Praticare la giustizia: pubblicamente o nel segreto?

affari della chiesaDurante la divertente e al contempo sconcertante lettura di un testo del prof. Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mani cattolici), che tuttavia sarà oggetto di analisi più approfondite nei prossimi articoli, oltre che riscontrare l’intero complesso illogico “Odifreudiano” della mente di quest’ultimo (qualcosa l’ho discussa anche nel mio ultimo libro La Bibbia non è un mito), tra bizzarre interpretazioni ed errate traduzioni di lingue antiche (ebraico ed aramaico) fino ad arrivare all’apice del ridicolo cosmico, quasi come “oasi nel deserto” (come per dire, “ah, finalmente qualcosa di logico”) – dopo le torride bislaccherie da lui espresse nelle sue critiche “sul Genesi” o comunque sul Pentateuco in generale – ho riscontrato delle considerazioni di carattere storico contemporaneo assai interessanti e provocatorie ma soprattutto vere allo stesso tempo legate al modus operandi (modo di operare) di quella chiesa che secondo il cattolicesimo “puro, senza macchia” – stando al suo dire – è stata affidata all’Apostolo Pietro con il fatidico gioco di parole Cristo, sicuramente espresso in lingua aramaica, ma trascritto dal redattore biblico in greco con «Petros-petra» (Pietro-roccia).
Durante il suo sviluppo in gran maggioranza di carattere sia politico che economico, e in minoranza religioso (sic!), con tutta questa “bella gente” ritratta nella foto di cui sopra che, secondo il resoconto storico hanno dimostrato di essere davvero, come dire, molto amorevoli, altruisti e pieni di compassione per il prossimo, nel 1801 con Napoleone, nel 1855 con Francesco Giuseppe, nel 1929 con Mussolini, nel 1933 con Hitler, nel 1940 con Salazar e nel 1953 con Fransisco Franco, la chiesa di Roma «ha ottenuto diritti e favori in cambio di un sostegno più o meno tacito o espresso ai loro regimi».[1] In sostanza, grazie a questo scambio di favori, patti e leggi di “alleanza” con questi individui, il gruzzolo tentennante della chiesa – già da allora molto cospicuo – crebbe ulteriormente, e ancora tutt’oggi, nonosante nel 1929 la “santa sede” «venisse regolata dalla cosiddetta Legge della Guarentigie del 1871 che le fece fruttare circa 3.225.000 lire» del vecchio conio a cadenza annuale di cui non si sa con certezza se non li abbia davvero incassati (circa 10 milioni di euro odierni, senza calcolare i beni immobili sparsi per tutto il mondo), continua a chiedere l’8×1000
Non solo il governo della chiesa cattolica si prefige il vicariato di Cristo espresso nella locuzione latina “vicarivm filii dei” (vicario del Figlio di Dio) espressa come epiteto del papa essendo – a loro dire – mediatore tra gli uomini e Cristo (rinnegando così il biblico e dovuto vicariato allo Spirito Santo), ma ritiene di dover fare da mediatrice anche tra il popolo e i poveri, nel senso: “consegnateci le vostre offerte; noi stessi ci “preoccuperemo” di farle pervenire ai bisognosi”. Quanto altruismo! Ma quanto! Tuttavia, al contrario del (falso e ipocrita) buonismo propagandato dalla chiesa cattolica “a sinistra e destra” del globo terrestre, l’Evangelista Matteo condanna il formalismo religioso al capitolo 6 versi 1-4 in questi termini:
 
«Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l’elemosina, non far suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua elemosina sia fatta in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa»

Queste sono le inequivocabili parole di Matteo nel Vangelo redatto secondo il suo punto di vista. Matteo tocca diversi punti che possiamo commentare con tranquillità e pace nell’animo senza sotterfugi, senza speculazioni, senza cospirazionismi, senza interpretazioni e senza “giochi di parole”:
  • «Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli»: con la parola «guardatevi» si vuole esprimere il senso di «evitate di fare qualcosa». Una cosa che non va fatta, e cioè gonfiarsi per le buone azioni che si fanno. Il bene non va praticato per essere osservati dagli uomini, ma per compiacere a Dio. Si possono fare mille azioni di beneficenza, ma se con il cuore si è distaccati con ciò che si sta facendo per gli altri, allora è solo un gesto che gli uomini possono giudicare come «positivo» perché giudicano da quello che vedono nei fatti, mentre per Dio può essere un gesto che Egli può giudicare come «negativo» poiché guarda soprattutto dentro il cuore. Un passo attinente dice «Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente» (1Cor 13:3). Se praticare la giustizia dev’essere un motivo per l’autoesaltazione dell’io, allora subentra l’egoismo e la mania di protagonismo;
  • «Quando dunque fai l’elemosina, non far suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini»: quì il discorso non è differente dal punto precedente. Per completezza di informazione, che si ricollega ai punti successivi, il redattore biblico vuole dire ai suoi lettori che il bene va fatto nel silenzio e non sui palcoscenici. Nel silenzio nessuno sa chi o cosa di niente e nessuno, e chi ha veramente in cuore di praticare la giustizia senza l’intento di acquistare gli applausi della gente, qualunque cosa egli faccia non è necessario sbandierarlo ai quattro venti;
  • «Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua elemosina sia fatta in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa»: non ha importanza far sapere alla gente quanto o cosa si offre. Un’offerta è come svelare un segreto ad una persona che, rimanendo fiduciosa nella parola non spilfera niente a nessuno. In molti hanno la cattiva abitudine di chiedere a un donatore «quanto hai donato?», parimenti altri chiedono: «quanto hai ricevuto?». Tutto questo è insensato. Un segreto è quel qualcosa che uno nasconde dentro di sé e non rivela a nessuno, a meno che non si accordi con qualcun altro nel codividere tale informazione da non rivelare a nessuno. Quanto senso avrebbe dire «voglio svelarti un segreto di cui tutti sapranno»?

La giustizia non va praticata per gloriarsi «davanti agli uomini», ma va praticata «per gli uomini» affinché sia glorificato Dio. A volte anche le nostre preghiere più intime possono risultare più egoiste delle trombe che facciamo squillare dentro le chiese. Per concludere, volutamente senza commenti aggiunti perché il Testo parla già da sé, un esempio di questo possiamo riscontrarlo sempre nelle Scritture in Lc 18:9-14:

«[Gesù] disse ancora questa parabola per quelli che erano convinti di essere giusti pur disprezzando gli altri: “Due uomini salirono al Tempio per pregare; uno era Fariseo e l’altro Pubblicano. Il Fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo Pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”. Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato»

Nota
 [1] Piergiorio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Longanesi, 2007), p.161

About Daniele Salamone