Il Patriarca Giacobbe: Un doppio matrimonio | parte #5

Il duplice matrimonio di Giacobbe, obbligato a lavorare presso lo zio e suocero Labano per quattordici anni, ha sempre colpito, fin dall’antichità, gli interpreti, non tanto per la questione morale (visto che il matrimonio con due sorelle era vietato espressamente dalla legge: Levitico 18:18),[1] ma soprattutto per il fatto che il giovane Giacobbe, una volta astuto ingannatore, sembra subire l’astuzia dello zio che, accortosi dell’innamoramento verso la bella Rachele, rifila anche la figlia maggiore Lia, bruttina ma con un carattere forte; non a caso, infatti, generando Levi e Giuda (Genesi 29:34-35), sarà addirittura la matriarca di Mosè e Davide.

La costruzione narrativa fatta a regola d’arte, ha stimolato gli antichi esegeti che hanno visto nelle due sorelle l’immagine della vita attiva (Lia) e della vita contemplativa (Rachele). Gregorio Magno ad esempio, forzando l’etimologia del nome Rachele «principio della visione», commenta:

«Tutti quelli che si convertono al Signore desiderano la vita contemplativa, volgendosi alla pace della patria eterna; ma prima è necessario nella notte della vita presente operare ciò che è buono, con sudore e fatica, cioè prendere Lia, per cominciare la contemplazione riposandosi poi tra le braccia di Rachele» (In Ezechielem 2.2)

Ancora Tommaso d’Aquino sintetizza:

«Queste due vite sono rappresentate dalle due mogli di Giacobbe: la vita attiva da Lia, quella contemplativa da Rachele» (Summa Theologiae II-IIae, q. 179).

Tale interpretazione fu ripresa anche nel Purgatorio di Dante (XXVII, 94-108) con il poeta, che salendo verso il Paradiso terrestre, sogna una fanciulla, che in questo caso diventa bella, che sta allo specchio e prepara ghirlande di fiori per abbellirsi:

Giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:

«Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga
com’io de l’addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».

Aldilà della bellezza di questi versi, che sembrano lontani dal racconto di Genesi, resta viva l’originaria dinamica di questa stupenda narrazione e delle sue caratteristiche: il dualismo, l’aggrovigliamento, l’avvicendamento, l’evoluzione.

Il verbo «ingannare» usato dal Patriarca nei confronti dello zio in 29:25 rimanda, con la stessa radice [rmh], all’inganno con cui è stato soppiantato Esaù in 27:35. Anche lo scambio risulta rilevante: abbiamo prima il minore che si sostituisce al maggiore, ora è la sorella maggiore a sostituire la minore. Colui che con la benedizione di Isacco era divenuto «signore dei tuoi fratelli» e davanti al quale si prostrano «i figli di tua madre» (27:29), ora è «a servizio» del fratello della madre (29:27). Il contrappasso biblico non lascia scampo, ma c’è qualcosa in più, che gli esegeti antichi non hanno trascurato.

Fino al capitolo 29 della Genesi, Giacobbe è un giovane «vincente». Meno impulsivo e più astuto del fratello Esaù, è un «uomo tranquillo, che abitava sotto le tende» godendo della protezione materna (25:27-28). Sottratta la primogenitura si sostituisce al fratello, grazie all’architettura della madre, nel ricevere la benedizione paterna. Quando l’imbroglio è svelato, la madre organizza anche l’allontanamento di Giacobbe dal furioso fratello. Giacobbe parte con la solenne benedizione di Isacco, divenendo erede delle promesse fatte ad Abrahamo (28:4). Durante il viaggio tale benedizione è confermata dal sogno in cui Dio rinnova a Giacobbe le promesse fatte ad Abrahamo (28:10-15; cfr. 12:1-3).

Il cap. 29 ci presenta questo giovane che arriva nel territorio «degli orientali». La prima scena è presso un pozzo, luogo simbolo per le popolazioni nomadi per socializzare. In Genesi 29:1-14, Giacobbe giunge facilmente e senza timori (anche se è pur sempre straniero) vicino ai territori di Làbano, e interroga con insistenza i pastori che stanno al pozzo; anzi, una volta saputo dell’arrivo della bella cugina Rachele, li invita ad affrettarsi ad abbeverare le greggi e andare via, ma, saputa l’usanza che i pastori facevano abbeverare insieme il gregge, non si sottrae dal compiere una spavalda prova di forza. Da solo rotola la pesante pietra che copre il pozzo, quindi, bacia la stupenda ragazza facendo senza mezzi termini il “cascamorto” con lei, presentandosi come parente e piagnucolando sul difficoltoso viaggio e su quella che potrà essere la sua sorte. La scena è talmente rustica, che fece sbottare il rigoroso Calvino che considerò questo bacio, prima della presentazione, una grande svista redazionale. Però ciò che conta per Giacobbe è che Rachele (il cui nome significa “pecorella”) corre dal papà, che senza indugi accoglie il nipote, il quale piagnucolando ancora sulle sue presunte peripezie passa dall’essere “cocco di mamma” ad essere “cocco di zio”. La magistrale, anche un pò ironica, narrazione è davvero sorprendente. L’esuberanza giovanile di Giacobbe viene qui tutta messa in mostra. Tutto riesce bene, il Patriarca è convincente in tutto, anche i suoi pianti muovono a pietà.

Il momento è grandioso per il Patriarca: l’irato Esaù è lontano, la bella Rachele è vicina, lo zio lo ospita con gioia, Dio l’assiste in pieno. Ma l’amore ha le sue leggi. Prima di tutto se si vuole sposare una ragazza di buona famiglia bisogna avere una posizione sociale di rispetto; inoltre bisogna stipulare un contratto matrimoniale. Ad ogni modo l’amore di Giacobbe per Rachele è grande ed egli accetta un ruolo di servo per sette anni pur di sposare la sua amata (Genesi 29:15-20). Il baldanzoso giovanotto trova il primo ostacolo sul suo nuovo cammino, “pagare” per il coronamento del suo sogno d’amore. Egli non considera in alcun modo che Lia possa restare zitella, superata nella vita dalla bella sorella. Si aspetta che la sua ricompensa sarà certamente l’amata Rachele. Il suo grande desiderio fa volare i sette anni (la stessa cosa accade anche nella narrazione) e si ritrova subito al momento delle nozze. Giacobbe è impaziente di appagare il suo desiderio.

In Genesi 29:21-30, i sette anni volati via sono in contrasto con la scena “lenta” del matrimonio. Tutto appare studiato da parte di Làbano: l’invito dei vicini al banchetto di nozze (così da avere testimoni), di sera la sposa velata viene condotta dallo sposo portando con sè la serva. Cosa sta succedendo? L’appassionato sposo si accorge solo al mattino dello scambio. Il vincente e astuto Patriarca è stato imbrogliato. La risposta di Labano alla ribellione di Giacobbe non fa una piega, in quanto vengono rispettate le usanze tribali. Se vuole l’amata Rachele, Giacobbe dovrà prima onorare Lia nella settimana nuziale, e si dovrà impegnare ad essere servo per altri sette anni. Sull’amore tra Giacobbe e Rachele scende l’ombra della meno amata Lia. La narrazione di Genesi 29:31–30:24, infatti, prosegue con una lunga serie di schermaglie tra le due sorelle e cognate: Lia è feconda e, anche se meno amata, genera figli cercando di “acquistare” in questo modo l’amore di Giacobbe; Rachele rimane invece sterile e, per difendersi dalla sorella, non si fa problemi ad adottare i figli della propria schiava, soluzione che già con Abrahamo e Sara non aveva dato i frutti sperati (cfr. Genesi 16). Il patriarca si trova tra l’incudine e il martello con l’episodio delle mandragore, nel quale il diritto di stare con il marito è una sorta di compravendita tra le due sorelle (Genesi 30:15).

Da un lato la benedizione di Dio si avvera con le nascite dei figli, dall’altro le azioni del Patriarca sembrano passare in secondo piano: prima era fautore delle sue scelte e dei suoi affetti, ora si rende conto che mantenere gli equilibri con responsabilità non è cosa facile e non basta l’essere astuti: «Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?» (Genesi 30:2). Giacobbe sta maturando come uomo e solo alla fine delle numerose nascite dei figli sarà pronto per il ritorno a casa.

Il matrimonio di Giacobbe non evidenzia solo il contrappasso degli inganni, ma anche la crescita di un uomo, attraverso le prove della vita e delle relazioni tra esseri umani. Anche se «vincente» ed erede delle promesse divine, Giacobbe non è esonerato dalla fatica di purificare, attraverso la carne e gli affetti, le proprie azioni in vista della missione e delle prove che, fino ad età avanzata, dovrà affrontare per lasciare in eredità alla sua prole le pesanti promesse fatte ad Abrahamo e del loro compimento.

In questo episodio biblico, Dio sembra quasi uno spettatore ma non è così, la sua azione è sempre viva e attiva, la sua presenza è costante: è vicino a chi, come Lia, è meno dotata di qualità umane per farla diventare la matriarca del futuro Israele e che sarà citata, quando il grande umile grembo gravido di Maria, nel compimento delle promesse, magnificherà la grandezza di Dio: «Le donne mi chiameranno beata» (cfr. Luca 1:48). Forse allora ci sono chiari anche i versi di Dante che ha voluto “disegnare” Lia, trasfigurata in paradiso, come una giovane di grande bellezza, a testimonianza della spiritualità di questo episodio biblico che gli esegeti antichi avevano già individuato.

Note dell’amministratore

[1] Naturalmente, ci troviamo in un contesto storico in cui la legge levitica non era ancora stata promulgata, ma ciò non vuol dire che se non c’era ancora la legge “scritta”, quella legge morale poteva essere ignorata. Anzi, prima di Mosè, ciò che più tardi ritroviamo nel Decalogo e nella legge levitica era già in vigore, come lo Shabbat, la circoncisione, i sacrifici, etc. Con la legge mosaica, il profeta condottiero ha voluto stabilire ordine al disordine degli usi e costumi, compresa la poligamia riguardo lo sposalizio di due sorelle con il medesimo marito.

About Giuseppe Cesareo