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Vayyiqra’: «ed (egli) chiamò» | verbo al passato

vayiqra

In ebraico, il verbo «chiamare» corrisponde all’espressione “qara” che, nella Bibbia ebraica (Testo Masoretico), ricorre 211 volte in 209 versetti nella morfologia di vayyiqra’ (vedi immagine). Con questo termine, inizia il Libro del Levitico, infatti, nella Bibbia ebraica, quel libro che noi occidentali intitoliamo “Levitico”, gli ebrei intitolano “Vayyiqra’”. In sostanza, i libri della Torah e qualche altro, vengono intitolati con la prima parola con cui esso inizia.

Scritto in questo modo (vayyiqra’), è un verbo imperfetto di forma qal, con vav congiunzione, alla terza persona singolare. Giusto per intenderci, cosa significano queste cose?

  • Verbo imperfetto: indica un’azione incompleta, non terminata, indipendentemente dal tempo (passato o presente o futuro);
  • Forma qal: corrisponde alla terza persona singolare del nostro passato remoto, in questo caso si traduce «(egli) chiamò»;
  • Vav congiunzione: la vav congiunzione (o vav consecutiva secondo alcuni grammatici), corrisponde alla nostra “e” o virgola di separazione fra una parola e l’altra (ma non solo). Quando si scrive un elenco di cose, la vav è unita alla parola come prefisso. In questo caso traduciamo «ed (egli) chiamò».

Va-yiqrà significa quindi «ed (egli) chiamò», al passato, per via della sua formulazione qal che indica, appunto, il passato remoto.

Come si è già detto, i passaggi in cui ricorre vayyiqra’ non sono pochi, tuttavia li elencherò comunque per libro, in modo che il lettore possa verificare per conto suo nelle varie traduzioni italiane:

  • Genesi 1:5,8,10; 2:20; 3:9,20; 4:17,26; 5:2-3,29; 12:8,18; 13:4; 16:5; 20:8-9; 21:3,17,33; 22:11,14-15; 25:26; 26:9,18,20-22,25,33; 27:1; 28:1,19; 31:4,47,54; 32:3,31; 33:20; 35:7-8,10,15; 38:3,29-30; 41:8,14,45,51; 45:1; 47:29; 48:16; 49:1;
  • Esodo 1:18; 2:22; 3:4; 7:11; 8:4,21; 9:27; 10:24; 12:21,31; 17:7,15; 19:7,20; 24:7,16; 32:5; 34:5-6,31; 36:2;
  • Levitico 1:1; 10:4;
  • Numeri 11:3,34; 12:5; 13:16; 21:3; 32:41-42;
  • Deuteronomio 3:14; 5:1; 29:1; 31:7;
  • Giosuè 4:4; 5:9; 6:6; 9:22; 10:24; 23:2; 24:1,9;
  • Giudici 1:17,26; 6:24,32; 9:7,54; 15:17-18; 16:28;
  • Rut 4:14;
  • 1Samuele 3:4,10,16; 7:12; 9:26; 12:18; 16:5,8; 17:8; 19:7; 20:37-38; 24:9; 26:14; 29:6;
  • 2Samuele 1:7,15; 2:16,26; 5:9; 6:8; 9:9; 11:13; 12:24-25; 13:17,23; 14:33; 15:2; 18:9,18 (x2),25-26,28; 21:2;
  • 1Re 1:9,19,25; 2:36,42; 7:21 (x2); 9:13; 13:2,21; 16:24; 17:10-11,20-21; 18:3; 20:7; 22:9;
  • 2Re 4:12,15,36; 6:11; 7:11; 12:8; 14:7; 18:4,28; 20:11; 23:2,17;
  • 1Cronache 4:10; 7:23; 13:11; 15:11; 21:26; 22:6;
  • 2Cronache 3:17; 14:10; 18:8; 20:3; 24:6; 34:18,30;
  • Esdra 2:61;
  • Nehemia 7:63; 8:3,18;
  • Ester 6:11;
  • Giobbe 42:14;
  • Salmo 50:1; 105:16;
  • Isaia 21:8; 22:12; 36:13;
  • Geremia 29:29; 36:4,10,15; 42:8;
  • Ezechiele 9:1,3; 20:29;
  • Daniele 2:37; 5:18; 8:16;
  • Giona 3:4.

In molte di questi passaggi, il lettore non troverà la traduzione «chiamò» ma anche «diede il nome», «assegnò il nome di…», etc. Mentre, in ebraico ricorre sempre vayyiqra’ che va sempre inteso come passato remoto.

Fra i passi elencati sopra, ho volutamente omesso Isaia 9:5, che leggeremo insieme in diverse versioni italiane:

«Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato (vayyiqra’) Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace» (Nuova Riveduta)

«Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato (vayyiqra’): Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (C.E.I.)

«Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato. Sulle sue spalle riposerà l’impero, e sarà chiamato (vayyiqra’) Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace» (Nuova Riveduta)

«Poiché un fanciullo ci è nato, un figliuolo ci è stato dato, e l’imperio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato (vayyiqra’) Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace» (Riveduta)

«Perciocchè il Fanciullo ci è nato, il Figliuolo ci è stato dato; e l’imperio è stato posto sopra le sue spalle; e il suo Nome sarà chiamato (vayyiqra’): L’Ammirabile, il Consigliere, l’Iddio forte, il Padre dell’eternità, il Principe della pace» (Diodati)

Tutte le versioni sopra, ad esclusione della C.E.I., adottano la traduzione «sarà chiamato» al futuro, quando si è chiaramente spiegato che vayyiqra’ è al passato remoto. Invito il lettore a far caso che tutti i verbi espressi nel versetto sono al passato, mentre vayyiqra’ viene erroneamente tradotto al futuro.

Mi vien da pensare che nessuno di questi traduttori abbia tradotto il versetto dal testo ebraico, ma sembra anzi piuttosto evidente (e anche ridicolo) che fra di loro si siano scopiazzati senza ricorrere al testo originale. Probabilmente, il motivo che ha spinto i traduttori a coniugare il verbo al futuro anziché al passato in modo del tutto arbitrario, è enfatizzare, nel versetto, il senso “messianico” riguardo a un futuro figlio che nascerà, a cui verranno assegnati dei nomi straordinari.

Tuttavia, non è necessario falsificare una traduzione per “cristianizzare” o “messianizzare” di più il versetto in questione, in quanto, la straordinarietà di Isaia è quella di parlare di eventi futuri come se li avesse già vissuti. E così intende esprimere il versetto. A tal proposito, scrive Fernando De Angelis, ex insegnate e scrittore:

«Un altro aspetto straordinario del libro di Isaia è la sua capacità di attraversare i secoli. Isaia si colloca fra i re Uzzia ed Ezechia, cioè più di un secolo prima dell’invasione babilonese e la collegata deportazione. Che Isaia annunci la deportazione è normale per un profeta, è invece straordinario che veda chiaramente oltre, cioè che veda la caduta di a Babilonia e l’avvento dei Persiani, indicando anche il nome dell’imperatore, Ciro, che sarebbe emerso circa due secoli dopo, non però parlando di questi fatti come se dovessero avvenire, ma come se fossero già avvenuti!

Chi esamina la questione sulla base della sola ragione, conclude che certe parti del libro di Isaia siano state scritte dopo e che, perciò, sarebbero resoconti storici spacciati per profetici […].

Isaia insiste che è proprio la capacità di anticipare il futuro ciò che distingue il Dio di Israele dai falsi dèi rappresentati dagli idoli […], è perciò “normale” che la previsione del futuro caratterizzi il suo libro, mentre non è affatto normale che un intero popolo (Israele) accetti come profetico qualcosa che è stato ingannevolmente scritto dopo […].

C’è però un altro argomento che per i cristiani è decisivo, perché un personaggio come Gesù è difficile da immaginare: giusto e messo fra gli ingiusti, innocente e che non si difende, senza colpe e che paga le colpe altrui, moralmente più elevato e anche il più umile. Isaia lo descrive vedendo la sua storia come se l’avesse già vissuta (Isa 50:5-10; 52:13 a 53:12). Se, descrivendo Gesù, Isaia ha penetrato sette secoli, allora non è stato per lui difficile arrivare fino a Ciro (solo due secoli dopo)» (Fernando De Angelis, Riassunto dell’Antico Testamento, vol.1, edizioni La Pietra Angolare, 2016).

Sembra evidente, dunque, che non è necessario falsificare un verbo per tentare di far funzionare “meglio” una profezia messianica, in quanto anche se il verbo fosse stato tradotto correttamente al passato remoto, la profezia avrebbe mantenuto comunque il suo valore messianico, poiché Isaia non parlò «di questi fatti come se dovessero avvenire, ma come se fossero già avvenuti».

Se i traduttori avessero avuto maggior rispetto per il testo biblico, piuttosto che dei propri ideali e/o dogmi, il brano non avrebbe comunque mutato il suo senso messianico. Una traduzione forzata e scorretta, anche perché gli altri verbi espressi sono al passato, mentre uno viene tradotto arbitrariamente al futuro. O tutti i verbi sono coniugati allo stesso tempo, futuro o passato, oppure tutti i traduttori hanno commesso lo stesso errore, facendo decadere quindi la loro affidabilità in qualità di “traduttori ufficiali”. Solitamente, questo genere di errore si riscontra quando a scuola, durante un compito in classe, un gruppetto di alunni sceglie di scopiazzare da quel compagno che ritenuto il più “secchione”, non curandosi del fatto che ciò che stanno scopiazzando potrebbe essere un errore. Se sbaglia il più “bravo”, di conseguenza sbagliano tutti gli altri che hanno scopiazzato da lui.

Mi fa sentire anche in un certo imbarazzo che, uno come me, da nessuno, da traduttore indipendente e non ufficiale, debba scoprire certi errori che i cosiddetti “traduttori ufficiali” non dovrebbero commettere.

2 Comments

  1. Filippo
    Filippo 13/12/2017

    I miei complimenti.
    Penso che forse L’ uso del futuro possa essere una scelta dettata dalla finalità di non lasciar fraintendere all’ ingenuo lettore che lo scopo del passo è additare un evento futuro e non narrarne uno già trascorso.
    Insomma…un cambio di tempi…ma a fin di bene.
    Ovviamente la mia è solo un’ idea…non una certezza.

    • Daniele Salamone
      Daniele Salamone 13/12/2017

      Ciao Filippo.
      Personalmente preferirei che le traduzioni rimanessero fedeli ed eventuali chiarimenti indicati in una nota eplicativa. In fondo i Masoreti così facevano, lasciavano intatto il testo originale ed eventuali pareri, correzioni e simili li annotavano ai margini (masora parva / masora magna). Non costa molto, ma si capisce quando una traduzione viene veicolata per un fine teologico specifico anche quando non è necessario farlo.

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