Il paradosso del peccato nella Prima Epistola di Giovanni

Il capitolo 1 al verso 8 recita così: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» e ancora nel verso 10: «se diciamo di non aver peccato facciamo bugiardo Iddio». Tuttavia, nel capitolo 3 troviamo espressioni molto forti circa il peccato: «chiunque pecca non conosce Iddio» (v.6), «chi commette il peccato è dal diavolo» (v.8), «chiunque è nato da Dio non può peccare» (v.9). Come spiegare questo paradosso?

Approfondiamo lo sfondo e lo scenario storico-religioso dell’ epistola.

Sin dagli inizi, questa epistola venne riconosciuta come lettera circolare dell’apostolo Giovanni alle chiese intorno ad Efeso, scritta per dare risalto ai punti essenziali dell’Evangelo e per mettere in guardia contro le incipienti eresie che produssero in seguito una forma corrotta e paganizzata di cristianesimo. Quest’ultimo era nel mondo da circa 60-70 anni ed in molte parti dell’Impero romano era divenuto una religione importante e di grande influenza. Naturalmente vi furono ogni sorta di tentativi per amalgamare l’Evangelo con le filosofie ed i sistemi di pensiero predominanti.

Una forma di gnosticismo che stava dividendo la Chiesa ai giorni di Giovanni, insegnava che vi è nella natura umana un inconciliabile spirito di dualismo, che lo spirito ed il corpo sono due entità separate, che il peccato risiede nella sola carne, che lo spirito poteva avere i suoi rapimenti mistici ed il corpo fare come meglio piaceva e che la altisonante mistica pietà mentale era perfettamente coerente con la voluttuosa vita sessuale. Esso negava l’incarnazione, che cioè Dio fosse realmente divenuto carne in Cristo e sosteneva che Egli era un fantasma, uomo soltanto nel sembiante.[1]

A capo di questo culto, in Efeso, c’era un uomo di nome Cerinto. Egli attribuiva a sé stesso profonde esperienze mistiche e un’elevata conoscenza di Dio, ma si trattava di persona dedita alle voluttà della carne. Per tutta questa epistola sembra che Giovanni avesse in mente questi eretici quando insisteva che Gesù è la reale, materiale ed autentica manifestazione di Dio nella carne e che la genuina conoscenza di Dio deve risultare nella trasformazione morale.

Un esempio di questa dottrina gnostica lo troviamo in Apocalisse 2:20, nella chiesa di Tiatiri, città circonvicina a Efeso nella persona di Iezabel. (Apocalisse 2:20-24)

Chi era Iezabel?

Tiatiri andava famosa per il suo magnifico tempio di Artemide, altro nome sotto cui era conosciuta Diana. Iezabel si ritiene fosse una donna eminente, devota di Diana, dotata di qualità di comando, con un seguito di persone influenti nella città, e che attirata dalla crescente influenza del Cristianesimo, aderì alla Chiesa, insistendo a spada tratta sul diritto di insegnare e praticare la licenziosità sessuale, attribuendo ispirazione divina ai suoi insegnamenti. Veniva chiamata Iezabel perché come Iezabel, la perfida moglie di Achab che aveva introdotto in Israele le abominazioni del culto di Astarte (1Re 16), essa introduceva nella Chiesa cristiana le stesse immonde pratiche. Non tutti gli anziani della chiesa di Tiatiri accettarono le sue dottrine, ma cercando di essere tolleranti e pensando potesse essere di auto nel conquistare l’intera città al nome di Cristo, la accolsero come “collega”. Il Signore fu grandemente dispiaciuto di ciò ed in un suo duro rimprovero si presenta come fiamma di fuoco e con piedi di terso rame (Apocalisse 2:18). Niente scherzi con una simile ekklesia!

Quindi, per concludere il nostro commento, possiamo convenire prendendo in considerazione quanto appena ragionato, ovvero che, l’Apostolo, censurando coloro che si dichiarano senza peccato e stimando che chi pecca è dal diavolo, si riferisse a presunti certi dottori di eresie come Iezabel che, mentre attribuivano a sé stessi una superiore comunione con Dio, guazzavano allo stesso tempo nel fango dell’immoralità, esautorando il peccato della sua insita malvagità e legittimandolo all’interno del cammino esistenziale cristiano.

Note dell’amministratore:

  1. Anche per gli ebrei ortodossi di ieri e di oggi, l’idea che Dio possa incarnarsi o che un uomo possa farsi Dio è inconcepibile e alquanto blasfemo. Secondo la loro visione, Dio, nella Sua magnificenza, giammai si abbasserebbe fino a tal punto di farsi uomo. Tuttavia, fu per questo motivo che i Giudei (scribi e farisei in particolare) accusarono Gesù di bestemmia, dicendo: «[…] Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Giovanni 10:33). I Giudei stavano parlando con il Messia in persona che, secondo il loro modo di vedere e intendere la Legge e i Profeti, doveva indossare un’armatura e lo stendardo di paladino di giustizia contro i Romani. Un personaggio come Gesù che, al contrario, non indossava alcuna armatura e incoraggiava persino a «pagare il tributo a Cesare» dicendo di rendergli ciò che gli era dovuto (Matteo 22:17-21), non poteva essere quel Messia antiromano che stavano aspettando. Solo dopo, «un gran numero di sacerdoti» sinceri, aprì gli occhi e capì finalmente chi fosse Gesù (Atti 6:7): Tratto da – Daniele Salamone, Commento all’Apocalisse di Giovanni (saggio in prossima uscita).