Il piano divino scritto dentro le lettere ebraiche: il Creatore e la creazione

Ultimamente sto studiando le Scritture ebraiche secondo un percorso individuale in stile “rabbinico”. Questo percorso, accompagnato anche dal percorso per diventare sofer (scriba) mi sta aiutando ad avere una visione più ampia del messaggio biblico.

La Bibbia Ebraica inizia con quelle prime tre parole famose note anche ad un pubblico che non ha mai letto la Genesi in ebraico:

bereshìth barà elohìm

Se dovessi commentare in maniera dettagliata solo queste prime tre parole, certamente non sarebbero sufficienti le pagine di questo breve saggio per poterne suggerire un’analisi esaustiva; tuttavia, in semplicità, cercherò di essere il più sintetico possibile anche se riconosco che le analisi che si andranno ad affrontare fra breve richiedono maggiori approfondimenti.

In queste tre parole, non a caso tre, vi è racchiuso a mio avviso l’intero mistero biblico della volontà divina nei confronti dell’umanità. Sono del parere che ogni singolo termine che troviamo scritto all’interno delle Scritture ebraiche non si trovi lì per caso, perché le lettere ebraiche possiedono quella particolarità di contenere al loro interno significati più profondi degli oceani. Queste lettere, originariamente concepite solo in carattere consonantico – ovvero che non è stato mai messo per iscritto un sistema vocalico se non a partire dal v sec. d.C. da parte dei Masoreti – non sono semplici lettere a sé stanti, perché oltre ad avere il valore di “lettere” hanno anche dei valori “numerici”. In sostanza, la prima lettera dell’alfabeto ebraico – la alef – ha come suo valore numerico il numero 1. Di conseguenza la beth ha il valore 2, la gimel il 3, la d dalet il 4 e così via fino alla thaw che vale 400.

Ma oltre a questo c’è dell’altro: le lettere in sé hanno un “significato”, ovvero, la pronuncia di ogni singola consonante è una parola a se stante che significa già qualcosa.  Se consideriamo il nostro alfabeto italiano, ogni lettera ha una pronuncia a sé, ma di per sé ogni singola lettera (vocale o consonante che sia) non significa niente se non accostata ad altre lettere per formulare una parola che a sua volta conferisce un significato d’insieme a quelle lettere.

Se noi prendiamo per esempio le quattro lettere C-I-A-O separatamente, ognuna di esse non vuole dirci nulla, ma se le accostiamo insieme secondo questo ordine di successione diamo luogo alla parola “ciao” che corrisponde al nostro comune saluto. Nella nostra grammatica solo una parola conferisce un valore alle singole lettere, mentre le lettere prese singolarmente non vogliono trasmetterci alcun messaggio specifico.

Le lettere ebraiche invece sono l’esatto opposto. Ogni singola lettera presa in “separata sede” può anche raccontarci qualcosa, figuriamoci cosa può uscirne fuori se accostiamo assieme più consonanti ebraiche una dopo l’altra.

La bellezza della Scrittura ebraica sta nel fatto di non essere semplicemente un Testo da leggere su un’unica dimensione, cioè limitandosi a leggere in superficie parole stampate su carta bianca. Ma se si va più in profondità si scoprono parole dentro le parole.

Tuttavia, senza perdermi in troppe chiacchiere, arrivo subito al nocciolo del mio discorso.

Come detto all’inizio, prendiamo in considerazione le prime tre parole della Genesi, scrivendole di seguito in ebraico senza considerare l’uso delle vocalizzazioni apportate dai Masoreti:

le lettere ebraiche-2

le lettere ebraiche-3Leggendo da destra verso sinistra leggiamo bereshìth barà ‘elohìm, letteralmente «In principio creò Elohìm». È interessante notare come il soggetto (Elohìm) venga collocato subito dopo il verbo (barà). Ed è altresì interessante notare come la prima parola bereshìth cominci con le stesse tre consonanti che compongono la parola successiva barà (vedi immagine a sinistra).

Nell’ebraico, generalmente, quando un sostantivo o aggettivo viene ripetuto due o più volte nello stesso versetto se ne vuole enfatizzare il concetto o magari costruirne la forma del superlativo assoluto se accostati uno accanto all’altro, ma poiché l’evidenza ci aiuta ad appurare che il verbo barà (creare) si trova anche all’interno della parola che la precede bereshìth (in-principio), allora è inevitabile pensare che il concetto della creazione vuole essere enfatizzato con una maggiore importanza.

Se la parola bereshìth significa letteralmente «in principio», allora può assumere il significato «in principio (della) creazione» dato che la parola stessa contiene già il verbo barà. Di conseguenza, si ritrova il verbo al presente barà una seconda volta, ma stavolta separato. Potremmo leggere in questo modo: «in principio (della) creazione creò». La parola bereshìth, oltretutto, è formulata allo stato costrutto, vale a dire che non sarà semplicemente «in principio» ma più precisamente «in principio di», quindi questo ragionamento può starci, in se è logico, ma non vuol dire che sia una giusta interpretazione ma quanto meno porebbe avvicinarsi molto (dico questo perché non sono il tipo di persona che dice “ho ragione io e basta”). In questo modo sembra che il redattore biblico ci abbia voluto dire che non si parla di un semplice principio ma di un principio specifico, ovvero «il principio del tutto» che interessa comunque «i cieli e la terra», anche se personalmente riterrei più corretto tradurre «[…] i (due) cieli e il luogo», giusto per essere letteralmente pignoli.

Poi, non a caso come terza parola, troviamo Elohìm, ovvero il soggetto che crea «in principio (della) creazione», quindi leggiamo: «in principio (della) creazione creò Elohìm». A primo impatto sembra una frase al quanto sgrammaticata, ma così non è per la forma-mentis ebraica.

Chi ha letto il Nuovo Testamento ed ha appreso una sua globale visione messianica, non può certo dimenticare il famoso passo di Giovanni 1:1 in cui viene rievocato proprio quel principio espresso da Genesi 1:1: «In principio era il Logos, il Logos era presso Dio e il Logos era Dio». La versione ebraica del Nuovo Testamento utilizza proprio la parola bereshìth. Questo passo si ricollega chiaramente al primo capitolo dei Colossesi in cui si dice che il Logos, cioè il Figlio, Cristo, «è l’immagine del Dio invisibile», cioè Colui che rappresenta in modo visibile in questo mondo Colui che è invisibile, vale a dire il Dio che «nessuno ha mai visto» (1Gv 4:12); «il primogenito di ogni creatura; poiché in Lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni (cioè gli ofanìm), signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di Lui», cioè del Logos, «e in vista di Lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in Lui» (1:15-17).

Detto questo vediamo come effettivamente il bereshìth della Genesi voglia illustrarci in modo “velato” quel Logos che è Dio e Creatore, rivelato nel Nuovo Testamento.

Il significato delle consonanti ebraiche

bethLa prima consonante del bereshìth è la beth, corrisponde alla lettera B e il suo valore numerico è 2 perché è la seconda lettera dell’alfabeto ebraico. Il suo significato è «casa» e per estensione «ciò che sta dentro». Non a caso la beth funge da preposizione «in», che vuol significare, appunto, anche «dentro».

reshLa seconda consonante è la resh, R, il suo valore numerico è 200 e il suo significato è «testa, capo», per estensione «colui che comanda». Se uniamo queste prime due consonanti otteniamo la parola consonantica «BR» che si pronuncerà «BaR». Questa parola è aramaica e vuole significare «figlio». Oltretutto, prendendo singolarmente queste due consonanti e unendo i loro significati come si fa per risolvere i rebus che troviamo nelle parole crociate, abbiamo «casa» + «capo», ovvero «capo di casa» o «padrone di casa». Ebbene, queste prime due lettere riecheggiano le affermazioni del Nuovo Testamento in quanto il «Figlio» (BaR) è il «capo» della «casa» o «ekklesia» (Ef 1:22; 5:23; Col 1:18). Quindi, sembra che abbiamo la prima chiara apparizione biblica del «Figlio, che è il Capo dell’Ekklesia».

shinSubito dopo abbiamo la lettera alef, detto spirito leggero, nonché la prima lettera dell’alfabeto ebraico. È una lettera che non ha pronuncia, infatti viene definita come quella consonante che indica «la voce del respiro prima di ogni parola». Il suo valore numerico è 1 o 1000 e il significato è «bue» o «toro», per estensione ne indica non tano il bue o il toro in sé quanto ad animale, ma se ne vuole trasmettere la sua forza. Anticamente il bue/toro rappresentava la divinità per eccellenza, e per questo motivo vuole indicare Dio.

Utilizzando il metodo del rebus otteniamo «BaR» + «divinità»: senza interpretazioni oggettive o arbitrarie, sembra inequivocabile il suo riferimento esteso al «Figlio della divinità». Ed ecco che nelle prime tre consonanti, ancora una volta non a caso tre, fa la sua comparsa il «Figlio di Dio».

shin01Successivamente abbiamo la consonante shin, corrispondente alla pronuncia SH, il suo valore numerico è il 200 e il significato è «dente». Per estensione otteniamo il significato di «masticare», «frantumare», «distruggere»; e se provassimo ancora una volta ad applicare il metodo del rebus sembra quasi che il nostro «Figlio di Dio» sia un «distruttore».

Capiremo fra poco in che senso.

yodContinuando incontriamo la consonante yod, Y, che è quella consonante con la quale iniziano molti nomi e sostantivi importanti: Yᵊrushalàyim (Gerusalemme); Yeshua (Gesù), Yhwh (Il Nome), etc. Il suo valore numerico è il 10 e il significato è «mano»; per estensione otteniamo «lavoro», «sforzo», «fatica».

A primo impatto sembra che il nostro «Figlio di Dio» sia un «distruttore affaticato». Tuttavia, il senso completo della parola bereshìth lo conferisce l’ultima consonante di cui è composta.

thawOltre ad essere l’ultima consonante della parola bereshìth, la  thaw, TH,  è anche l’ultima consonante dell’alfabeto ebraico. Il suo valore numerico è 400 e il suo significato è «croce» o «segno». Sembra proprio che è questa consonante a “lasciare il segno” del significato globale del nostro rebus, conferendo maggiore chiarezza ed immediatezza di comprensione.

Il «Figlio di Dio» di cui si sta parlando non è un «distruttore affaticato», ma il «distruttore della fatica» mediante un «segno», o meglio, mediante una «croce».

Ecco che dalla parola bereshìth, dal suo insieme, emerge l’intero piano di salvezza suggerito in linguaggio profetico messianico un po’ da tutto l’Antico Testamento e in modo concreto e realistico dal Nuovo Testamento (vedi schema seguente).

schema bereshit

Ma non finisce qui, perché fino ad ora abbiamo esaminato solo la prima parola: bereshìth. Passiamo alla seconda.

La seconda parola, barà, indica il verbo creare al singolare. Le consonanti da cui è composta questa parola sono le stesse prime tre consonanti che troviamo in bereshìth. Senza soffermarci nuovamente sul singolo significato delle tre consonanti beth, resh e alef, ci limitiamo solo a considerare il significato nel suo insieme, ovvero «creare» ma anche «Figlio di Dio» come si è visto. Come già detto nelle righe precedenti citando il passo dei Colossesi, questo «Figlio» è il Logos Creatore, ovvero quel «Figlio di Dio che distrugge la fatica con la croce», nonché il «Creatore».

Dopo il verbo «creare» appare il sostantivo elohìm che vuole riferirsi al soggetto che compie l’azione del creare: Dio.

Senza indagare ulteriormente sulle singole consonanti di questa parola, ci rifaremo solo a ciò che vuole indicare nel suo insieme, appunto la «divinità». Non a caso, infatti, elohìm inizia proprio con la lettera alef vocalizzata da una semivocale hatèf-segòl che ne conferisce la sua pronuncia iniziale E. Quindi, in pari accordo con quanto espresso da Giovanni 1:1, il «Figlio di Dio che distrugge la fatica con la croce», oltre ad essere il «Creatore» è anche elohìm, quindi Dio.

ethÈ interessante notare come dopo le prime tre parole bereshìth barà elohìm ne proceda come quarta parola la particella accusativa eth composta da un alef e una thaw, ovvero la prima (alef) e l’ultima (thaw) consonante dell’alfabeto ebraico accostate insieme.

La particella accusativa eth indica che il “soggetto” successivo è il complemento oggetto mentre quello che lo precede è il soggetto principale. Come complemento oggetto troviamo ha-shamàyim letteralmente «i (due) cieli» essendo il sostantivo ebraico singolare shaméka «cielo» scritto alla forma duale. Prima di eth abbiamo elohìm quindi leggiamo elohìm eth ha-shamàyim:

elohim eth ashamaim

Senza soffermarci sulla quinta parola che non ci interessa, rimaniamo sulla quarta. Da come si è potuto evincere dal significato delle consonanti nelle analisi precedenti, sappiamo che l’alef indica «Dio» e la thaw la «croce»: ovvero l’iniziale piano di Dio si conclude con la croce.

Se ci spingiamo un po’ oltre notiamo un’altra curiosità: alef e thaw sono rispettivamente la prima e l’ultima consonante dell’alfabeto ebraico, come a coincidere con alfa e omega, quali prima e ultima consonante dell’alfabeto greco.

Basta leggere i passi di Apocalisse 1:8; 21:6 e 22:13 per comprendere pienamente come fin dal principio il piano di Dio fosse già scritto nelle prime quattro parole della Bibbia ebraica. Il libro del principio, la Genesi, anticipa di almeno 1500 anni ciò che sarebbe stato rivelato all’Apostolo Giovanni quando si è adoperato per la stesura del suo libro “rivelatorio” dell’Apocalisse.

Applicando il metodo del rebus fra il primo e l’ultimo libro delle Scritture giudaico-cristiane, il libro del principio (Genesi) rivela la Rivelazione (Apocalisse) dell’Alfa e Omega, che è Figlio di Dio, nonché Dio e Creatore.

Concludo dicendo che molto spesso “le lettere parlano anche da sole”.