Quanto è corretto o scorretto dire a una persona «ti benedico»?

Il primo significato che si conferisce a questa frase è «parlare bene di qualcuno»; finché si vuole arbitrariamente intendere questo, può anche andare bene; infatti, questo modo di pensare appartiene al gergo e pensiero religioso: il «ti benedico» consisterebbe nel parlar bene di qualcuno con Dio come testimone. Ma, d’inanzi a Dio, quanto serve dire bene nei confronti di qualcuno? Cioè, può un uomo mettere una buona parola su un’altra a Dio? Oppure è Cristo che, in qualità di Avvocato, ha l’autorità di «dire bene»?

Inoltre, se una persona mi benedice nel senso di «dire/parlare bene» di me, da un lato può farmi piacere, ma dall’altro può anche non importarmene nulla, perché non è il dire bene nei miei confronti da parte di altre persone che mi importa, perché dobbiamo preoccuparci di più che sia Cristo a parlare bene di noi al cospetto del Padre.

Dire a una persona «ti benedico» non gli cambierà sicuramente una particolare situazione (specialmente se detto come formuletta magica), ma certamente può essere un conforto, a volte però illusorio perché inefficace per la persona verso la quale si elargisce la «propria benedizione». Mentre, quando è il Divino a benedire, le situazioni non mutano semplicemente, possono stravolgersi. In realtà, molti credenti non sanno nemmeno cosa significa «ti benedico» o quanto meno ne fraintendono il significato biblico. Anziché applicare una limpida esegesi (permettere alla Bibbia di dire ciò che ha da dire) si applica una equivoca eisegesi (far dire alla Bibbia cose che non dice). Alcuni pensano che la frase «ti benedico» voglia essere un termine augurale, cioè «ti benedico affinché il favore di Dio scenda sulla tua vita»; «ti benedico, nel senso che dico bene di te»; «ti benedico affinché Dio si dimostri propizio verso di te»; «ti benedico affinché Dio ti faccia del bene, ti renda completo, ti faccia prosperare». In realtà, sarebbe più corretto dire: «ti auguro tante benedizioni da parte di Dio».

Le affermazioni di cui sopra mi sono state suggerite tramite un sondaggio che ho aperto nella mia bacheca di Facebook: Quando a una persona dite “ti benedico”, cosa intendete?

«Benedire» secondo il “gergo” biblico

Molte di queste affermazioni confondono il benedire con il dire-bene; inoltre il benedire una persona viene confuso anche con “l’augurare” cose positive. Eppure, biblicamente parlando, esistono due tipologie di benedizioni che non sono semplicemente degli “auguri” o “boni propositi” verso la persona che si intende benedire (solo a parole):

  1. Quella che viene dall’Alto, quindi trascendente (e non solo);
  2. Quella che si scambiano i credenti, benedizione materiale (mai tascendente).

Ogni volta che si «benedice» a parole un’altra persona, se si dovesse rispettare la Scrittura, questa benedizione dovrebbe essere elargita in termini prettamente materiali: vale a dire, la benedizione è un donazione, un’offerta materiale, dare o consegnare qualcosa come atto spontaneo a un amico, parente o conoscente. Troppo facile dire «ti benedico» quando poi, nel concreto, non si fa nulla per benedire quella persona. In questi casi, la benedizione viene elargita solo con inutili parole (verba volant) piuttosto che nei concreti ed efficaci fatti (scripta manent). Quando a qualche persona bisognosa, chiunque essa sia, si dona una busta piena di spesa, tale va considerata come vera e propria benedizione. Anche il semplice atto di offrire una pizza va inteso come una benedizione.

Esempio biblico

Anticamente, quando un padre doveva consegnare l’eredità al primogenito, consegnava la propria benedizione sotto forma di patrimonio: denaro, bestiame, etc. Ricordiamoci di Isacco nei confronti di Giacobbe: la famosa storia di un’eredità scambiata per una minestra di lenticchie. Cosa disse Esau al padre Isacco quando scoprì di essere stato ingannato dal fratello che si è finto primogenito? «Non hai serbato qualche benedizione per me?» (Genesi 27:36). Oppure, come si fa a rubare una benedizione (Genesi 27:35)? Ormai Isacco aveva ceduto il proprio patrimonio/benedizione al secondogenito che aveva finto di essere il primogenito, sfruttando l’ipovedenza del padre e l’appoggio della madre; non si poteva tornare indietro, perché la benedizione tramandata da padre in figlio doveva essere consegnata interamente e non solo in modo parziale. Ormai la benedizione era stata assegnata e non poteva essere restituita perché proprietà ufficiale del beneficiario. Isacco non avrebbe potuto dire «siccome ti sei preso gioco di me, consegna a tuo fratello la benedizione che non ti spetta», perché nel momento in cui la benedizione veniva consegnata non apparteneva più a chi l’ha consegnata! Orma il “contratto” sulla parola era stato firmato.

La benedizione intesa in senso trascendente, può essere dunque quantificata? Certamente no. Pare chiaro che le benedizioni intese nelle Scritture, ovvero quelle che si scambiano gli uomini, non hanno niente a che vedere con la frase «ti benedico» intesa a modo nostro, cioè in termini di “augurio”, perché finché non si dà qualcosa, il «ti benedico» dirlo non serve a niente! Un evidente segno, questo, che molti lettori della Bibbia non sanno quello che dicono, ignorando il senso del linguaggio biblico e inserendo il proprio modo di pensare moderno in un testo antico 3500 anni.

Un uomo può benedire un altro uomo solo in termini materiali, altrimenti, se non si è disposti a benedire come si dovrebbe, è giusto lasciare che la benedizione sia lasciata a Colui che benedice dall’Alto, sia materialmente che spirituale. Tanto vale esprimere un semplice «Dio ti benedica» se non si hanno le intenzioni di adempiere il voto di benedire qualcuno.

Se un uomo ha intenzione di benedire qualcuno, bisogna intendere che farebbe tutto il contrario di maledire o dire-male (sparlare). Di conseguenza, bisogna comprendere che nel gergo biblico, maledire e benedire sono due contrari: se benedici dai, se maledici togli. Nel gergo biblico, maledire non vuol significare dire-male. Quando nella Bibbia si «maledice» qualcuno, ad esso viene tolta qualcosa:

  1. Genesi 3:14 – viene tolta la dignità al serpente;
  2. Genesi 3:17 – viene tolta al suolo la proprietà di produrre frutti senza la necessità di intervento umano;
  3. Genesi 4:11 – viene tolta a Caino la possibilità di rimanere presso la terra dove era nato e cresciuto;
  4. Genesi 5:29 – si fa riferimento alla nascita di Noè, riguardo al fatto che questo personaggio avrebbe fatto si che la «fatica delle nostre mani a causa del suolo che Yahweh ha maledetto» sarebbe stata ritramutata in benedizione. Infatti, si parla di «fatica delle nostre mani», in armonia con la maledizione inflitta al suolo in Genesi 3:17. Probabilmente, da Noè in poi, cominciarono a crescere spontaneamente quelle piante commestibili che prima crescevano solo attraverso l’intervento umano;
  5. Genesi 9:25 – a Canaan, discendente di Cham, viene tolta la dignità e la possibilità di essere servito da altri;
  6. Altri riferimenti si trovano in Genesi 27:29; Levitico 20:9; Numeri 22:6; 23:8; 24:9; Deuteronomio 21:23; 27:15-26; Deuteronomio 28:16,18-19; Giosuè 6:18,26; Giudici 21:18; 1Samuele 14:24,28; 1Re 21:10,13; Salmo 37:22… solo per citarne alcuni.

La «maledizione» può essere riferita all’atto di uccidere, togliere la vita a qualcuno (2Samuele 19:21; Salmo 37:22b), quindi un simile termine può valere anche da eufemismo o sinonimo di uccidere, togleire la vita.

La frase biblica «benedite e non maledite» (Romani 1:14) non va fraintesa con il nostro «dire-bene», perché immediatamente prima si dice di scambiarsi affetti, onori, amore fraterno e di «provvedete alle necessità dei santi […]» (v.13) , ma non solo, bisogna «benedire [anche] quelli che vi perseguitano» in armonia con Luca 6:29: «a chi ti toglie il mantello non impedire di prenderti anche la tunica», senza opporre alcuna resistenza. Quindi, se una persona maledice (toglie), bisognerebbe ricambiare con una benedizione (dare): «vinci il male con il bene» (Romani 2:21). In questo modo, attraverso l’amore verso i prossimo (in particolar modo verso il nemico), si può gettare un seme che può germogliare nel cuore del persecutore e indurlo al ravvedimento, riconoscendo di aver ricevuto un amore immeritato.

Dire pubblicamente a qualcuno «ti benedico», quindi, che senso ha? Si va forse a caccia di applausi o ci si vuole far vedere “pii” e “santi”? La benedizione più grande è «realizzare prima il regno di Dio, e tutte le altre cose saranno date in più». Questa è la benedizione che viene dall’Alto e che può essere elargita anche attraverso gli uomini, non appena si avrà realizzato il regno di Dio. «In più» significa soddisfare dell necessità “extra” (o capricci) rispetto a ciò che già si ha e che è sufficiente avere.

Quindi, prima di dire a qualcuno «ti benedico», è bene specificare cosa si intende dire, perché un conto è parlare bene di qualcuno, un altro conto è benedire nel gergo biblico.

Esempio attuale in Giacomo 2:14-17

«A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta»

In quanti dicono «ti benedico» ma poi non fanno nulla per far si che la benedizione sia concretamente valida? La citazione di Giacomo «andate in pace, scaldatevi e saziatevi» è un eufemismo perfetto che equivale al nostro moderno «ti benedico» senza fare nulla per benedire la persona che ha bisogno. Sembra chiaro che «benedire» qualcuno significa «dare le cose necessare per il corpo», ovvero dare qualcosa di concreto, di prettamente materiale (vedi Romani 1:13). Quindi, se a parole si dice «ti benedico» ma poi con i fatti non si fa nulla per benedire quella persona, allora il parlare è vano.