Mosè è realmente morto o è stato “rapito in cielo” come Enoch ed Elia?

Signorelli,_Luca_-_Moses's_Testament_and_Death_-_1481-82Introduzione

Guardando su Youtube una conferenza tenutasi a Catania lo scorso 3 luglio 2016 (collegamento diretto a fondo pagina), in un suo intervento Mauro Biglino ha detto qualcosa che ha suscitato subito la mia curiosità. Si parlava della morte di Mosè e che, come al solito, le cose non sarebbero realmente andate per come sono descritte nella Bibbia, quindi lo studioso ribadisce la solita tiritera che con la Bibbia bisogna solo “fare finta”. A tal proposito viene preso in causa lo storico Giuseppe Flavio, nato qualche anno dopo la morte (e resurrezione) di Gesù e quindi coevo nell’epoca, ma non durante la Sua vita umana in Terra.

Il Flavio nella sua opera Delle Antichità Giudaiche ci offre un’ampia testimonianza storico-cronologica della nascita e sviluppo del suo popolo di appartenenza: gli Ebrei. Mauro Biglino dice al suo pubblico che il Flavio ha riportato nella suddetta opera che in realtà Mosè non era morto ma è stato “rapito” come avvenne con Enoch ed Elia. Se ciò fosse vero la Bibbia non direbbe il vero, a meno che sarebbe da capire meglio cosa ha scritto il Flavio e se può esserci corrispondenza con quanto redatto nelle Scritture, ovvero che Mosè fu sepolto da Yahweh in persona e che nessuno conosce il luogo esatto della sua sepoltura non essendoci testimoni oculari a parte Yahweh stesso.

Ricordo al buon lettore che la Bibbia è un testo da prendere con le pinze e che l’approccio “ad litteram” non sempre è quello corretto. Bisogna capire ciò che ha detto il Flavio oppure è necessario andare più a fondo nella comprensione della letteratura biblica di 35 secoli fa espressa nell’ultimo capitolo del Deuteronomio? Ci sono delle prove empiriche sulle dichiarazioni del Flavio, ciò che ha detto è pura fantasia oppure può essere considerato in linea con la testimonianza biblica?

È importante comunque non lasciarsi sfuggire un dettaglio: il Flavio parla di Mosè come personaggio storico, non come un personaggio della mitologia. Nonostante le affermazioni del Flavio, ancora oggi si hanno dubbi sull’esistenza di Mosè e gli scettici che prendono in causa la questione si comportano senza alcuna serenità, come se volessero a tutti i costi depistare le tracce di un uomo realmente vissuto. Quindi, essendo il Flavio considerato uno storico attendibile, egli non potrebbe aver dichiarato una cosa falsa, a meno che seguiva un certo tipo di tradizione che non è la stessa seguita dai redattori “originali” (non i copisti) della Bibbia intera.

Per il Flavio Mosè è esistito, e se lo dice il Flavio, perché non crederci? È un dato di fatto che quando il Flavio dice qualcosa di scomodo per la comunità accademica, ciò che viene riportato nei suoi scritti dev’essere per forza un’interpolazione successiva. Esattamente come avviene con Gesù “detto Cristo”, citato dallo stesso Flavio. Gli speculatori pensano che il riferimento all’esistenza storica di Gesù sia un’interpolazione avvenuta per mano di alcuni cristiani che volevano rendere storico un personaggio inesistente, perpetrandolo direttamente all’interno di un testo autorevole come Delle Antichità Giudaiche.

Il nostro tema comunque è la morte di Mosè. Entro subito nel merito della discussione citando le affermazioni di Biglino.

Biglino dice che…

biglino2«Quando Mosè è morto era in perfetta salute, solo che nessuno l’ha visto morire. Giuseppe Flavio ci racconta di questi fatti qui, e dice: “Mosè andò nella valle di Moab, poi arrivò una nube e se lo portò via.

Ora, la “nube” nell’Antico Testamento è uno dei termini coi quali si indicava il mezzo con cui si spostavano “quelli lì”.

Ma attenzione! Giuseppe Flavio, sapete cosa scrive? “Poi Mosè fu costretto a scrivere che era morto, perché nessuno potesse dire che se ne era andato con le divinità.

Ma capite? È fantastico, no? Cioè ce lo dicono loro (loro chi?). Ha dovuto scrivere che era morto altrimenti qualcuno poteva pensare che lui se n’era andato con le divinità, come aveva fatto Elia, per esempio; come aveva fatto Enoch, per esempio […] altri “non morti” portati via da “quelli lì”.

Ma ce lo dice Giuseppe Flavio, uno storico giudeo romano. Capite? È tutto più infinitamente affascinante della favola che c’è stata raccontata!»

Quindi, secondo Biglino, la Bibbia racconterebbe favole, come se la Stessa andasse in contraddizione con quanto scritto in 1Timoteo 1:4,7; 2Timoteo 4:4; Tito 1:4 e 2Pietro 1:16. In sostanza, i passi appena citati testimoniano che gli Apostoli hanno rifiutato le favole preferendo la Verità.

Ancora una volta, lo studioso non manca di citare i suoi UFO conferendo alla «nube» biblica – prefigurazione della Gloria di (kevòd) Dio il significato di «mezzo con cui si spostavano “quelli là”».

Guardiamo più da vicino cosa dice il Flavio nel suo contesto, a partire dal passaggio di consegna fra Mosè e Giosuè.

Il Flavio dice che…

flavio3Il testo di riferimento (in PDF) Delle Antichità Giudaiche è tratto da seguente link (clicca qui).

Libro IV cap. XIV.

Mosè, ormai vecchio, designò Gesù (cioè Giosue) a succedergli sia nella funzione profetica sia come comandante in capo, per qualsiasi occorrenza: e a lui, per ordine di Dio, affidò la direzione di tutti gli affari. Giosuè aveva già avuto un completo tirocinio sulle leggi e sulla tradizione divina sotto la protezione di Mosè.

Tale è la costituzione lasciata da Mosè. Diede ancora loro le leggi che aveva scritto quarant’anni prima, delle quali parleremo in altra opera.

Questi libri li affidò ai sacerdoti insieme all’arca nella quale aveva deposto le dieci parole scritte su due tavole, e la tenda.

In seguito esortò Giosuè a guidare l’esercito contro i Cananei, e indirizzò a tutta l’assemblea (ekklesia in greco) parole di buon augurio; disse: “Poiché io sto per unirmi ai nostri padri, e questo è il giorno desinato da Dio per la mia partenza […]

[…] mentre sono ancora vivo tra voi, non solo liberandovi dalle sciagure, ma domandandovi doni migliori […].

Allorché Mosè al termine della sua vita, disse queste cose, benedisse e predisse a ogni tribù quanto le sarebbe avvenuto in futuro […]

Quanto fosse straordinaria questa esplosione di pianti e lamentazioni della moltitudine, si può immaginare quanto accadde al legislatore (riferito a Mosè). Persuaso, infatti, che colui che si approssima alla fine non deve abbattersi perché avviene secondo il volere di Dio e la legge della natura ciononostante non poté trattenere il popolo dalle lacrime.

Avviandosi al luogo dove era destinato per sparire, tutti lo seguirono in lacrime; allora Mosè con la mano fece cenno di fermarsi a distanza, ed esortò con parole i più vicini a lui a non rendere lacrimosa la sua partenza seguendolo;

Essi allora decisero di accontentarlo anche in questo: lo lasciarono andare solo, come desiderava; si formarono piangendo dentro di sé; lo accompagnarono soltanto gli anziani: il sacerdote Eleazaro e il generale Giosuè.

Giunto al Monte detto Abari, è un’altura situata di fronte a Gerico e dalla cui cima offre un’ampia vista della terra dei cananei; egli licenziò gli anziani.

E mentre si congedava da Eleazaro e da Giosuè, quando ancora si intratteneva con essi, improvvisamente scese su di lui una nube ed egli scomparve in una valle. Ma egli stesso nei libri sacri scrisse che morì, per timore che a motivo della sua iperbolica virtù, qualcuno si avventurasse a affermare che era stato mutato in un Dio (che sia ritornato alla Divinità secondo altre traduzioni).

Visse in tutto centovent’anni, ed ebbe il comando durante la terza parte di tutto questo tempo, meno un mese. La sua dipartita avvenne nell’ultimo mese dell’anno che i Macedoni chiamano Dystros e noi Adar (Febraio-Marzo), nel giorno della luna nuova.

Il popolo, dunque, lo pianse trenta giorni; e mai gli Ebrei furono oppressi da un dolore così profondo come quello che li oppresse allora la morte di Mosè.

Libro V:1 – I.I.

Essendo stato allontanato Mosè nel modo anzidetto, compiuti tutti i riti di uso in suo onore e cessate le lamentazioni, Giosuè fece bandire alla moltitudine, che l’esercito si preparasse alla partenza.

Il testo di cui sopra è un estratto di quanto riportato nell’opera del Flavio. Apprendiamo che Mosè, sapendo di dover morire da un momento all’altro sebbene «godesse di ottima salute» (cit. Biglino), e cioè che «la vista non gli si era indebolita ed il vigore non gli era venuto meno» (Deuteronomio 34:7), trasferisce a Giosuè tutto ciò che gli era in potere. In sostanza, Giosuè fu il successore emerito di Mosè sotto ogni aspetto militare, profetico e amministrativo. Possiamo così definire il fedele Giosuè come un “Mosè II”.

Il Flavio specifica che la morte può avvenire in due circostanze principali (escludendo l’omicidio, il suicidio o la morte accidentale), ovvero «secondo il volere di Dio e la legge della natura» (322). Mosè sapeva che doveva morire, non di vecchiaia – perché godeva di ottima salute, appunto – ma perché era stato Dio a decretare la sua morte senza poter entrare nella Terra Promessa per via di un peccato commesso che non ci è dato sapere dalle fonti ufficiali e tradizionali.

Il Flavio aggiunge che Mosè raggiunge finalmente il luogo preposto per la sua «sparizione» mentre la carovana e gli anziani che lo seguivano erano in lacrime. Ci troviamo sul monte Abari, il biblico monte Nebo, e qui abbiamo un’indicazione sia storica che biblica del luogo esatto in cui Mosè fu visto per l’ultima volta. Eleazaro e Giosuè erano ancora con Mosè quando «improvvisamente scese su di lui una nube ed egli scomparve in una valle». Qui il Flavio sembra essere abbastanza diretto e per niente equivoco, in quanto non dice che Mosè fu rapito incielo come Elia. Il testo biblico non dice nemmeno che Enoch fu portato in cielo, ma che «scomparve, perché Dio lo prese» (Genesi 5:24). In un articolo ho argomentato più nel dettaglio la questione della presunta ascensione in cielo di Enoch ed Elia, per cui non ne parlo in questa sede, ma rimando il lettore a leggerlo da questo link (clicca qui), oppure valutare se realmente Enoch non sia morto oppure sì (clicca qui). Una scena analoga al “rapimento della nube” avviene quando Gesù viene avvolto da una nube che, stavolta, lo porta su in direzione del cielo e non nel cielo.

Mauro Biglino fa dire al Flavio che Mosè venne «costretto a scrivere» che era morto, quando poi il testo del Flavio non accenna ad alcuna costrizione da parte di terzi, neanche da parte di Yahweh. Inoltre Biglino fa dire ancora al Flavio una cosa che non ha scritto, ovvero che il motivo per il quale fu «costretto» a scrivere della sua non-morte era «per evitare che qualcuno potesse dire che se ne era andato con le divinità».

Anzitutto, il Flavio non parla delle divinità al plurale, ma parla di Dio, al singolare. Questo a me pare un tentativo subdolo e meschino per fare dire ad un testo (biblico o storico che sia) ciò che in realtà non dice! Inoltre, tenta di avvalorare la sua esposizione dicendo che la versione raccontata dal Flavio è decisamente «più affascinante della favola che c’è stata raccontata». Appunto, la gente ama essere affascinata… e abbindolata! Vorrei precisare che una storia più affascinante di un’altra non vuol dire che sia più vera; rimane solo affascinante, punto. Resta solo da capire se il testo del Flavio e il testo biblico possono camminare armoniosamente insieme oppure no. Se così non fosse bisognerebbe capire se è il Flavio ad essersi inventato tutto, oppure che è la “Parola di Dio” a mentire.

La Bibbia dice che…

bibbia2Senza indugiare, ecco quanto viene riportato nel testo biblico del Deuteronomio al 34mo ed ultimo capitolo:

«Poi Mosè salì dalle pianure di Moab sul monte Nebo, in vetta al Pisga, che è di fronte a Gerico. E Yahweh gli fece vedere tutto il paese: Galaad fino a Dan, tutto Neftali, il paese di Efraim e di Manasse, tutto il paese di Giuda fino al mare occidentale, la regione meridionale, il bacino del Giordano e la valle di Gerico, città delle palme, fino a Soar. Yahweh gli disse: «Questo è il paese riguardo al quale io feci ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, questo giuramento: “Io lo darò ai tuoi discendenti”. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai». Mosè, servo di Yahweh, morì là nel paese di Moab, come il Yahweh aveva comandato. E Yahweh lo seppellì nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; e nessuno fino a oggi ha mai saputo dove è la sua tomba. Mosè aveva centovent’anni quando morì; la vista non gli si era indebolita e il vigore non gli era venuto meno. I figli d’Israele lo piansero nelle pianure di Moab per trenta giorni; si compirono così i giorni del pianto per il lutto per Mosè.

Giosuè, figlio di Nun, fu pieno dello Spirito di sapienza, perché Mosè aveva imposto le mani sul suo capo; e i figli d’Israele gli ubbidirono e fecero quello che Yahweh aveva comandato a Mosè.
Non c’è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè, con il quale Yahweh abbia trattato a tu per tu. Nessuno è stato simile a lui in tutti quei segni e miracoli che Dio lo mandò a fare nel paese d’Egitto contro il Faraone, contro tutti i suoi servi e contro tutto il suo paese; né simile a lui in quegli atti potenti e in tutte quelle grandi cose tremende che Mosè fece davanti agli occhi di tutto Israele»

Nel passo biblico ho evidenziato quei punti in grassetto che combaciano con le affermazioni che il Flavio fa nella sua opera.

Il testo biblico specifica che «Mosè […] morì nel paese di Moab, come Yahweh aveva comandato»; questa è una conferma che fu Yahweh a decretare la sua morte («secondo il volere di Dio», 322) e non per cause naturali essendo di sana e vigorosa costituzione.

Avendo chiaro il contesto biblico, mi sorgono alcuni dubbi circa le affermazioni di Biglino. Ammesso e concesso che Mosè fosse potuto anche andare «con le divinità», non credo che i lettori del manoscritto o per i suoi contemporanei sarebbe stata una novità straordinaria da dover tenere meglio nascosta, in quanto, appunto, sia ad Enoch prima che ad Elia dopo accadde una simile cosa messa per iscritto nella Scrittura e non celata: furono presi da Dio (o le divinità che dir si voglia)!

Invece, acquisirebbe più logicità tener celata non una cosa già avvenuta in passato e palesemente scritta, ma un qualcosa che avesse potuto suscitare nella mente dei lettori e dei contemporanei l’assurdità che Mosè sarebbe potuto diventare una divinità celeste! Se per gli Ebrei ortodossi era ed è inconcepibile l’idea che Dio si possa incarnare, figuriamoci quanto sia inconcepibile per loro che un uomo possa farsi Dio: ecco perché disprezzavano Gesù, perché da vero uomo si faceva vero Dio incarnato in un “comune mortale”. Per gli Ebrei ortodossi non poteva che essere la peggiore delle bestemmie (Giovanni 10:22-39; Matteo 26:57-67).

Mi chiedo: da quali fonti il Flavio ha attinto quelle informazioni “top secret” che Mosè fu «costretto» a non scrivere nel suo manoscritto? Ciò significa che il Flavio ne sapeva più dello stesso Giosuè che fu testimone oculare degli eventi e braccio destro di Mosè? Partirei dal presupposto che il capitolo 34 del Deuteronomio non appartiene al calamo di Mosè, ma di Giosuè. Gli indizi per affermarlo credo di poterli esporre:

  1. Il Deuteronomio nel suo complesso è redatto in modo preciso e con dettaglio quasi maniacale per quanto riguarda gli eventi che precedono la morte di Mosè;
  2. Chi scrive il capitolo 34 sembra aver perso la “cura” maniacale del dettaglio, come se scrivesse di fretta, senza essere preciso per come lo era stato fino a poco prima della scialba descrizione del necrologio mosaico.
  3. La descrizione della morte di Mosè avrebbe meritato maggior dedizione vista la portata dell’evento. Insomma, la morte di Mosè era “organizzata”, stava per morire lui, non il primo pinco pallino di passaggio.
  4. Il capitolo 34 presenta dunque una variazione di stile, da uno stile dettagliato a uno stile vago, quindi, necessariamente, le opzioni sono due: o è stato Mosè a scrivere in fretta e furia delle parole che da morto è impossibile scrivere, oppure è decisamente errato attribuire a Mosè la stesura del capitolo 34, andando così contro la dichiarazione del Flavio che dice espressamente che fu «egli stesso a scrivere nei libri sacri che morì».

Alla fine del capitolo 34, c’è una frase che lascia un po’ perplessi ma che tuttavia ha una spiegazione a mio avviso valida: «nessuno fino a oggi ha mai saputo dove è la sua tomba» (v.6). Chi può aver scritto queste parole se non qualcuno che non fosse Mosè? Fosse stato Mosè dovremmo pensare che nemmeno lui sapeva dove era stato seppellito mentre veniva seppellito.

Leggiamo che il lutto durò trenta giorni, e magari trascorsi quei trenta giorni nessuno sapeva ancora dove fosse stato seppellito. Sicuramente queste parole le scrisse Giosuè in quanto, come dice il Flavio, fu a lui che Mosè conferì la successione nella funzione profetica, assegnandogli anche il ruolo di comandante in capo per qualsiasi occorrenza: e sempre a lui, per ordine di Dio, affidò la direzione di tutti gli affari, probabilmente compresa la redazione di testi importanti equiparabili all’omonimo libro che viene subito dopo il Pentateuco.

C’è anche una questione importante da non dimenticare (o da imparare per chi non lo sapesse): anticamente i manoscritti non erano suddivisi per capitoli e versetti come oggi. Il Libro di Mosè (Torah o Pentateuco), che per stessa ammissione del Flavio fu lo stesso Mosè a scrivere di suo pugno «quarant’anni prima» [(vedi Flavio 302:44) – quindi nessuna traduzione orale messa per iscritto secoli dopo) –, formava un unico manoscritto o “rotolo”. La demarcazione fra un libro ed un altro non avveniva come oggi, in quanto l’ultima parte di un capitolo (versetto) veniva considerata come l’inizio (il primo versetto) del capitolo successivo; di conseguenza, l’ultimo parte di un intero libro (capitolo) veniva considerata come la prima parte (capitolo) del libro successivo. E questo è ciò che avviene con il capitolo 34 del Deuteronomio: non appartiene al calamo di Mosè, ma di Giosuè. Un defunto non può scrivere il suo funerale!

Come può essere avvenuto se il Flavio dice che fu lui a scrivere della sua morte? Secondo mio modesto parere c’è un errore di comprensione, in quanto il Flavio si sarebbe potuto riferire al fatto che Mosè non ha scritto che è morto, ma ha scritto che sarebbe morto a breve. Un uomo vivo e vegeto, e anche arzillo qual era Mosè, non può scrivere “sono morto” mentre è vivo; se mai scrive “sto per morire”. O magari il “sono morto” è un modo per dire “sto per morire”, come è un modo di dire l’affermazione “sei un uomo morto” mentre si minaccia una persona di ucciderla. Quindi, se leggiamo che fu Yahweh a «seppellire» Mosè, perché tutto questo interesse per un cadavere se non esclusivamente di quello spirito che ritorna a Lui che l’ha dato (Ecclesiaste 12:9)? Dio si preoccupò solo del corpo in carne ed ossa di Gesù (Atti 2:27,31; 13:34-35,37).

Il riferimento al seppellimento di Mosè da parte di Yahweh in persona andrebbe invece considerato come uno dei modi di dire sopra citati, perché è più plausibile intendere che fu Yahweh stesso a decretare la morte del suo servo, sebbene a seppellirlo potesse essere stato un altro (ammesso che ci sia stato un seppellimento vero e proprio).

Il passo «Yahweh lo seppellì nella valle […]» cammina in perfetta sintonia con la citazione del Flavio: «improvvisamente scese su di lui una nube ed egli scomparve in una valle». Non si dice che “le divinità” lo portarono con sé in cielo, anzi, una nube lo trascinò giù verso la vallata che si trova alle pendici del Nebo/Abari. Fu in quella valle che Mosè morì e che, tuttavia, non ne fu trovata la tomba «fino al tempo» in cui il redattore biblico “di turno” scrisse quelle parole.

Ciò vuol dire che è fortunato, oggi, chi trova la sua tomba. Il testo non esclude la possibilità di questa scoperta, perché il contesto si riferisce a quel periodo. Magari Giosuè lo sapeva e non lo disse mai a nessuno, essendo il “braccio destro” di Mosè dato che Aronne era morto da qualche mese (Numeri 20:29). Se la Bibbia e Parola di Dio e quindi questa è stata la volontà di Dio tener celata la tomba di Mosè in quell’epoca, vorrà dire che le cose sono andate così.

Conclusione

È assai curioso che nella Bibbia gli scomparsi Mosè ed Elia appaiano insieme improvvisamente sul monte della trasfigurazione, conversando addirittura con Gesù. Perché Enoch non era insieme a loro? Perché proprio Mosè ed Elia e non Elia/Enoch o Mosè/Enoch? Cosa avevano in comune? Forse la nube che li portò via entrambi che, guarda caso, incontrarono Cristo il quale anche Egli fu poi portato via da una nube?

Infine, il Flavio avrebbe potuto basarsi in buona fede su mere leggende ebraiche che circolavano nella sua epoca, facendo dire alla storia cose mai avvenute, ma cose che la “tradizione orale” insegnava e che Gesù tanto disdegnava e denunciava.

Se vogliamo considerare di più il punto di vista storico, credo che se si volesse realmente trovare un indizio sulla collocazione geografica precisa del luogo di sepoltura letterale di Mosè, bisognerebbe indagare sulla stessa persona di Mosè. Leggendo questi passaggi ad litteram potremmo intendere che Mosè fu effettivamente sotterrato nella vallata di Moab, quando invece nella valle di Moab potrebbe esservi morto e basta e che il corpo fu poi spostato da Yahweh in altra sede sconosciuta fino all’epoca di Giosuè o del relativo copista successivo che nella sua epoca avrebbe anche potuto aggiungere questo dettaglio assai cruciale. Ricordo che Mosè era egiziano e che ha vissuto per un terzo della sua vita in Egitto; egiziano almeno di adozione essendo lui di etnia ebraica DOC. Qualcuno ha mai cercato degli indizi su Mosè proprio in Egitto? Oppure il redattore biblico ha dichairato una collocazione geografica per depistare appositamente il luogo della sepoltura?

Quindi, Mosè è morto o è ancora “vivo” come Enoch ed Elia? Se leggiamo alla lettera sì, in caso contrario nì.

Una cosa è certa: Mauro Biglino sbaglia, e lo fa anche apposta!

A voi la risposta.

Il video di Mauro Biglino

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