Il Patriarca Giacobbe: Una vivanda per una benedizione | parte #3

La sottrazione della benedizione di Isacco da parte di Giacobbe squalifica ancor di più il fratello Esaù. Solo Giacobbe, e con lui il popolo d’Israele, erediterà la benevolenza divina.

Il capitolo 27 del libro della Genesi è costruito con grande attenzione da parte del suo autore. Ci troviamo davanti una narrazione tra le più articolate del libro, dove: Giacobbe, dopo aver estromesso astutamente il gemello Esaù nell’episodio della primogenitura estorta (cfr. 25:29-34), si trova, con l’aiuto della madre, a ripetersi, sottraendo anche la benedizione del padre destinata al primogenito.

Nella società dell’Israele biblico, e in particolare nell’istituzione della famiglia, la benedizione paterna era un evento fondamentale per la vita religiosa e sociale. Fungeva da garanzia che il clan era protetto da Dio anche nella discendenza futura. Una volta pronunciata, non poteva più essere revocata (cfr. vv.33b-37), lasciando un segno indelebile in chi l’aveva ricevuta.[1]

Lo sfondo all’episodio era già stato preparato in 25:27-28, dove, oltre a presentare le personalità dei due fratelli, vengono anche palesate le preferenze dei genitori nei loro riguardi. Esaù, amante della caccia e della vita agricola, era il prediletto del padre; Giacobbe, ragazzo più tranquillo e indolente, era il preferito della madre. Proprio sulla base di queste preferenze è costruita la premessa sulla quale si posa l’intero racconto: Rebecca schierata dalla parte di Giacobbe a danno di Esaù e quindi di suo marito. Dunque, i quattro personaggi, sono contrapposti due a due. Lo stesso racconto è organizzato in modo che sulla scena non si incontrino mai Rebecca con Isacco e Giacobbe con Esaù. È solo Giacobbe, ovviamente, a fare da tratto d’unione tra le due fazioni. L’episodio, così costruito, può essere diviso in cinque parti ben legate tra loro:

  1. Isacco con Esaù (vv.1-5);
  2. Rebecca con Giacobbe (vv.6-17);
  3. Isacco con Giacobbe (vv.18-29);
  4. Isacco con Esaù (vv.30-40);
  5. Rebecca con Giacobbe (vv.41-45).

Ad ogni cambio di coppia corrisponde un cambio di scena. Notiamo ad esempio, come al versetto 30, il narratore descrive in modo accurato l’uscita di scena di Giacobbe, dopo che ha sottratto la benedizione ingannando il padre, e l’entrata dell’inconsapevole Esaù: sembra quasi che mentre l’ingannatore esce da un lato, l’ingannato entra dall’altro, senza incontrarlo. Alle due fazioni corrispondono anche due opposti programmi narrativi:

  1. Isacco indica a Esaù le condizioni per essere benedetto(cfr. vv.3-4);
  2. Rebecca si impegna perché, con l’inganno (cfr. v.35), affinchè Giacobbe si possa impadronire della benedizione (cfr. vv.8-10).

Questo sembra spiegare il perchè i due fratelli non condividono mai la stessa scena: l’incontro avrebbe smascherato il piano di Rebecca. Affiancando a questo episodio il testo di Deuteronomio 27:18 (cfr. Levitico 19:14), è evidente il grande rischio che corrono Rebecca e Giacobbe: «Maledetto chi fa smarrire il cammino al cieco!». Il loro comportamento verso una persona dalla vista impedita, come Isacco (cfr. v.1), rischia di farli incorrere in una maledizione, timore che lo stesso Giacobbe non nasconde (27:12): forse mio padre mi toccherà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione. Nonostante tutto, se Giacobbe da un lato mostra il suo timore, dall’altro non sembra toccarlo in modo particolare nominare invano il nome di Dio, coinvolgendolo nell’inganno (v.20): «Isacco disse al figlio: “Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!”. Rispose: “Il Signore tuo Dio me l’ha fatta capitare davanti”». Tutto questo continua ad evedenziare la scarsa moralità del Patriarca, e di sua madre, che attraverso la sua discendenza, avrebbe dato origine a Israele.

I versetti 18-23 mostrano la grande tensione che c’è nel primo incontro Isacco-Giacobbe, perchè sarà questo incontro a determinare se la strategia di Rebecca è vincente o meno (cfr. vv.6-13), andando quindi a determinare anche il proseguimento della narrazione.

Il versetto 23, annunciando la concessione della benedizione – che sarà impartita nei vv.27-29 –, non fa che informare sulla piena riuscita del piano. Tale benedizione, come già la profezia divina di 25:23, fa emergere ancor di più la futura superiorità di uno dei due fratelli sull’altro (cfr. vv.29,37). Considerando però che, nelle intenzioni di Isacco, la benedizione era per Esaù, legittimo destinatario (cfr. vv.3-4), questa troverà successivamente un minimo adempimento. Infatti, ad Esaù avrebbero dovuto «prostrarsi» [chawáh] i suoi parenti (cfr. v.29), cosa che accadrà in 33:3,6-7 quando lo stesso Giacobbe, insieme alla sua famiglia, tornando dal soggiorno presso lo zio Labano, nell’alta Mesopotamia, si troverà ad adempiere la previsione [chawáh].

I versetti 30-38, poi, esprimono bene tutta la vergogna di Esaù e la sconfitta di Isacco nel momento in cui prendono coscienza della verità, ma succesivamente per la regola del “chi la fa l’aspetti” lo stesso Giacobbe sarà ingannato dallo zio Labano (cfr. 29:21-23,25), presso il quale, sempre su consiglio materno (cfr. vv.43-44), aveva trovato rifugio dalla rabbia di Esaù (cfr. v.41).

Una piccola finezza stilistica da parte del narratore è questa: se nei versetti 11,23, in ebraico, c’è l’uso dell’aggettivo sa‘ír, «peloso», che richiama, per allitterazione, la terra di Seir, generalmente associata a Esaù (cfr. 14:6; 32:4; 33:14,16; 36;8-9,30), al verso 36 il verbo per dire «soppiantare», ‘aqáb (da cui ‘aqéb, «calcagno»), rimanda al nome Giacobbe (ya‘aqób, in ebraico) e al suo tenere “in mano il calcagno di Esaù” (25:26). Anche così si continua a scoprire la fine arte della narrazione biblica, e in particolare di questo racconto che, per forza di cose, si perde con le traduzioni.

Dopo questa brevissima parentesi, dobbiamo dire che all’ingannato Isacco, dopo la benedizione “strappata” da Giacobbe (cfr. vv.27-29), non restano che le parole dei versetti 39-40. Queste parole, ora rivolte realmente ad Esaù, non fanno che ricalcare in modo provocatorio, ma in forma contraria, alcune espressioni della benedizione a Giacobbe (confrontare le due benedizioni: vv.39b-40a con i vv.28-29).

Nei versetti 42-46 troviamo l’ultima comparsa di Rebecca all’interno delle narrazioni patriarcali. L’impegno materno per il ritorno di Giacobbe dall’esilio forzato presso Labano (cfr. vv.43-45), non troverà ulteriori menzioni nelle Sacre Scritture. Giacobbe resterà in quei territori per ben vent’anni (cfr. 31:41) e solo dopo al comendo di YHWH farà ritorno a casa senza riuscire a vedere più la madre. L’ultimo ricordo di Rebecca nel canone ebraico lo si trova in Genesi 49:31, quando Giacobbe ricorderà la sepoltura della madre. L’unica menzione nel Nuovo Testamento, sarà in Romani 9:10.

I versetti 41-42 ad una attenta lettura danno la possibilità di individuare un trucco stilistico paragonabile ad altre narrazioni, non ultime quelle bibliche: il procedimento cosiddetto «ellittico»: la scoperta delle intenzioni di Esaù, di uccidere Giacobbe dopo la morte del padre, da parte di Rebecca risulta molto strana visto che quest’ultima non poteva certo sentire le parole proferite da Esaù nel segreto del cuore, come ci dice il verso 41. In questi casi conta solo l’informazione che viene data all’uditore/lettore che può beneficiare dello “sguardo d’insieme” della scena che ha il narratore, il quale è in grado di conoscere non solo quello che i personaggi (Dio compreso) esprimono sensorialmente, ma anche quanto viene concepito e generato all’interno dell’animo e della coscienza. Quindi, la conoscenza delle informazioni in possesso del narratore può sopperire all’impossibilità di Rebecca, sul piano logico, di conoscere notizie riservate. Queste informazioni permettono il proseguimento della trama. Per giustificare l’accanimento verso Esaù da parte di Giacobbe, che ad ogni modo diventerà il pioniere del popolo d’Israele, ci viene in soccorso la storia d’Israele biblico. Questi testi sono stati pensati e scritti per gli israeliti. Giacobbe è il patriarca che, attraverso i suoi figli, darà origine a Israele (cfr. Genesi 35:22-26; 46:8-27; Esodo 1:1-7). Esaù, al contrario, diventerà il capostipite del popolo edomita (cfr. 25:30; 36:1-43), grande nemico di Israele (cfr. Numeri 20:14-21; 24:18; 1Samuele 14:47; 2Samuele 8:13-14; 1Re 11:14-17).

Già questo chiarisce come la sorte di Esaù, secondo il modo di pensare dell’Israele biblico, non potesse che essere sfavorevole sin dall’inizio. Il forte orgoglio nazionale d’Israele, che emerge da questi racconti, fa passare in secondo piano l’immoralità dell’episodio. Deve emergere la “simpatia” del personaggio Giacobbe e non l’etica delle sue azioni, e ovviamente della madre. Pur di attaccare e rendere ridicolo Esaù si ricorre anche a raggiri semplici ed ingenui come ad esempio quello per sottolineare il suo aspetto (cfr. 25:25). Le sue braccia e il suo collo sono così pieni di peli da essere paragonabili col vello di un capretto (cfr. 27:16; cfr. e vv.22-23).

Anche nel Nuovo Testamento si trovano “squalifiche” di Esaù a vantaggio del fratello (cfr. Ebrei 12:16-17); la comprensione di questa innata ostilità è quindi sempre ricondotta alla misteriosa elezione di Dio a favore d’Israele (cfr. Romani 9:10-18). L’unica consolazione per Esaù sembra scritta nel verso 40, contenente le ultime parole rivolte da Isacco. Esse “predicono” una futura indipendenza del popolo di Edom dal dominio del regno di Giuda, indipendenza che effettivamente si realizzerà sotto il regno di Ioram, che regnò tra l’848 e l’841 a.C. (cfr. 2Re 8:20-22; 2Cronache 21:8-10). Al di là di tutto, come fu per Caino (cfr. 4:12) e per Ismaele (cfr. 16:12; 21:20-21; 25:18), quella di Esaù sarebbe stata un esistenza da ramingo.

Note dell’amministratore

[1] Si veda anche il seguente articolo: Quanto è corretto o scorretto dire a una persona «ti benedico»?