Il Libro di Rut #1: Un gioiello narrativo dal carattere “sovversivo”

La breve struttura del Libro di Rut, composto solo da quattro capitoli, sembra tenerlo distante dai grandi temi biblici (come possono essere considerati l’Esodo, le alleanze, il profetismo, etc.), ma in realtà permette al lettore di meditare su questi attraverso alcuni personaggi che traducono nella loro vita quotidiana questi grandi temi.

Rut nel canone biblico

L’essere breve non è sempre sinonimo di semplicità[1] e questo vale anche per la lettura del Libro di Rut che, infatti, necessita di una preliminare analisi di alcune questioni, prima di entrare a pieno nel racconto. Una prima questione riguarda dove è collocato il libro all’interno del canone biblico e in che modo questa collocazione incide sul modo in cui il libro viene letto. La tradizione cristiana colloca Rut tra il Libro dei Giudici e il primo Libro di Samuele, considerandolo quindi un libro storico. Questa scelta in sostanza è determinata dall’inizio del racconto: «Al tempo dei giudici» (1:1) e dalla sua conclusione: «Obed generò Iesse e Iesse generò Davide» (4:22). Questa collocazione fa del Libro di Rut quella “freccia” che indica la strada che porta dall’epoca dei Giudici a quella dei Re, che permette cioè di passare da un periodo di violenze e di ribellioni – rappresentato dall’espressione ricorrente: «In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene» (Giudici 17:6; 21:25) -, al periodo monarchico che trova in Davide il suo esponente di maggior rilievo. Per confermare ciò basta notare che nei libri di Samuele è assente una genealogia di Davide, che invece chiude il libro di Rut (Rut 4,18-22).

Nel canone ebraico invece Rut è posto nella terza parte della Bibbia, cioè negli Scritti, e in particolare rientra in un gruppo di libri, chiamato Meghillòt (rotoli), che vengono proclamati nella liturgia delle feste. Il rotolo di Rut viene proclamato in sinagoga nella festa delle Settimane (Shavuòt), una festa di pellegrinaggio inizialmente legata alla mietitura del grano e dell’orzo e che in seguito ha assunto un carattere storico ed è stata legata alla celebrazione dell’alleanza del Sinai. Questa relazione liturgica tra Rut e la festa delle Settimane emerge dal testo, in particolare da ciò che si legge alla fine del primo capitolo del libro: Noemi e Rut infatti «arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo» (Rut 1;22).

Autore dello Scritto

Da un punto di vista teologico però Rut mostra come è possibile vivere andando oltre quello che è un “seguire alla lettera” quelle che sono le prescrizioni, ciò è mostrato dalle scelte fatte dai personaggi partendo da Booz, il giusto che fa più di quello prescritto dalla legge, e soprattutto da Rut che, pur essendo straniera, dà la sua adesione ai valori fondanti del Giudaismo, senza convertirsi ad esso. Questa duplice collocazione del libro già permette quindi di comprendere qualcosa in più dell’aspetto teologico di Rut e che ad ogni modo approfondiremo più avanti nello studio. Vista la collocazione del libro, passiamo ad una questione molto più ostica da risolvere: l’autore e la datazione del libro.

Anche Rut sembra condividere la stessa sorte di tutti gli altri libri dell’Antico Testamento: inizialmente erano attribuiti ad autori “ideali”, secondo questa idea il Pentateuco sarebbe stato scritto da Mosè e Rut da Samuele, come sostiene la tradizione ebraica. In realtà, non è di semplice risoluzione la questione degli autori dei libri dell’Antico Testamento, e quindi anche di Rut. Più studiosi sostengono che Rut sia stato scritto da una donna, sia per i temi affrontati (matrimonio, figli, discendenza, nuore, suocere, vedove, ecc.), sia perché i protagonisti per la maggiore sono donne, sia perché (caso unico nella Bibbia) il punto di vista, sul quale il racconto è costruito, è femminile (questa cosa si evince dalle numerose forme femminili presenti – verbi, suffisi, aggettivi, etc. – e che diventano un esercizio per chi studia l’ebraico e si cimenta nella traduzione del libro).

Questa ipotesi però non è condivisa da tutti perché, non conoscendo bene la formazione offerta in Israele, si può solo ipotizzare che questa fosse riservata a persone di alto rango sociale. Ancora dubbia è anche l’esistenza o meno di scuole in Israele, per le quali esistono prove, ma solo partendo da un’epoca molto recente. Pertanto sembra difficile che una donna potesse ricevere una formazione adeguata per l’elaborazione di un testo letterario come il libro di Rut. Ad ogni modo, le informazioni che abbiamo sono poche per arrivare ad una conclusione certa. Il problema dell’autore è legato alla datazione del libro, a proposito della quale sono state offerte diverse ipotesi che vanno dall’epoca di Davide e Salomone al III sec. a.C. Tuttavia, davanti al disagio di tante incertezze bisogna considerare che gli argomenti adottati per avvalorare una tesi o per contestarla sono, a volte, gli stessi. Ad esempio, un elemento al quale spesso si guarda per proporre una certa data per uno scritto è la lingua ebraica utilizzata in esso. Nel rotolo di Rut però esistono sia termini “antichi” che vocaboli recenti, vicini alla lingua aramaica, per cui dal solo studio linguistico non si possono trarre conclusioni definitive. In linea generale si ritiene che il libro di Rut sia stato scritto in un’epoca tardiva, nel post-esilio, al tempo di Esdra e Neemia e che l’autore utilizzi secondo una sua logica termini arcaici, affidati a personaggi ritenuti anziani, cioè Noemi e Booz.

Letteratura e finalità dello Scritto

Altre due questioni di difficile trattazione che, non sembra, ma sono molto legate, sono: il genere letterario e lo scopo del libro.

Per il genere letterario sono state fatte diverse proposte: testo storico, narrazione poetica popolare, idillio (cioè una storia di pastori, senza personaggi negativi), racconto didattico, novella, etc. Senza entrare troppo nel merito della questione, che potrebbe appesantire l’interesse del lettore, Rut va considerato un racconto nel quale si trovano riferimenti ad altri testi biblici che vengono riletti, citati, attualizzati, ripresi e commentati. La rilettura non riguarda solo il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento, ma è presente anche all’interno dell’Antico, soprattutto nei libri di datazione più recente che in qualche modo commentano e richiamano a testi e tradizioni più antiche. Inoltre, questa ipotesi avvalorerebbe una datazione recente di Rut.

Il motivo della stesura del testo è già emerso in precedenza, quando abbiamo parlato della collocazione nel canone biblico. Considerando Rut un testo storico, ad esempio, si potrebbe considerarlo la linea di unione tra l’epoca dei Giudici e quella dei Re (considerando anche la presenza della genealogia di Davide, come si diceva). Ma, anche tralasciando una visione storica del libro, Rut mostra il percorso che permette di uscire da un’epoca negativa, quella dei Giudici, e che introduce a quella “maestosa” del re Davide. Questo passaggio non è automatico, non avviene come per magia, ma è favorito dalle scelte dei personaggi che si lasciano guidare da valori come la solidarietà, la giustizia, la fede in Dio. La venuta del Messia è affidata a persone semplici, non famose, da poveri (vedove, stranieri), che nel loro vissuto quotidiano applicano i princìpi fondamentali della fede ebraica, anche in modo inconsapevole, come nel caso di Rut.

Sempre in relazione a Davide alcuni autori hanno ipotizzato che il libro di Rut sia stato scritto per giustificare l’origine moabitica del re, un dato innegabile, ma che era comunque imbarazzante. Esistono passi biblici in questo senso, come si legge, ad esempio, nel primo libro di Samuele: «Davide partì di là e andò a Mispa di Moab e disse al re di Moab: “Permetti che risiedano da voi mio padre e mia madre, finché sappia che cosa Dio vuole fare di me”. Li condusse al re di Moab e rimasero con lui finché Davide rimase nel rifugio» (1Samuele 22:3-4).

La storia di Rut, antenata di Davide, renderebbe “nobile” quest’origine, sottolineando come non tutti i Moabiti sono terribili così come la storia di Israele poteva spingere a pensare. Infatti, nel libro del Deuteronomio si legge: «L’Ammonita e il Moabita non entreranno nella comunità del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore» (Deuteronomio 23:4). Nei versetti che seguono vengono elencati anche i motivi che giustificano questa esclusione, riproponendo parte della storia di Israele. Il testo di Deuteronomio 23,4 è continuamente richiamato in Rut, anche se non viene citato esplicitamente.

Chi invece considera Rut un idillio, pensa che il libro non è stato scritto per qualche motivo in particolare, ma solo per il divertimento del lettore (ipotesi, oggi, quasi completamente abbandonata dagli studiosi).

In precedenza abbiamo considerato che Rut sia stato scritto in epoca post-esilica e che abbia il compito di prendere posizione contro alcune scelte fatte da Esdra e Neemia, tra le quali quella di rimandare nella propria patria le donne straniere che avevano contratto matrimonio con giudei. Ovviamente una soluzione del genere non poteva risolvere i problemi reali che l’epoca post-esilica aveva posto a chi tornava dall’esilio babilonese. Questi affrontarono i problemi legati alla ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio, si scontrarono con chi, rimasto in Israele, in cinquant’anni aveva occupato le proprietà degli esiliati, per non parlare poi della povertà. Questa difficile situazione sembrava risolvibile chiudendo agli stranieri, proibendo i matrimoni misti, dunque di rimandare a casa le mogli “illegittime”, per riconquistare una purità per ricostruire la propria identità, visto che l’appartenenza al mondo ebraico è garantita dalla nascita da madre ebrea.

In questo clima di chiusura, portato dalla paura, venne data una interpretazione “fondamentalista” di alcuni testi biblici, ad esempio:

«In quel giorno si lesse in presenza del popolo il libro di Mosè e vi si trovò scritto che l’Ammonita e il Moabita non dovevano mai entrare nella comunità di Dio, perché non erano venuti incontro agli Israeliti con il pane e l’acqua e perché, contro di loro, avevano pagato Balaam per maledirli, sebbene il nostro Dio avesse mutato la maledizione in benedizione. Quando ebbero udito la Legge, separarono da Israele tutti gli stranieri» (Neemia 13:1-3; cfr. anche Esdra 9-10; Neemia 10:31; 13:23-30; etc.)

Come reazione a questa interpretazione, nasce il libro di Rut che, con un aria universalistica, si presenta come uno scritto sovversivo. Secondo la prospettiva di lettura sopra fornita, ci si rende conto che tra la questione dello scopo del libro all’individuazione della teologia dello stesso, il passo è brevissimo. Considerando Rut come uno scritto sovversivo, si percepisce il messaggio teologico che l’autore vuole comunicare: chiudendosi all’altro, considerandolo un nemico, perché diverso, straniero, moabita, o per altri motivi, si corre il rischio di non vedere la nascita di Davide. L’altro, che tu rifiuti, lasciandoti condizionare da pregiudizi primitivi e religiosi, può essere migliore di te, come dimostra la figura del parente anonimo che, alla fine del libro, rifiuta di sposare Rut per non danneggiare la sua eredità: Allora colui che aveva il diritto di riscatto rispose (a Booz): «Non posso esercitare il diritto di riscatto, altrimenti danneggerei la mia stessa eredità. Subentra tu nel mio diritto. Io non posso davvero esercitare questo diritto di riscatto» (Rut 4:6).

Rut e Booz

Altro tema fondamentale del libro è la solidarietà, incarnata in modo speciale da Rut e da Booz che, pur essendo diversi tra loro (uomo-donna, ebreo-moabita, ricco-povera, anziano-giovane, etc.), in realtà hanno una grande somiglianza (tra l’altro, entrambi sono definiti «persone di valore», rispettivamente in Rut 2:1 e 3:11). I due sono generosi più del dovuto, esercitano una solidarietà piena e vera che nel caso di Rut ne beneficia Noemi, in quello di Booz invece ne beneficiano entrambe le donne.

Si deve anche considerare però come la solidarietà comporta una certa reciprocità. È vero infatti che Booz, essendo ricco, è in grado di aiutare economicamente le due donne e anche di sposare Rut, ma è vero anche che nel libro non ci è detto se Booz in precedenza avesse moglie o figli (bisogna dire anche che la tradizione ebraica menziona una precedente moglie di Booz che sarebbe morta nel giorno in cui Rut entrò a Betlemme), mentre alla fine del racconto con Rut concepirà un figlio, Obed.

Rut, un libro privo di riferimenti “trascendenti”, ma dotato di provvidenza

Interessante è anche il tema della provvidenza divina. Dio, come in altri racconti biblici, ad esempio Ester (nel testo ebraico) o in quello di Giuseppe (Genesi 37-50), non entra in scena, ma è sempre molto presente. Il libro di Rut non contiene miracoli, non presenta apparizioni di angeli, non propone visioni o sogni, ma viene tutto affrontato a livello umano e i problemi (la fame, la mancanza di una discendenza, quindi di futuro) sono risolti grazie alle scelte dei personaggi che, come Rut, si mettono in discussione alla ricerca di una soluzione. Ma, come detto, Dio è presente con la sua provvidenza, un termine che non esiste in ebraico, anche se il concetto è molto presente. Rut parla del caso: “per caso” avvengono delle cose, ma il lettore credente può ben riconoscere l’azione divina nella storia.

Conclusioni

Altro tema è il cambio di situazione: si passa dalla situazione di apparente disperazione iniziale (carestia, morte, mancanza di figli, ecc.) al racconto finale di un matrimonio (che risolve il problema del mantenimento delle due vedove) e la nascita di un figlio (che assicura un futuro). Questo cambiamento è stato determinato da scelte concrete che, visti i risultati, possono essere definite buone, ma che nel momento in cui sono state prese hanno lasciato un pò di scetticismo, visti i rischi ai quali si andava incontro.

Anche per la struttura del libro dobbiamo dire che non tutti gli studiosi sono concordi, ma che in linea generale il libro si divide in quattro scene, che corrispondono ai quattro capitoli che lo compongono. In ogni scena c’è un movimento che parte da Betlemme e lì ritorna, con l’unica eccezione della genealogia finale che viene considerata un’aggiunta secondaria, ma che per i più “romantici” può anche essere considerata parte integrante del libro, che apre al futuro. Nelle quattro scene Noemi e Booz non si incontrano mai, tra loro la mediatrice è Rut.

Grande rilevanza hanno anche i nomi (sia di persona che geografici) che spesso assumono anche valore simbolico.

Questo gioiello letterario si rivela, con le sue tematiche, attuale anche per noi, pur essendo ambientato in un mondo diverso dal nostro. Solidarietà, impegno per l’altro, l’esercizio della giustizia, la capacità di vedere l’agire di Dio nella vita corrente sono questioni che ci interrogano personalmente e ci chiedono di metterci in discussione.

Note dell’Amministratore

[1] Blaise Pascal diceva: «Se avessi avuto più tempo, avrei scritto una lettera più breve». Questo fa capire che scrivere poco e bene è frutto di tanto sacrificio e impegno speso nel tempo. Scrivere tanto non è sinonimo di “esaustività” né scrivere poco è sinonimo di inattendibilità.