in colui che egli ha mandato» (Giovanni 5:37-38 – Nuova Riveduta)

In questo passaggio, si usa il tipico linguaggio dell’antropomorfismo, assegando a Dio un “volto”. Questo tipo di linguaggio non pretende di essere letto sempre e comunque ad litteram, perché pone delle similitudini e termini di paragone, parlando di un qualcosa di specifico, ma in altri termini. Alcune traduzioni dicono: «il suo sembiante non l’avete mai veduto» (Riveduta). Data questa differenza di traduzione, ci è d’obbligo doverci vedere chiaro andando a sbirciare il testo originale.

Il termine greco utilizzato per «volto» è eìdos – εἶδος – e vuole significare «forma», «apparenza», «visione». Quindi, la lettura «volto» sembra più un’interpretazione arbitraria del traduttore che un fedele riferimento all’originale greco. La cosa che più mi fa sorridere è che la Riveduta ha mantenuto fedeltà al testo greco, mentre la Nuova Riveduta, che è la versione “aggiornata” della Riveduta, commette l’errore (sic!). Sono del parere che una traduzione aggiornata dovrebbe correggere degli errori commessi in precedenza piuttosto che “correggere” delle traduzioni ben riportate facendole cadere paradossalmente in errore. Qui mi vien da citare, ironicamente, il passo  di Isaia 5:20: «Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro!» (Isaia 5:20).

Visto che noi siamo dei grandi sostenitori della fedeltà del Testo senza fare uso delle cosiddette “traduzioni interpretate”, da questo momento ci baseremo sul versetto proposto dalla Riveduta che viene tradotto correttamente:

«E il Padre che mi ha mandato, ha Egli stesso reso testimonianza di me. La sua voce, voi non l’avete mai udita; il suo sembiante, non l’avete mai veduto; e la sua parola non l’avete dimorante in voi, perché non credete in colui ch’Egli ha mandato» (Giovanni 5:37-38 – Nuova Riveduta)

Questo brano è a mio avviso cruciale, in quanto si registrano due affermazioni molto interessanti che riaguardano il Padre:

  • La sua voce non è mai stata udita;
  • Le sue sembianze non sono mai state viste.

Alla luce di ciò, chi ha effettivamente parlato agli uomini durante le vicende di tutta la Bibbia? Arrivando subito al nocciolo della questone senza perdermi in chiacchiere, chiediamoci se la figura di Yahweh rientra nei due requisiti detti poc’anzi.

Secondo i miei critici, la voce di Yahweh corrisponderebbe alla voce del Padre perché Yahweh sarebbe il Padre. Se fosse vero che Yahweh sia il Padre, allora bisogna spiegare come mai non in pochi hanno udito la sua voce, a partire da Adamo, Abrahamo, Isacco, Giacobbe, etc. Chiunque abbia udito quella voce, non può essere quella del Padre, perché, appunto, la sua voce «non l’avete mai udita». A parte quel caso unico dove si sente la famosa frase provenire dal Cielo: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto» (2Pietro 1:17; cfr. Matteo 3:17; Marco 1:11; 9:7; Luca 3:22). Chi è che parla deve necessariamente essere il Padre, dato che menziona il proprio Figlio (attenzione a non confondere il riferimento Padre/Figlio in termini di “parentela”). Altro dettaglio da non trascurare è che quella voce la udirono solo in pochi. Ma pur sempre l’udirono. Quindi, chi ha parlato se la voce del Padre mai è stata udita?

Le sembianze del Padre non sono mai state viste, quindi sarebbe logico affermare che nemmeno le sembianze di Yahweh siano mai state viste. Eppure, il Libro dei Numeri non è proprio d’accordo con questa affermazione; mentre Miriam e Aaronne, sorella e fratello di Mosé, mormoravano contro quest’ultimo, Dio stesso intervendo, ha detto (quindi viene udito dai lì presenti):

«Con lui [cioé con Mosè] io parlo a tu per tu, con chiarezza, e non per via di enigmi; egli vede la sembianza di Yahweh» (12:8).

Solo questo passaggio risponde a tutti i nostri quesiti. Quindi Mosè ha visto «la sembianza di Yahweh» che, a questo punto, non può essere il Padre, ma il Verbo. Il Padre (cioè la sorgente della Divinità) nessuno l’ha mai visto (Giovanni 1:18; 1Giovanni 4:2).

La Bibbia dice tantissime volte che Dio ha parlato sia a singoli uomini che a nazioni intere, che è stato udito dunque, ma non era Dio Padre a parlare e ad essere udito, perché il Padre non è il Verbo, di conseguenza, Yahweh non è il Padre, ma il Verbo.

La grammatica non è un opinione

Un brano biblico che potrebbe essere usato per smentire facilmente questa mia esposizione, è la lettura italiana di Isaia 9:5 (v.5 nelle’ebraico, nelle nostre traduzioni invece corrisponde al v.6):

«Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace»

Questo passaggio, è uno fra i più messianici della Bibbia, dove si parla, appunto, della “futura” venuta del Messia. Se la parola “futura” l’ho messa fra virgolette c’è un motivo, e a tal proposito, per maggiori approfondimenti circa il linguaggio espressivo usato i questo versetto, rimando il lettore a un precedente articolo (leggi qui). Ciò a cui voglio destare la mia concentrazione è l’espressione «Padre eterno» che vale la pena analizzarla, questa volta, nella lettura ebraica.

L’ebriaco masoretico usa l’espressione ‘avi’àdאֲבִיעַ֖ד – composto dai seguenti termini:

  • ‘avì – אֲבִי – letteralmente «padre di […]» perché formulata allo stato costrutto,[1] il che indica un’appartenenza. Allo stato assoluto, invece, è semplicemente ‘avאַב – «padre», che qui non si verifica;
  • ‘adעַ֖ד – letteralmente «sempre», «per sempre», «per tutto il tempo», «di lunga durata», «permanentemente» e, come dichiara espressamente il Koehler & Baumgartner «everlasting father» (padre eterno) o meglio ancora «father from eternity» (padre dell’eternità).

La presenza dello stato costrutto ci obbliga a fare una scelta non arbitraria, ma grammaticalmente precisa, in quanto «father from […]» mantiene più o meno l’originale costrutto ‘avì – אֲבִי – «padre di […]», che nella traduzione «padre eterno» scompare. Avremmo dovuto leggere altrimenti ‘av ‘olàm – אַב עוֹלָ֑ם. Tuttavia, il Koehler & Baumgartner avrebbe mantenuto la letteralità se al posto di “from” avesse riportato “of”, o meglio ancora il genitivo sassone “father’s eternity”.

L’espressione «padre eterno» è differente dall’espressione «padre dell’eternità». Le due frasi vogliono significare cose differenti e «padre eterno» non è ciò che intende esprimere il brano di cui sopra. Quindi, il Verbo, non essendo il Padre (per eccellenza) può essere comunque il padre dell’eternità (di un qualcosa di specifico), dato che è lui, il Verbo, ad elargire il dono della vita eterna.

Conclusione

Sostenere che il Verbo sia il «padre eterno» è errato, almeno secondo me. Questa è più una visione che appartiene agli unitari, quindi agli antitrinitari, che vogliono vedere nel Verbo anche il Padre, ignorando che sono due “personalità” (non due déi) distinte e separate e ignorando anche il fatto che il testo ebraico non esprime questa espressione. Purtroppo, i giochi di parole come «io e il Padre siamo uno» e «chi ha visto me ha visto anche il Padre», traggono in inganno il lettore occasionale della Bibbia, perché altrimenti dovremmo pensare che il Figlio è il Padre e che effettivamente il Padre è stato visto al contrario di quanto dice Giovanni al capitlo 5. Ma la Bibbia, allora, si contraddice! No, affatto, perché è solo una questione di mancato comprendonio e mancanza di strumenti a disposizione del lettore occasionale.

Sostenere invece di vedere il Padre attraverso le azioni di Gesù, allora non c’è nulla di equivoco, poiché Egli ne è il riflesso, non la “persona”.

Infine, a me sembra chiaro che Yahweh è Gesù in persona, in quanto fin dal principio, quando Egli parlava agli uomini, era il Verbo a manifestarsi e non il Padre, che nessuno ha mai visto né udito, se non tramite un “portavoce” di nome Logos, meglio conisciuto come Gesù Cristo.

  • Del Padre nessuno ha mai visto la sua sembianza, mentre di Yahweh sì.
  • Del Padre nessuno ha mai udito la sua voce, mentre di Yahweh sì.

Quali e quante sono le probabilità che Yahweh sia il Padre? Secondo me nessuna!

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Note:

[1] Lo stato costrutto indica un’appartenenza, conferendo al termine un’idea composta che la rende “dipendente”. Si costruisce così il genitivo, che lega il termine costrutto alla parola successiva. Lo stato assoluto, invece, rende una parola “indipendente”, esprimendo di per sé un’idea di base.

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