Il Patriarca Giacobbe: una sosta a Betel | parte #4

Giacobbe in una sosta notturna forzata fa esperienza di Dio e riceve una promessa. Per tale promessa, il fuggitivo traditore, diventa “capo” del popolo d’Israele, precursore del ritorno di questo dall’esilio.

Il ciclo di Giacobbe ruota intorno ad un perno principale: il viaggio. Però possiamo definire Genesi 28:10-22 come un punto di “conversione” che parte da un’esperienza di Dio, una tappa fondamentale che ri-orienta il percorso del Patriarca. Il brano in questione sembra proprio segnare una spaccatura, un ri-orientamento anche letterario: una nota introduce sulla partenza da Bersabea (v.10) e indica la meta, in conclusione al verso 22, è introdotto un successivo allontanamento verso «il territorio degli Orientali» (29:1). Pertanto Genesi 28:10-22 può essere diviso in due parti:

  1. Versi 11-15: la visione in sogno e la promessa di YHWH;
  2. Versi 16-22: il risveglio e la reazione del Patriarca.

Originariamente il brano sembrava voler legittimare il santuario di Betel, mediante il ricordo della rivelazione Divina a Giacobbe in quel luogo. Tuttavia, nella forma che conosciamo, con l’aggiunta dei versi 13-15 e 20-21, il testo sembra più sottolineare il viaggio del patriarca, patriarca al quale YHWH promette la terra e una grande discendenza (vv.13-14), garantendogli il ritorno in patria (v.15). La strategia dell’autore è fin troppo chiara: disorientare Giacobbe per ri-orientare il suo cammino; disorientare il lettore per ri-orientare la sua lettura. Ripercorriamo brevemente l’episodio.

Giacobbe, un uomo che scappa dall’ira del fratello su spinta della madre, parte da Bersabea dirigendosi verso Carran (v.10). Il viaggio è benedetto da Isacco, ancora una volta all’oscuro, con una scusa: la ricerca di una moglie presso la terra dei suoi padri (28:1-5). Giacobbe «Capitò così in un luogo» (v.11): Giacobbe si ritrova ad un certo punto lontano sia da ciò che ha lasciato, sia dalla meta. Per lui si apre un deserto non solo esteriore ma anche interiore.

Il narratore usa 6 volte, nei versi 11-19, il termine maqóm, «luogo»: non ha neanche un nome, è una tappa forzata «perché il sole era tramontato» (v.11). La situazione non è bella: Giacobbe si ritrova disorientato in luogo senza coordinate e presso il quale è costretto a fermarsi per il buio che avanza. Qui Giacobbe fa un sogno (v.12). Giacobbe nonostante le avversità si addormenta. Con il sonno giunge il tempo di arrendersi, di abbassare le difese: tutto, sentimenti e azioni, passato e presente, è lasciato andare in questo luogo.

Il sogno di Giacobbe

Il sogno: «Ed ecco una scala poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa; ed ecco Yhwh stava sulla sua sommità» (v.12). Tre sono gli elementi che troviamo nella visione di Giacobbe, e tutti introdotti da un wehinnéh («ed ecco»):

  1. Una scala che sta (ntsb) in terra, ciò le permette di raggiungere il cielo e toccarlo con la sua cima. Collegando la terra al cielo, la scala apre una dimensione verticale in cui c’è l’avvicinamento Dio-uomo;
  2. Su questa scala gli angeli di Dio salivano e scendevano (v.12): il singolare movimento degli angeli che «salivano e scendevano» lascia intravedere come i messaggeri di Dio fossero già accanto a Giacobbe nella tappa obbligata da una fuga;
  3. Sulla cima (‘aláyw) di questa scala c’era YHWH (v.13). Le antiche versioni (LXX e Syr) intendono Dio che si trova sopra la scala, ma il testo ebraico è più illuminante: «Ed ecco: Yhwh stava davanti a lui [‘aláyw, riferendo il suffisso che accompagna la preposizione ‘al al nostro Patriarca. L’ambiguità è attraente perché Dio è sopra la scala, ma allo stesso tempo accanto al dormiente Giacobbe.

La dinamica del testo, con il triplice wehinnéh che detta i tempi della visione sognata, mostra però che Giacobbe arriva a vedere YHWH prima alzando lo sguardo sulla scala, seguendo gli angeli che salgono, per poi scendere di nuovo. Il patriarca disorientato è così costretto, per tornare a “guardare” Dio, a spostare in verticale lo sguardo. Alla visione si accompagna una Parola: «Io sono Yhwh, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio di Isacco» (v.13).

La presentazione vuole far emergere l’identità di YHWH e nella quale Giacobbe può leggere la fedeltà alla promessa che Dio sta per annunciare e che ha riguardato anche gli altri Padri.

La promessa rivolta ad Abramo in Genesi 13:14-16 ritorna nelle parole destinate a Giacobbe, legittimando così quest’ultimo come erede delle promesse divine e capostipite del popolo d’Israele.

La terra non rappresenta semplicemente la meta ambita per un ipotetico ritorno, ma è data in un possesso saldo e costante («a te e alla tua discendenza»: v.13).

Anche le parole pronunciate da Isacco in 28:4 («Conceda [Dio l’Onnipotente] la benedizione di Abramo a te») trovano adesso il compimento. Giacobbe viene così inserito, dalla benedizione di Isacco prima e dalla promessa di YHWH poi, nella linea che rimanda ai patriarchi. La figura del personaggio ingannatore viene così rimodulata in modo più favorevole. Con la sua prima Parola il Signore svela la sua identità, «Io [sono] Yhwh» (v.13), ma al verso 15 afferma: «Io [sono] con te». L’accostamento delle due espressioni mostra come “l’essere con”, la custodia divina (shmr, «ti proteggerò»: v.15), è un altro carattere dell’identità divina, carattere richiamato anche nel Salmo 121:5: «Yhwh è il tuo custode, Yhwh è come ombra che ti copre e sta alla tua destra».

In Genesi 27:20 Giacobbe, ingannando il padre, definisce YHWH «il tuo Dio»; questo Dio, evidentemente ancora sconosciuto al patriarca, si fa conoscere. Anche l’identità di Giacobbe assume un taglio diverso: colui che ha comprato la primogenitura del fratello (Genesi 25:29-34) adesso riceve un dono; l’uomo in fuga, lontano dalla casa paterna e dalla meta, si rende conto di non essere solo, ma accompagnato e custodito da Dio stesso. Rebecca, dopo aver invitato il figlio alla fuga, assicura: «Quando la collera di tuo fratello contro di te si sarà placata, […] allora io manderò a prenderti di là» (27:45), promessa che non sarà mantenuta. In 28:15 è piuttosto YHWH garante del ritorno e della realizzazione di ogni promessa: «Ti farò ritornare in questa terra, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che ti ho detto». Il ritorno, legato da Dio al compimento delle promesse, non è più semplicemente il desiderio di un fuggitivo e di sua madre, ma sarà la meta di un cammino che la presenza di Dio e la sua Parola valorizzano.

Giacobbe si sveglia dal sonno (v.16), episodio che dà inizio alla seconda parte del racconto (vv.16-22), che ci mostra le reazioni del patriarca, ma soprattutto, attraverso un monologo interiore («si svegliò e disse»), smaschera l’interiorità di Giacobbe. La seconda parte del verso 16 – «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo» – mostra un Giacobbe spiazzato, scena in contrasto con le caratteristiche che lo avevano in precedenza contraddistinto. L’ingannatoree il calcolatore, colui che aveva saputo approfittare della debolezza prima del fratello e del padre, è disorientato. All’accettazione della propria “ignoranza” segue la paura: «Ebbe timore e disse: “Quanto è terribile questo luogo!”» (v.17).

Il doppio impiego della stessa radice yr’, individuabile sia nel verbo temere (yr’) che nell’aggettivo terribile (norá’), sottolinea come il mistero divino è impossibile da gestire e afferrare, è tremendo, è sconvolgente, ma allo stesso tempo attraente. Al verso 17 il luogo, prima senza nome, viene ridefinito dal Patriarca alla luce dell’esperienza divina vissuta: diventa il luogo dove Dio è presente e abita. La prima delle due locuzioni, «casa di Dio» (bet ’elohím), viene generalmente impiegata in riferimento ad un santuario; «porta del cielo» (sha‘ar hasshamáyim), invece, è affermata solo qui in tutta la Bibbia ebraica. Se la casa rimanda alla stabilità di una presenza, la porta, al contrario, indica un qualcosa da attraversare, un luogo di passaggio che rende possibile la comunicazione di due ambienti, quello divino e quello terreno in questo caso. La seconda denominazione del luogo, in questa prospettiva, riporta al sogno della scala, con lo spostamento dello sguardo, il passaggio compiuto dal Patriarca.

La stele

Il verso 18 mostra chiaro che al disorientamento notturno, si sostituisce la venerazione per la presenza di Dio, che attesta la sacralità del luogo e soprattutto dell’esperienza vissuta. Il termine «stele» (matstsebáh) contiene la stessa radice ntsb, che indicava al verso 12 lo “stare” della scala e al v.13 quello di YHWH. Il cambio di prospettiva, da orizzontale a verticale, è acquisito da Giacobbe che lo fissa una volta per tutte con la pietra eretta come stele. Adesso il luogo ignoto riceve un nuovo nome al verso 19: «E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz».

Le parole dei versi 20-22, sembrano espresse come un voto, presentando condizioni e promesse, rileggendo l’esperienza del Patriarca, e offrendo due chiavi d’interpretazione. In primo luogo, la stele eretta non è più solo il segno della presenza divina, ma diventa la prima pietra posta per un futuro santuario (una casa di Dio). Inoltre, le parole del patriarca aprono ad un cambiamento di visione radicale: dalla scoperta che Dio era in un luogo anonimo e sconosciuto, Giacobbe passa a riconsiderare il suo cammino, il «viaggio», la strada (dérek) per la quale sta andando (hlk). Se prima era stato Dio a promettere il ritorno (v.15), adesso è lo stesso Giacobbe a considerare le condizioni e l’orientamento del suo cammino. Anche se tutelato da di Dio e dalla sua presenza il futuro è sconosciuto: «Se Dio sarà con me […] se tornerò» (vv.20-21). Non ci troviamo davanti ad una mancanza di fiducia, ma davanti alla consapevolezza di essere parte attiva in quello che avverrà, la consapevolezza che è lui a percorrere questo cammino con tutte le disavventure che potrebbero capitare («questa strada per la quale io sto andando»: v.20).

Genesi 28:10-22 ha la funzione di essere una linea di separazione per il lettore: dopo la sosta a Betel, l’itinerario di Giacobbe assume un carattere diverso, legato alle parole di YHWH (vv.13-15), alla sua presenza e alle sue promesse, e alla consapevolezza dello stesso patriarca (vv.20-21). A Giacobbe è garantito il rientro alla casa paterna, ma anche la Terra Promessa destinata a lui e alla sua discendenza. Allora è chiaro che, più che l’originaria leggitimizzazione del santuario di Betel, il brano vuole far emergere gli interessi di un popolo che torna dall’esilio in Babilonia, legittimando invece gli esiliati come il vero Israele, discendenti di un Patriarca che ha vissuto un esilio forzato, e un ritorno in patria, accompagnato, sostenuto, dalla presenza e promesse di Dio.