Il Patriarca Giacobbe: due fratelli, due Nazioni | parte #2

Dopo aver esaminato l’evoluzione biblica della figura di Giacobbe nella storia d’Israele (leggi prima parte dello studio), ci soffermiamo su alcuni passi fondamentali del “ciclo di Giacobbe” per comprendere sempre di più la caratura teologica del Patriarca. Il lettore davanti a questi racconti è chiamato a comprendere che leggendo eventi e azioni umane, potrà scoprire il mistero dell’azione di Dio.

Il primo racconto sul quale andiamo a riflettere è quello della nascita di Giacobbe ed Esaù, in Genesi 25:19-34, che anticipa in che modo l’intervento divino determinerà il futuro dei due fratelli: al di là delle diversità fisiche e della predilezione di Isacco per Esaù, Dio sceglie il più piccolo dei due: Giacobbe.

Il racconto ad una prima lettura potrebbe essere suddiviso in tre parti:

  1. Introduzione con la genealogia (vv. 19-20);
  2. Nascita dei due fratelli e loro crescita (vv.21-18);
  3. Episodio della primogenitura (vv.29-34).

Versi 19-20

Il versetto 19 presenta in pratica un titolo del racconto, con lo scopo di mostrare la discendenza di Isacco con la nascita di Esaù e Giacobbe. Questo versetto, di provenienza sacerdotale, lega la generazione di Isacco da parte di Abramo e a sua volta si lega con la generazione di Abramo da parte di Terach (cfr. 11:27-30). Tutto ciò vuole ricordare al lettore il ciclo di Abramo, la sua elezione divina e la promessa di una discendenza numerosa alla quale viene donata la terra. Anche la sterilità di Sara (cfr. 16:1), la promessa di un figlio (18:10) e il concepimento e il parto miracolosi di Isacco (21:1-7) sono richiamati da questo versetto iniziale.

Si ricorda che Isacco aveva quarant’anni quando ha sposato Rebecca, per anticipare un successivo riferimento, e cioè al momento della nascita di Giacobbe ed Esaù egli è ormai sessantenne (v.26).

Nei vent’anni di attesa di Isacco si ricorda l’attesa di Abramo e infatti, subito dopo ci viene riferita la sterilità di Rebecca (v.21), che ricorda chiaramente quella di Sara.

Versi 21-26

Nei versi 21-26 si narra la nascita di Esaù e Giacobbe, in tre fasi consecutive: la supplica di Isacco, il concepimento da parte di Rebecca e il parto.

Centro della narrazione è il difficile rapporto tra i due fratelli già dal seno della madre e la misteriosa rivelazione da parte di Dio, sulla chiamata dei due figli e sui due popoli dei quali saranno capostipite (vv.22-23), in cui il maggiore serve il più piccolo. Il parto infatti mostra subito il compiersi della parola divina, con la nascita di due gemelli di cui il secondo tiene il calcagno del primo (vv.24-26). Il racconto della nascita si conclude con un riassunto (vv.27-28) sulla crescita dei due gemelli, fino ad arrivare alla loro età adulta. Si sottolinea in particolare la differenza di attitudini e stili dei due: Esaù è cacciatore e vive nell’aperta campagna, Giacobbe invece dimora nelle tende, dettaglio che rimanda alle abitudini di un pastore.

Per Giacobbe viene utilizzato l’aggettivo tam che indica il rispetto di norme di comportamento accompagnate da una cultura e una civilizzazione superiore. Il contrasto è fin troppo chiaro: da una parte c’è un uomo selvaggio che si procura la cacciagione con la sua abilità, dall’altro uno abituato a collaborare con altri ed abita un certo territorio. Questa descrizione già fa intravedere il rapporto tra Israele, popolo di pastori ormai stabili, ed Edom, popolo nomade che abita le steppe selvatiche e in parte desertiche a sud di Giuda.

Versi 29-34

Questa differenza viene chiarita bene nel successivo episodio (vv.29-34), dove si narra perchè Esaù viene chiamato Edom, dando origine alla stirpe degli edomiti (v.30), e che viene dal termine ’adóm che indica il colore rosso della minestra con cui egli ha venduto la sua primogenitura. Infatti, venderà quest’ultima per un piatto di lenticchie (v.34). Questo episodio però serve ad anticipare anche un altro tema: quello della benedizione paterna, riservata al primogenito (vedi nota 1). Esaù, quando scopre che Giacobbe l’ha preceduto nel ricevere la benedizione paterna, ricorda di essere stato ingannato (‘qb) due volte, per la benedizione e anche per la primogenitura (cfr. 27:36). Ma perchè sarebbe stato ingannato, se ha giurato a Giacobbe la vendita della primogenitura in cambio di una «minestra rossa» (v.30)?

Secondo il teologo von Rad, Giacobbe lo avrebbe ingannato perché al posto di una «minestra rossa» (probabilmente un impasto al sangue) gli ha fatto trovare solo un piatto di lenticchie (cfr. vv.30, 34).[1] Tuttavia, questa spiegazione non rispetta del tutto l’intenzione del narratore, espressa al verso 34, dove il racconto è concluso con il fatto che Esaù ha «disprezzato» la primogenitura. Quindi non emerge tanto l’inganno di Giacobbe, ma “l’incapacità” di Esaù a ricoprire il ruolo di primogenito.

Dopo l’irrevocabile benedizione paterna per Giacobbe, Esaù, ferito dall’inganno subito, rilegge allo stesso modo anche il precedente episodio. Per questo cercherà di uccidere il fratello causandone la fuga (cfr. 27:41). Il vero intento del narratore è mostrare come attraverso le miserie umane si realizza in modo paradossale il piano di Dio. Molti aspetti di Esaù sono ironici: la pelle rossiccia e la sua peluria fin dalla nascita ne sottolineano l’aspetto selvatico, con particolare riferimento alle popolazioni edomite. Non a caso il termine ‘admoní, che significa «rossiccio», mostra un assonanza con il nome proprio «Edom» e la parola che indica la peluria, se’ár, sembra richiamare il suono del nome delle montagne di Edom, Seir (cfr. Genesi 36:8-9).

Anche Giacobbe viene presentato in modo ironico: egli nasce afferrando il calcagno del primogenito, come se ci fosse un primo tentativo di rubargli la primogenitura. Il nome Giacobbe viene fatto risalire al termine «calcagno» (‘aqéb) e fa assonanza con la radice verbale ‘qb, che significa afferrare qualcuno alle calcagna e metaforicamente ingannarlo. Lo stesso verbo viene usato da Esaù che, giocando con il nome del fratello, protesta per essere stato ingannato due volte (cfr. 27:36).

Questa presentazione umoristica dei due fratelli è segno di un futuro contrasto: il fatto che Isacco preferisce un figlio a causa della cacciagione non va considerato come segno d’immoralità perchè è riferito con un velo ironico che va approfondito: Esaù è bravo a cacciare la selvaggina e quindi è preferito da Isacco, amante della cacciagione, ed egli stesso si mostra “una buona forchetta”, preferendo il cibo alla primogenitura. Isacco è quel padre che si fida più del “toccare” che della parola, senza riuscire a scoprire l’inganno: riconosce la voce di Giacobbe, ma dà più importanza al tocco del pelo folto, che lo rimanda ad Esaù (cfr. 27:22-23). Padre e figlio si trovano accomunati dal prediligere il cibo e dall’essere ingannati da Giacobbe.

Lo scontro tra i due gemelli si ritrova fin dall’inizio nella storia della madre Rebecca che è sensibile alla parola di Dio e che sente compiersi nel suo grembo con la lotta tra i due feti. Ella preferisce Giacobbe, ma tiene alla vita di entrambi, dal momento che promuove la fuga di Giacobbe (cfr. 27:45), anche per salvare Esaù. La benedizione paterna ricevuta da Giacobbe è una vittoria di Rebecca che vede esaudite le parole del Signore: «Il maggiore servirà il più piccolo» (25:24). L’ironia sembra quindi alla base di tutto il racconto. Questa scelta narrativa non risulta comune se paragoniamo Giacobbe ad altre figure di fondatori di popoli, come ad esempio Enea per i Romani. L’ironia del racconto biblico vuole portare ad una verità più profonda, che riguarda la rivelazione divina e il compiersi della benedizione fatta ad Abramo, anche se ci troviamo davanti ad una storia di peccati e inganni.

Il profeta Osea ha riflettuto su questa caratteristica del Patriarca, che solo dopo un percorso di purificazione e di lotta con Dio arriva a comunicare pienamente con il Signore (cfr. Osesa 12:1-9, soprattutto vv.3-6).

La sapiente costruzione della fonte sacerdotale richiama la storia genealogica, da Abramo a Isacco e da Isacco a Giacobbe ed Esaù, con antichi racconti sulla nascita del Patriarca, lega la promessa fatta ad Abramo con il compiersi della parola divina nel grembo di Rebecca. Quest’ultimo fatto risale ai profeti, secondo cui l’elezione divina avviene fin già nelle viscere materne, come una specie di consacrazione e separazione dell’uomo (cfr. Geremia 1:4-5). Quel che emerge è l’assoluta libertà di Dio, che non è condizionato da nessuna regola e convenzione umana nella sua scelta. Anzi, Dio “sovverte” sempre il modo umano di pensare, chiamando uomini che non hanno caratteristiche adatte al profetismo (cfr. Amos 7:14) o che sono molto giovani e dunque poco autorevoli (cfr. Geremia 1:6). Questo aspetto paradossale è spesso presente nelle chiamate dei grandi personaggi biblici: ad esempio Davide, il grande re di Israele, progenitore del Messia (2Samuele 7:14), è il più piccolo dei figli di Iesse (1Samuele 16:11-13). Allo stesso modo Giacobbe benedirà Efraim, secondogenito, prima di Manasse, primogenito (cfr. Genesi 48).

Il narratore vuole mostrare che anche dietro le vicende molto umane di Giacobbe ed Esaù, si nasconde il compiersi di un disegno di Dio. Nel racconto il contrasto fra il disegno di Dio e l’attesa umana non è solo sottolineato dalla differenza tra Esaù e Giacobbe, ma anche dalla diversa preferenza dei genitori. Il padre Isacco preferisce Esaù, mentre la madre Rebecca ama di più Giacobbe. Isacco ama Esaù perché ama la cacciagione, letteralmente è «nella sua bocca» (v.28). La golosità del padre Isacco anticipa quella di Esaù suggerendo la linea di “carne” di questa discendenza. Non così l’elezione di Giacobbe, che avviene attraverso l’ascolto e il compimento di una parola, come fa Rebecca nel consultare il Signore, che la sana dalla sterilità. L’elezione è figlia di una potenza creatrice, che è al di sopra delle attese umane e si compie come desidera, andando contro la natura e alle convenzioni sociali. Essa vince la sterilità di Rebecca e, in una società fortemente patriarcale, passa attraverso non il preferito di Isacco, ma quello preferito dalla madre Rebecca. Questa parola divina libera dai vincoli della primogenitura, e quindi sociali, e dall’umiliazione della sterilità, per mostrare in una comprensione più profonda l’elezione permanente di Israele nei confronti degli altri popoli della terra (cfr. Malachia 1:2-5).

La libertà di Dio che opera nella storia degli uomini scatena la gelosia umana scatenando la rottura della fratellanza. Che l’elezione sia motivo di gelosia diviene nella storia biblica una costante del rapporto tra fratelli, come Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe ed Esaù, fino a Giuseppe e i suoi fratelli. In alcuni casi va aggiunta anche la rivalità delle madri, come Sara e Agar, Lia e Rachele e, più tardi, Anna e Peninnà (cfr. 1Samuele 1:1-2). Il perché Dio faccia queste differenze è ben noto al narratore, che non a caso cita Abramo e la sua discendenza all’inizio del racconto, per mostrare come l’elezione di Giacobbe è collegata alla benedizione che si estende a tutte le famiglie/popoli della terra (cfr. 12:3).

Si tenga ben presente che Dio benedice tutti quelli che benedicono Abramo: Dio ha scelto uno, perché attraverso di lui il suo amore si manifesti verso tutti e benedire l’eletto significa essere benedetti (cfr. Siracide 44:23).

Il peccato complica tutto, insinuando la gelosia, non senza una qualche colpa dell’eletto. Ma la meta è sicura, i due fratelli sono destinati a riconciliarsi al termine del ciclo di racconti su Giacobbe (cfr. 33:1-11). I due fratelli, provenienti in un certo senso da due diverse figliolanze, una che procede secondo la carne e una che parte dall’imprevedibile elezione divina, alla fine sono uniti e non divisi dalla benedizione di Dio. Giacobbe scopre che non deve temere Esaù, perché l’inganno della primogenitura e della benedizione paterna non hanno ostacolato la crescita in numero e potenza della famiglia di Esaù che a sua volta deve accettare il dono di Giacobbe (cfr. Genesi 33:11).

In una anticipazione, il grembo di Rebecca diviene immagine del grembo divino dove i fratelli hanno la consapevolezza di essere fatti l’uno per l’altro. Tutto è segno del mistero dell’elezione di Israele che è benedizione per tutti gli uomini e per tutti i popoli:

«La benedizione di tutti gli uomini e la sua alleanza Dio fece posare sul capo di Giacobbe; lo confermò nelle sue benedizioni, gli diede il paese in eredità: lo divise in varie parti, assegnandole alle dodici tribù» (Siracide 44:23).

Nel Nuovo Testamento, in particolare nella lettera ai Romani, anche Paolo riflette sulla figura di Giacobbe, e lo vede come “figlio” di un’elezione divina libera e gratuita, che apre Israele ai popoli pagani:

«Anche Rebecca ebbe figli da un solo uomo, Isacco nostro padre; quando essi non erano ancora nati e nulla avevano fatto di bene o di male – perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione, non in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama –, le fu dichiarato: “Il maggiore sarà sottomesso al minore”, come sta scritto: “Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù”» (Romani 9:10-13).

Note di Daniele Salamone:

[1] Il riferimento al colore rosso è principalmente indicato dalla radice dam, con la quale si rende la parola «sangue» e da cui ne deriva anche ‘adam, cioè Adamo (o in senso collettivo «terrestre» e «genere umano»). Il rifermiento al colore rosso per Esaù è da considerarsi un soprannome, in quanto viene specificato «e venne chiamato» quando già un “nome di battesimo” lo aveva. Questo soprannome indica una sorta di “presa in giro” nei suoi confronti, come per ricordargli che lui è stato quello che per una minestra rossa è stato capace di rinunciare non tanto sul suo essere “il primogenito” in ermini di nascita gemellare, ma quanto ai diritti di eredità di cui gode un primogenito. Il testo ebraico di Genesi 25:30 non usa nemmeno la parola «minestra» bensì il sostantivo ‘adom ripetuto due volte consecutive (‘adom ‘adom): nella grammatica ebraica, quando un sostantivo si ripete due volte consecutive si vuole enfatizzare il concetto oppure ne indica il suo superlativo assoluto; infatti, potremmo leggere «dammi da mangiare questa rossissima (minestra), perché sono stanco […]». Esaù è stanco, ma anche affamato, perciò l’enfasi si proietta non sul superlativo assoluto del termine ma sulla stanchezza e fame dopo essere tornato dalla caccia: «dammi da mangiare questa rossa squisitezza, perché sono stanco». Esaù, dunque fu chiamato «quello della minestra rossa» in senso dispregiativo per prenderlo in giro.