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Il Patriarca Giacobbe: Da eroe popolare a pioniere del popolo d’Israele | parte #1

Al nome “Giacobbe” possiamo applicare una duplice etimologia: una popolare e una scientifica. L’etimologia popolare spiega il nome del Patriarca con la radice verbale ’aqáb (ingannare, soppiantare), esprimendo così l’astuzia del personaggio biblico in questione. L’etimologia scientifica (Dio protegge) invece tende a sottolineare l’alto grado di qualità morale e d’ingegno, davanti a Dio, riconosciuto con il tempo al Patriarca.

In ogni caso la duplice etimologia lascia intravedere bene le caratteristiche contrastanti che appartengono al personaggio Giacobbe la cui adeguata comprensione sta nel mezzo di queste.

Il ciclo di Giacobbe (Genesi 25:19–37), da un punto di vista narrativo, presenta un’articolazione tutto sommato unitaria, con solo pochi episodi autonomi.

Si tratta del racconto del ventennale esilio del Patriarca in terra orientale, preceduto dai fatti che lo hanno provocato e seguito dal rientro nella terra di suo padre Isacco.

Fin da subito – addirittura già nel grembo di Rebecca (25:22-23) – il racconto presenta il conflitto tra i due fratelli gemelli, Esaù e Giacobbe, Dopo la leggerezza giovanile di Esaù (25:29-34), il conflitto ha la sua massima espressione al capitolo 27, quando Giacobbe sottrae con inganno la benedizione paterna anche grazie al maneggio materno.

Il furioso Esaù minaccia di morte il fratello, atteggiamento che determinerà la fuga di Giacobbe presso lo zio materno Labano in Oriente.

Nei capitoli 32 e 33, Giacobbe, che si appresta a tornare con la sua famiglia dal lungo esilio, è ancora timoroso circa l’atteggiamento del fratello, ma il “faccia a faccia” tra i due non potrebbe avere finale migliore: Esaù non conserva rancore e si riconcilia con il fratello.

Il soggiorno di Giacobbe presso Labano (dal capitolo 29 al 31) è caratterizzato da luci e ombre.

Presso lo zio contrae matrimonio con Lia e con l’amata Rachele, vedrà crescere la sua discendenza e le sue ricchezze, ma allo stesso tempo conoscerà l’inganno di Labano nel momento del matrimonio con Lia, l’invidia per la sua fortuna che lo costringerà, ancora una volta, ad una precipitosa fuga prima che la situazione peggiori.

In questo quadro narrativo vanno collocati alcuni episodi che, come si diceva sopra, sono autonomi, ma che sono collocati in punti decisivi della narrazione. Così, mentre Giacobbe parte per sfuggire all’ira di Esaù, in una misteriosa manifestazione divina notturna in Betel (28:10-22), gli vengono rivolte da Dio promesse decisive per il suo futuro e della sua discendenza.

Quando si appresta a rientrare, in una scena notturna ambientata al guado dello Iabbok (32:23-33), il patriarca combatte con un misterioso essere divino che, infine, gli conferirà il nome di Israele. Poco prima del ritorno alla casa paterna, una nuova teofania ambientata in Betel (35:9-15) offre “un rifacimento” della vicenda e dell’identità del patriarca.

Del tutto distaccato, invece, dalla trama è l’episodio, ambientato in Sichem, della violenza subita da Dina e della vendetta del clan israelitico (cap.34).

Infine, al termine del Libro della Genesi (45:16–50:26), è narrato un ulteriore allontanamento di Giacobbe, dalla terra dei Padri, verso l’Egitto.

Se il neo-incontro con l’amato figlio Giuseppe, creduto morto, sembra giustificare quest’ultimo spostamento del Patriarca, la benedizione divina sull’uscio della terra, a Bersabea (46:2-4) non solo convalida il passaggio, ma lo colloca nella prospettiva dell’esodo futuro. Un esodo di cui il solenne funerale di Giacobbe rappresenterà un preludio (50:1-14).

La vicenda di Giacobbe, narrata in Genesi, come altre sezioni del Pentateuco, è il risultato di un’accumulazione di tradizioni antiche e riletture postume.

Non solo la narrazione, ma la stessa figura del patriarca è stata oggetto, nei secoli, di varie riletture, acquisendo sempre più significati più rilevanti.

È attendibile ritenere che, originariamente, Giacobbe e Israele fossero due personaggi distinti, entrambi originari delle zone appartenenti al regno d’israele: Giacobbe era il tipico eroe popolare, astuto, ingannatore e ingannato; Israele una figura di capostipite solenne e di statura morale notevole.

Il coincidere delle due figure avvenne già in epoca antica, come lasciano scorgere alcunii riferimenti presenti in Osea, profeta dell’VIII secolo: l’episodio al Guado dello Iabbok servì su un piatto d’argento l’occasione per inserire nella narrazione il conferimento divino del nome Israele a Giacobbe. Da quel momento Giacobbe e Israele divennero sinonimi.

Ad epoche antiche risale anche il legame della figura del Patriarca con alcune località della terra di Canaan, in particolare con il santuario di Betel.

In questa fase, la storia di Giacobbe apparteneva ad una tradizione autonoma sulle origini di Israele.

Dopo il declino del regno del Nord, del quale le sue tradizioni erano originarie, la figura di Giacobbe fu oggetto di nuove considerazione (tra l’esilio e il post-esilio), allora le antiche tradizioni furono rilette in funzione della nuova identità di Israele che si andava definendo.

In questo passaggio la figura di Giacobbe venne connessa, tramite genealogia, alle altre figure patriarcali: se Abramo era il capostipite esemplare del popolo e il primo beneficiario dell’alleanza con Dio e delle sue promesse, Giacobbe venne sottoposto ad Abramo e indicato come uomo della benedizione, il suo tragitto fu esaltato tanto, che non si parla di fuga ma di invio, e delineato sull’esperienza fatta dalla sua discendenza, secoli dopo, in occasione dell’esilio.

Allo stesso tempo, con la discesa finale in Egitto le vicende della sua famiglia furono connesse alle antiche tradizioni dell’esodo.

In generale, la figura di Giacobbe fu collocata tra le fondamenta della storia e dell’identità del popolo, entrando a far parte dell’ampia storia salvifica che sovrasta nettamente le tradizioni più antiche.

Tale caratteristica del patriarca venne ancor più rafforzata nelle riletture successive, segnate dalle sollecitazioni del neo-Israele nascente, rappresentato da quelli che rientrati dall’esilio, avevano preso il sopravvento.

Anche Giacobbe, come Abramo, divenne destinatario di promesse divine, in particolare sulla numerosa discendenza e sul significato di questa come assemblea di nazioni, in grado di guidare il cammino di Israele nella storia.

Soprattutto per il suo itinerario, proprio perché pioniere dei successivi passi degli esiliati, ne risulta che Dio non solo è interessato ma anche regista. È Dio che garantisce a Giacobbe il suo accompagnamento, che promette il ritorno nella terra paterna e ad invitarlo al rientro.

L’analisi storica sulla figura di Giacobbe è di difficile attuazione vista l’assenza di documentazione extrabiblica: l’analisi dei testi biblici consente di riconoscere che, sull’enigmatico nucleo che presenta il personaggio di partenza e che è presumibilmente esistito (perchè difficilmente nell’antichità ci si inventava un capostipite affermando il falso), siano stati apportati rifacimenti in base alle ideologie prevalenti.

Così si può rilevare come le antiche storie inerenti a Giacobbe, Esaù e Labano siano state inserite, dalla tradizione sacerdotale, in una storia più accattivante (collegate con quella di Abramo e con l’esodo), caratterizzando in modo meno ambiguo la figura del Patriarca e il suo itinerario (cfr. 28:1-4; 31:17-18; 35:9-15).

I successivi interventi redazionali, post-sacerdotali, mirano a rafforzare la statura del nostro personaggio, sia elevando il livello delle promesse divine (cfr. 28:13-14; 32:13), sia chiarendo il ruolo divino nei viaggi del patriarca (cfr. 28:15; 31:3,13; 32:10; 46:2-4), sia attenuandone ulteriormente i tratti ambigui (cfr. 25:29-34).

A questo punto dell’antico, astuto ingannatore restano tracce notevoli, ma sminuite: si introduce, invece, una figura rilevante per l’identità e l’esperienza teologica di Israele, anticipatore delle successive avventure e beneficiario della benedizione divina.

Tralasciando le parti in cui il nome «Giacobbe» non è riferito al personaggio, ma al popolo o parte di esso (per esempio Isaia 41:8,14; Osea 10:11; 12:3; Amos 3:13; Luca 1:33), i passi biblici in cui si fa riferimento alle vicende del Patriarca non sono molti e, soprattutto, non sono scontati nel loro grado.

Il capitolo 12 di Osea è il testo biblico che maggiormente accenna alle vicende di Giacobbe: troviamo riferimenti al conflitto fraterno fin dal grembo materno (v.4); alla lotta con Dio (vv.4-5); all’incontro in Betel (v.5); alla fuga in terra straniera e al lavoro svolto in cambio di una moglie (v.13).

In questo capitolo, il Signore è in controversia con il suo popolo. L’accusa per il popolo è di essere “inaffidabile come Giacobbe”. Dio per operare nella storia ha dovuto servirsi di un profeta, di uno che ascolta la sua voce: Mosè (in riferimento al v.14).

Da ciò si può comprendere come verso l’VIII secolo la figura di Giacobbe non era ancora un riferimento per tutto il popolo. Se alcuni preferivano basare la loro identità sul riferimento genealogico al Giacobbe astuto e ambiguo, altri (come i circoli profetici, spingevano a prenderne le distanze e a preferire personaggi di più alta statura morale provenienti dalle tradizioni sull’esodo (più convincenti secondo Osea).

All’epoca di Osea, evidentemente, le tradizioni riguardanti Giacobbe e quelle riguardanti l’esodo non formavano ancora un insieme unitario.

Geremia, invece, richiama solo la caratteristica di ingannatore del patriarca, ponendola come esempio per diffidare anche dei fratelli: «[…] non fidatevi neppure del fratello, poiché ogni fratello inganna come Giacobbe […]» (Geremia 9:3).

Stesso taglio negativo emerge nel riferimento di Isaia 43:27: «Il tuo primo padre peccò […]».

Anche Deuteronomio 26:5 mostra qualche perplessità nei confronti di Giacobbe. L’espressione «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto […] e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa», da un lato accoglie in modo positivo le tradizioni dell’esodo citate, dall’altro mostra perplessità sull’epoca precedente.

In particolare, Giacobbe (che non viene neanche nominato) è considerato come straniero nomade e in una figura così il popolo non doveva certo riconoscersi.

Per arrivare alla presentazione della figura di Giacobbe così come è oggi, bisogna attendere testi come: Salmo 105:23; Sapienza 10:10-12 e Siracide 44:23.[1]

Altri testi vetero-testamentari citano qualche passo circoscritto come: la divisione del territorio tra Giacobbe ed Esaù (Giosuè 24,4 ); l’acquisto di una parte di territorio presso Sichem (Giosuè 24,32); l’appellativo d’Israele (1Re 18,31 ; 2Re 17,34 ).

Il testo tardivo di Malachia 1,2-5 sottolinea la rivalità tra Giacobbe ed Esaù, l’attrito tra Israele ed Edom di epoca post-esilica.

Anche nel Nuovo Testamento, anche se poche, troviamo richiami alla figura e alle vicende di Giacobbe: Matteo 1:2; Luca 3:34; Giovanni 4:5,6,12; Atti 7:8,15-16; Ebrei 11:9,21.

Ci soffermiamo sul passo che reputo più significativo. In Giovanni 1:51, nel dialogo con Natanaele, Gesù si riferisce alla manifestazione divina di Betel (Genesi 28:10-22) per indicare che la rivelazione divina non è più legata ad un luogo, ma alla sua persona: «[…] vedrete gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Ad ogni modo, Giacobbe rappresenta per il popolo d’Israele un inequivocabile motivo di identificazione. Il popolo ha riletto le vicende come prefigurazioni delle sue successive esperienze storiche riconoscendosi, a vario titolo, parte della discendenza del Patriarca.

Nonostante tutto la figura ambigua di Giacobbe non sorprende, i suoi itinerari e le promesse divine che gli appartengono sono ancora fonte di speranza, divenendo così paradigma per Israele nella storia.

Nota dell’amministratore Daniele Salamone:

[1] I libri come Sapienza e Siracide non fanno parte del canone ebraico meglio conosciuto come Testo Masoretico (Codice Masoretico di Leningrado, ovvero il codice ebraico da cui se ne ricavano le nostre traduzioni più comuni dell’Antico Testamento). Tuttavia, per non toccare l’articolo nei suoi contenuti lasciando così libertà di parola all’autore dello stesso, preferisco non censurare né omettere nulla, ma spiegare la mia posizione, in qualità credente e amministratore, riguardo al canone biblico a cui si focalizza questo Blog in concomitanza agli stessi ebrei che ne seguono la sua canonicità e verso il quale ogni Cristiano deve attenersi. I libri apocrifi come Sapienza e Siracide (così come gli altri testi detti “apocifi”), richiedono di essere considerati comunque validi quindi sì rispettabili, ma esclusivamente in termini di storicità, letteratura e cultura. Tuttavia, non condivido quella pretesa di essere indicati come testi divinamente ispirati.

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