La teoria della reincarnazione nei Vangeli

Introduzione

Dopo aver letto un articolo pubblicato nel blog La Stella, dove l’autore dello scritto sostiene che la reincarnazione è una “Teoria Pericolosa Per La Chiesa Cattolica”, io direi più che altro che tale teoria/filosofia/dottrina non è solo “pericolosa” ma soprattutto falsa dal punto di vista biblico. Si sostiene nell’articolo in questione che la «Chiesa Cattolica ripudia con ogni forza» la reincarnazione. Bisognerebbe fare prima di tutto una precisazione: sebbene io possa entrare alle difese del cattolicesimo pur non essendo cattolico ma realista, se la chiesa cattolica ripudia la reincarnazione avrà sicuramente i suoi validi motivi per farlo, tuttavia una tale credenza non è una cosa che va ripudiata solo perché la chiesa la ripudia, ma più che altro perché non riscontra assolutamente alcuna presenza tra gli insegnamenti di Cristo né degli Apostolo e/o Evangelisti. In questo caso, se la chiesa cattolica o le chiese cristiane in generale “ripudiano” la reincarnazione è perché ciò scaturisce da un non-insegnamento, cioè da un silenzio della Bibbia che non ne parla come cosa a cui credere che ciò avvenga davvero. Non si nega però che in epoca neotestamentaria (fino a oggi) vi fossero culture che credessero alla reincarnazione, ma tra queste, sia ben chiaro, non appartiene la cultura semitica!

Per evitare equivoci, l’autore del suddetto articolo riporta alcune citazioni dei padri della chiesa circa le loro allusioni a questa presunta credenza. Tuttavia, con mio sommo dispiacere, noto comunque che l’autore tratta l’argomento non aprendo mai la Bibbia ma concentrandosi solo dal punto di vista storico menzionando quei concili che avrebbero occultato e/o cancellato le tracce di questa credenza. Si dice:

«La reincarnazione, in occidente, era una credenza molto diffusa anche nell’antichità, basterebbe citare autori celebri come Platone, Pitagora, Empedocle, Cicerone, Virgilio e tanti altri filosofi, storici, scienziati. Nella reincarnazione credevano anche gli Esseni e i Farisei, gli Ebrei rabbini fondatori della Cabala e tanti altri popoli»

Se bisogna essere sinceri, non risulta che nel mondo ebraico antico (Esseni, Farisei, etc.) la reincarnazione fosse oggetto di credenza e/o realtà. Se lo fosse stato davvero, anzitutto, dal punto di vista storico-biblico l’atto e lo scopo del sacrificio di Cristo sarebbero stati letteralmente inutili; mentre, dal punto di vista storico-archeologico troveremmo dei riferimenti nei rotoli di Qumran e testi ebraici antichi in generale. Tuttavia, ancora fino ad oggi gli ebrei conservatori (completamente distaccati dal mondo cattolico) avrebbero continuato a credere alla reincarnazione se così fosse stato il loro antico pensiero. Nel proseguo di questo studio metterò in evidenza anche le parole del famoso capo religioso Nicodemo (un Fariseo, ndr) che poneva a Gesù le domande sulla “nuova nascita”. L’autore dell’articolo, inoltre, non fornisce nemmeno quelle prove e documenti comparabili al testo biblico che dimostrerebbero che le Scritture siano state manomesse per cancellare una simile credenza. Anche in questo caso, se così fosse stato, avremmo certamente trovato nei testi antichi del mondo ebraico riferimenti a tali informazioni presumibilmente “cancellate”, perché è buona abitudine dei traduttori cattolici, se mai, tradurre in modo inapprorpiato i testi antichi se non addirittura manipolarli in certi passaggi come i Dieci Comandamenti, pur mantenendo però il testo biblico (ebraico e greco) intatto così per come ci è giunto fino a noi oggi. Se la chiesa cattolica avesse avuto davvero le reali intenzioni di cancellare delle testimonianze a loro fastidiose, certamente avrebbe fatto in modo di cancellare alcuni dei Dieci Comandamenti direttametne nel testo ebraico. Non credete? Che senso avrebbe lasciare traccia di quelle cose che si vogliono nascondere?

Infine, nel blog si sostiene (ereticamente, dal mio punto di vista) quanto segue:

«La reincarnazione rende possibile il concetto di Giustizia: altrimenti perché uno nasce ricco o povero, sano o malato, fortunato o infelice, intelligente o ritardato? Noi non siamo vittime di un’esistenza a caso, ma siamo i co-creatori della nostra realtà! Tutto ha un significato, anche i dèja-vu, i sogni, le coincidenze e… così tutto assume una logica ben precisa, che rispecchia la perfezione del Tutto. Ogni incontro, esperienza, ogni segno dell’Universo ha un senso compiuto, e guida la nostra anima verso il sentiero che ci ri-porta all’Uno, vita dopo vita!»

L’uomo al centro dell’attenzione, sempre l’uomo. L’io, e non Dio. Adesso, senza citare i padri della chiesa, ridicoli concili e presunte omissioni varie, vediamo piuttosto cosa ha da dire la Bibbia circa la reincarnazione. Mi correggo, a dire il vero la Bibbia non parla di reincarnazione, ma argomenta dei temi ed eventi che vengono fraintesi dai “reincarnazionisti” come la reincarnazione: i più celebri brani biblici sono quelli del nato cieto e del ritorno di Elia.

La Reincarnazione del nato cieco

Uno dei brani più famosi, più discussi e più sfruttati di sempre per introdurre la reincarnazione all’interno del Nuovo Testamento si trova nel Vangelo di Giovanni in cui si parla dell’uomo cieco dalla nascita, o meglio, nato cieco. Il passo in questione è scritto in Gv 9:2-3, di cui ne citerò alcune versioni di traduzione:

«E i suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: “Maestro, chi ha peccato, lui, o i suoi genitori perché sia nato cieco?”» (Riveduta)

«I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”» (Nuova Riveduta)

«E i suoi discepoli lo domandaron, dicendo: “Maestro, chi ha peccato, costui, o suo padre e sua madre, perché egli sia nato cieco?”» (Diodati)

«E i suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”» (Nuova Diodati)

«e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”» (CEI)

Tutte e cinque le versioni appena esposte sembrano essere concordi sul fatto che l’uomo fosse nato già cieco. Un’ulteriore conferma la suggerisce il verso 1[1] in cui si dice in tutte e cinque le versioni che Gesù vide un uomo «cieco fin dalla nascita». È proprio la domanda dei discepoli che ha fatto emergere la presunta idea di reincarnazione all’interno del pensiero biblico, perché ad un’attenta lettura ci si potrebbe chiedere quanto segue:

  • Una persona cieca fin dalla nascita quale peccato avrebbe potuto commettere per meritarsi di nascere cieco?
  • Forse, in una vita precedente, l’uomo avrà commesso tanti di quei peccati tali da ricevere come “premio di condotta” alla sua rinascita in vita successiva lo stato di cecità visiva?

Gesù ribadisce alla loro domanda con una risposta secca, senza alludere a discussioni filosofiche e intrinseche: «Né questi ha peccato né i genitori di lui, ma affinché si manifestino le opere di Dio in lui»[2] Proprio questa risposta ha suscitato varie ipotesi perché Gesù sembra quasi non badare alla “strana” domanda che gli fu posta, come se quest’ultima fosse stata formulata nella totale normalità in quanto il pensiero della reincarnazione fosse indiscutibilmente anche un pensiero di Gesù stesso. Purtroppo non sappiamo chi fossero questi uomini che gli posero la domanda, per cui non possiamo dire con certezza assoluta che si trattassero dei dodici, ma di altri uomini, come tanti, che lo seguivano durante i suoi insegnamenti. Questi “discepoli ignoti”, probabilmente, sarebbero potuti provenire da altre credenze o scuole iniziatiche per cui, secondo l’esperienza del loro pensiero cercarono di chiedere a Cristo, per via indiretta, se l’uomo avesse peccato in una vita precedente. Effettivamente sembra che questo pensiero fosse presente nelle Scritture, ma non si evince da nessuna parte che Cristo approvasse una tale credenza. Di tante cose Cristo non ha espliciamente parlato perché il Suo interesse era quello di portare la salvezza in Lui e non tramite una “nuova nascita” da non peccatore. Tuttavia, se Gesù non diede alcuna considerazione a quel pensiero filosofico tipicamente orientale (e non mediorientale), non specificando alcun riferimento in merito a quest’ultimo, è perché magari non la considerava proprio. La risposta di Cristo sulla cecità dell’uomo fu motivata dal fatto che tale patologia doveva rendere testimonianza della gloria del Signore. Non ha assolutamente detto nulla riguardo ad una presunta vita precedente peccaminosa. Sono convinto, quindi, che se Cristo avesse ritenuto importante o reale il fenomeno della Metempsicosi o “trasmigrazione delle anime”, sicuramente ne avrebbe parlato con estrema chiarezza.

reincarnationC’è da considerare il fatto che molto spesso a Gesù venivano poste domande davvero stupide, assurde, ridicole e prive di fondamento logico. Egli stesso si ritrovava diverse volte a dover (ri)spiegare quelle Parabole che avevano lo scopo principale di annunciare concetti straordinari in termini ordinari, semplici e accessibili anche a quelle persone che intellettualmente facevano più fatica a capire le cose. Possiamo ricordare il caso di Nicodemo, considerata una personalità molto importante, infatti era uno dei capi dei Giudei. Nonostante Nicodemo fosse uno dei maestri religiosi d’Israele e data la sua spiccata intelligenza, non riuscì comunque a capire cosa voleva dire Gesù in merito alla “nuova nascita”, vale a dire che secondo il suo dubbio, Nicodemo pensava che la “nuova nascita” consisteva nel fatto che un uomo adulto sarebbe dovuto letteralmente ritornare nel grembo materno e rinascere. Già da questo assurdo concetto si evince che Nicodemo fosse a sconoscenza della reincarnazione in quanto avrebbe potuto intenderla senza porsi troppe domande. Un capo religioso del suo spessore non poreva non conoscere questa credenza se tale fosse stata realmente una credenza ebraica. In sostanza, quando Gesù doveva spiegare anche le cose più semplici doveva letteralmente fare il “disegnino” o “versarle col cucchiaino” fin quando non avessero capito (anche se molti continuavano comunque a fare finta di non capire).

Gesù fu chiaro nella Sua risposta, il Suo scopo non fu quello di mantenere il mistero nelle cose che diceva, ma il Suo scopo era quello di rivelare le cose del Padre in maniera palese. Se non era il Padre a decidere cosa bisognava rivelare, il Figlio non poteva dire nulla di Sua iniziativa che non provenisse secondo ciò che il Padre gli rivelava. A Cristo non interessava smentire o abolire pensieri e convinzioni intrinseche. Israele era allora una regione policulturale, intrisa di ellenismo, ebraismo e politeismo in generale vista anche la presenza dei Romani e di popoli oltre i confini di Israele che furono anche testimoni oculari del giorno di Pentecoste:

«Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo […] Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei e uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue […]» At 2:1-10

La cosa che più mi sbalordisce dei cosiddetti liberi pensatori estremisti è la loro capacità di trarre conclusioni avventate contraddicendo il loro stesso pensiero. Nel senso che secondo questi la Bibbia andrebbe intesa letteralmente in ogni suo punto, almeno per quanto riguarda l’Antico Testamento, mentre per il Nuovo Testamento tutto è celato sotto un velo di mistero, metafore ed allegorie comprensibili solo ai destinatari di questi scritti, mentre Gesù dichiarava l’esatto opposto. Persino Mauro Biglino tradisce se stesso affermando testuali parole in un suo lavoro: «pare proprio che a tutte le latitudini gli uomini si sentano dire ciò che vogliono sentirsi dire», e io aggiungerei che l’uomo tende a far dire alla Bibbia ciò che si vuol sentir dire dalla Bibbia. Una Bibbia ad uso e consumo personale in modo che le varie teorie possano quadrare in piena sintonia con la propria linea di interpretazione e speculazione intellettuale.

La Bibbia non è un libro che va interpretato secondo l’ispirazione momentanea di una propria e semplice idea dell’attimo, non si può «fare finta che» un brano significhi qualcosa piuttosto che un’altra. Secondo la critica Giovanni cercava di trasmettere alcuni insegnamenti sul significato spirituale della cecità in quanto egli afferma al verso 39 dello stesso capitolo analizzato quanto segue:

«E disse Gesù: Per (un) giudizio Io in il mondo questo sono venuto, affinché i non vedenti vedano e i vedenti ciechi diventino […] Se ciechi foste, non avreste peccato; ora invece dite: Vediamo! Il peccato di voi rimane»

Tuttavia, questo collegamento non ha niente a che vedere con una cecità naturale, ma a quella spirituale (si ricorda la vicenda del cieco che vedeva uomini come alberi). Detto questo, cosa voleva dire Gesù con l’affermazione «affinché si manifestino le opere di Dio in lui»? Per rispondere a questa domanda sarà necessario indagare ancora più da vicino sulla reale affermazione che poteva aver formulato Gesù nella lingua locale, l’aramaico, trascritta però in greco dal redattore biblico:

reincarnazioneIl termine greco tradotto con «nascente» è ghennìthi ed è un Congiuntivo Aoristo Passivo alla 3^ Persona Singolare. Ma vediamo cosa possono dirci due dizionari di greco biblico:

  • Il dizionario Analytical Greek Lexicon by Friberg assegna a questo verbo l’estensione del «diventare», «il risultato del dar luogo a qualcosa a motivo di…» e non «a causa di…» io aggiungo;
  • Il Greek-English Dictionary Barclay-Newman dice che oltre al senso di «dare alla luce» (rivelare?) può significare anche «essere nati, portare a.., causa».

Nella versione ebraica del Nuovo Testamento viene usato il termine nolàd che significa «nascere», ma ricordiamo che si tratta pur sempre di una traduzione dal Greco e non da un autentico in Ebraico/Aramaico.

Che il passo possa avere un duplice significato è probabile. Le analisi etimologiche ci inducono a pensare che l’uomo potrebbe anche non essere nato cieco ma che lo sia «diventato» successivamente, però anche in questo caso non possiamo averne certezza perché non è possibile avvalersi della facoltà di interpretare il primo versetto a nostro piacimento, non sarebbe intellettualmente onesto, per cui Gesù vide un uomo che era cieco fin dalla nascita: durante i nove mesi di gravidanza il nascituro non ha né le capacità né la coscienza per poter commettere peccato, di qualsiasi natura esso sia (sebbene sia peccatore per natura).

Dunque, per quale motivo Dio avrebbe fatto nascere un uomo cieco che, magari, avrebbe potuto sicuramente soffrirne durante la sua vita? Da questo punto di “vista” non “vediamo” un atteggiamento di Dio così positivo per come ci aspetteremmo. C’è da dire però che ogni Opera disegnata dall’Altissimo, ogni Suo modo di agire, deve essere perfetto e indiscutibile. Proprio come il Padre predispose il Figlio a subire le sofferenze della passione senza che quest’Ultimo si ribellasse a Lui, anche per l’uomo non vedente Dio avrebbe potuto indurre nel suo cuore quella predisposizione d’animo all’accettazione del proprio status di non vedente in quanto un soggetto che non ha mai potuto godere del senso della vista fin dalla nascita (e molte volte sarebbe meglio essere davvero ciechi piuttosto che vedere certe cose), durante la crescita non sentirà mai quell’impellente esigenza o bisogno di vedere perché prima di ogni cosa un cieco dalla nascita non sa nemmeno cosa significhi “vedere” se non “percepire”. Il percepire vale più di mille occhi.

In conclusione, è assai difficile ipotizzare la possibilità che il nato cieco fosse stato un peccatore in una presunta vita precedente perché l’uomo, per sua natura è e rimarrà sempre peccatore se non viene lavato dal sangue di Gesù Cristo. Morire e reincarnarsi per condurre una vita successiva da non-peccatore rispetto a quella precedente è impossibile e non avrebbe alcun senso logico perché la sua natura non muta e il peccato rimane se non c’è vera salvezza. Il processo naturale come la respirazione è una cosa di cui non possiamo farne a meno, è un automatismo psicosomatico che avviene per istinto. Oppure come la nostra ombra di cui non possiamo disfarcene. Così è la natura peccatrice, un’ombra che porterà con se l’uomo sempre dietro fino a quando non avrà ricevuto quel corpo glorificato e perfetto che allo stato attuale possiede solo Cristo.

La Scrittura non insegna da nessuna parte che all’uomo siano concesse delle possibilità di ricevere redenzione se in una vita precedente non ha ricevuto redenzione. Una volta che si muore non si può più tornare indietro, altrimenti lo stesso ladrone che fu crocifisso insieme a Gesù non si sarebbe preoccupato di chiedere a Cristo di ricordarsi di Lui, ma avrebbe certamente potuto rimediare in altro modo in una vita terrena successiva in una nuova rinascita.

La Reincarnazione di «Il mio El è Ya» (Elia)

I brani evangelici di Matteo e Marco testimoniano che gli Ebrei di quel tempo attendevano con ansia il ritorno del Profeta Elia nelle vesti di colui che avrebbe ristabilito l’ordine del regno di Dio sulla Terra. Matteo narra di un evento straordinario: la trasfigurazione sul monte in cui apparirono Mosè ed Elia, e Gesù raccomandò ai lì presenti di non raccontare niente a nessuno di quanto fosse accaduto, primo perché Cristo non è mai stato un animale da palcoscenico, secondo perché i Giudei non erano ancora spiritualmente pronti sentirsi dire certe cose. I tre che erano con lui (Pietro, Giacomo e Giovanni) chiesero a Gesù:

«Perché dunque gli scribi dicono che Elia deve venire prima? Egli allora rispondendo disse: Elia certo viene e ristabilirà tutte le cose; dico ma a voi che Elia già venuto, e non riconobbero lui, ma fecero di lui quanto vollero. Così anche il figlio dell’uomo [Gesù uomo] sta per soffrire da (parte) loro. Allora compresero i discepoli che di Giovanni il battezzatore aveva parlato a loro» Mt 17:10-13

Si tratta davvero del Battista? Avete notato che Gesù sembra contraddirsi? Oppure i discepoli compresero erroneamente? Il redattore biblico, Matteo, non dice che si trattava proprio di Giovanni il Battista, ma specifica che i discepoli pensavano che di lui si trattava, come per dire che «i discepoli intesero che si trattase del Battista» ciò nonostante di lui non si trattava proprio. Osserviamo più da vicino le considerazioni di Gesù:

  1. Egli sostiene in un primo momento che Elia deve ancora venire;
  2. Subito dopo afferma che in realtà si era già manifestato senza che nessuno lo avesse riconosciuto. Questo farebbe capire che, forse, oltre all’essersi già manifestato nel Battista si manifesterà ancora e che la presunta reincarnazione del profeta non sarebbe una sola ma più di una;
  3. Quando Egli dice «Elia certo viene» Gesù voleva riferirsi a se stesso nel senso che non è ancora il tempo di manifestare il piano di salvezza nonostante «Elia già venuto», riferendo sempre a se stesso in quanto era già in mezzo a loro fisicamente, ma nell’attesa di doversi manifestare secondo la profezia. A questo punto non ci sarebbe contraddizione e la citazione di Cristo acquisterebbe subito il suo pieno valore soprannaturale.

saibabaTuttavia, secondo le credenze orientali, anima e spirito di un individuo si potrebbero reincarnare in più corpi perché il famoso santone guru indiano Sathya-Sai-Baba ormai scomparso, si dichiarò essere la reincarnazione di Sai Baba di Shirdi e che alla sua morte la stessa anima e il medesimo spirito si sarebbero reincarnati in un terzo ed ultimo corpo. Attualmente in India si attende questo terzo avvento così come gli Ebrei attendono ancora l’avvento di Elia.

Ci sarebbe da considerare un particolare molto interessante circa la valenza delle analisi sugli avventi di Cristo: lo stesso nome “Elia”, in Ebraico Eliyahu, significa «il mio Dio è YHWH», letteralmente El-Ya-mio. Ya è la forma abbreviata di Yahwh mentre el, singolare di eloah, viene comunemente tradotto con il termine «dio»; la desinenza hu, invece, indica l’aggettivo possessivo «mio/a». Un nome composto da tre elementi che secondo le nostre analisi rappresenterebbe il primo avvento di Cristo incarnatosi in Yahwéh che, a Sua volta, si sarebbe poi “reincarnato” nel corpo di Gesù. Ciò che voglio intendere con queste esposizioni è che solo l’Onnipotente può avere la facoltà, nel caso in cui lo voglia, di “reincarnarsi” da un corpo all’altro, perché a Lui tutto è possibile, anche la cosa più impensabile e la più inaccettabile, mentre all’uomo gli resterà per sempre la sola illusione che un tale fenomeno come questo possa verificarsi anche per la propria anima e per il proprio spirito. Che dire allora dell’uomo senza padre né madre né discendenza, Melkitsedek? Chi era? Da dove veniva? Sempre secondo le credenze orientali, la reincarnazione da una vita precedente a una successiva avverrebbe già dal concepimento e quindi l’anima e lo spirito del vecchio uomo si reincarnerebbero nel nuovo feto.

Se stavolta prendessimo in considerazione l’epiteto «Emmanuele» (lett. Ymmanu El) assegnato al futuro Messia dal Profeta Isaia (7:14) possiamo dire che quest’ultimo non menzionò il Suo nome proprio di persona o nome di battesimo per come lo conosciamo noi, cioè quello preannunciato dall’angelo a Maria, Yeshua, ma quel nome che caratterizzava una dichiarazione di fiducia dello Stesso in quanto il nome ebraico Ymmanu El è formato da tre termini:

  1. Ymma, con;
  2. nu, nostro;
  3. el, dio.

Isaia non ha “tirato a indovinare” né sbagliato a profetizzare il nome, perché Gesù rappresentò veramente «Dio con noi», che è il significato corrispondente al nostro Emmanuele e in tutte le sue varianti. L’ansia che i Giudei avevano per l’avvento del Profeta Elia mise in loro la confusione di una chiara evidenza: non era Elia “in carne ed ossa” che doveva manifestarsi, ma ciò che caratterizzava il significato del suo nome nella persona del Messia. Ciò caratterizza l’attinenza che c’era tra i nomi Yahwéh e Yeshua, medesima realtà.

Se Eliyahu significa «il mio El è Ya» ed Ymmanu El significa «El è con noi», nel preciso momento in cui il Salvatore è nato si erano manifestati entrambi i nomi nella medesima persona di Cristo, proprio perché Gesù è:

  • La “(re)incarnazione” di Yahwéh;
  • Rappresentava Yahwéh l’Elohìm d’Israele;
  • L’Iddio che stava in mezzo (con) alla gente.

Erano in molti a pensare che Gesù fosse o il Battista resuscitato dai morti o Elia (Mc 6:14-15). Per quanto riguarda la prima affermazione sarebbe già da escludere ed impossibile da credere perché l’anima e lo spirito di una persona non potrebbero reincarnarsi in un’altra persona già viva (questo è ciò che impariamo dalle credenze orientali). Questo lo dimostra chiaramente proprio il fatto stesso che Giovanni il Battista e Gesù erano contemporanei, e per di più parenti, se non che il Battista stesso battezzò Gesù nel Giordano. Gesù quindi sarebbe stato il Battista risorto dai morti nello stesso momento in cui il Battista non era ancora morto (!). Questa è un’ennesima dimostrazione del fatto che i Giudei dell’epoca non erano persone di spiccata dote cognitiva e che, oltre a formulare al Cristo domande molto strane e insensate, facevano affermazioni che andavano al di là di ciò che era evidente. Quando due persone sono contemporaneamente vive, l’una non può essere la resurrezione/reincarnazione dell’altra. Questa è un’affermazione davvero insensata perché comporterebbe che l’anima e lo spirito della persona ancora in vita lasciassero quel corpo per andare ad ospitare un altro corpo. Chissà quanta pazienza doveva avere Cristo nel cercare di far capire alla gente determinate cose. Aveva ragione Gesù a considerare l’apostolo Giovanni il “migliore”, quello che amava e apprezzava di più, non perché avesse dei riguardi verso di lui ma perché era quello che dal punto di vista intellettivo era il più sveglio ed immediato nella comprensione. Altro valido motivo per il quale Gesù stesso affidò a lui la madre. La Giudea soffriva palesemente di un elevato disturbo dell’apprendimento.

In Mc 8:27-28 Gesù fa una domanda ai Suoi discepoli: «Chi me dicono gli uomini essere? Essi allora parlarono a lui dicendo: “Giovanni l’immergitore”, e altri: “Elia”, altri poi che (sei) uno dei profeti». Nel capitolo 9:11-13, Marco rimarca quanto detto da Matteo scrivendo: «Elia certo venendo per primo ristabilisce tutte le cose; e come è scritto su il figlio dell’uomo che molte cose patisca e sia disprezzato? Ma dico a voi che anche Elia è venuto, e hanno fatto a lui tutte le cose che hanno voluto,[3] come è stato scritto di lui».

Non è logico pensare che sia Gesù che il Battista fossero la realizzazione di Elia perché il Battista stesso, in primis, specificò chiaramente di non esserlo:

«E questa è la testimonianza di Giovanni, quando inviarono da lui i Giudei da Gerusalemme Sacerdoti e Leviti affinché interrogassero lui: “Tu chi sei?” E riconobbe e non negò, e riconobbe: “Io non sono il Cristo.” E domandarono a lui: “Chi (sei) dunque? Tu Elia sei?” E dice: “Non (lo) sono.” “Il profeta sei tu?” E rispose: “No!” Dissero dunque a lui: “Chi sei? Affinché (una) risposta diamo agli aventi inviato noi. Cosa dici di te stesso?” Rispose: “Io (sono) voce gridante in il deserto: raddrizzate la via del Signore, come disse Isaia il Profeta» Gv 1:19-23

Ma arriviamo alla soluzione definitiva del dilemma riguardo alla presunta reincarnazione di Elia. Sappiamo di questo personaggio che fu rapito in cielo da un «carro e cavalli di fuco» (2Re 2:11) e che, come il Patriarca Enoch, non incontrò mai la morte. Può una persona mai morta reincarnarsi in un’altra persona? La risposta è certamente no! Quando un soggetto non è morto, ma bensì vivo e vegeto, non si può parlare né di reincarnazione né di rinascita carnale. Gli Ebrei del tempo si aspettavano e si aspettano ancora che il profeta Elia ritorni sulla Terra con le stesse modalità con la quale fu portato in cielo, tuttavia oggi è chiaro che il ritorno di Elia, o meglio, la manifestazione del significato del suo nome, viene manifestato dalla figura di Cristo. Ciò che invece afferma Cristo è che dopo la morte ci sarebbe una sorta di vita “angelica” che smentisce una vola per tutte la fattibilità della reincarnazione sugli esseri umani: «quando infatti da morti risorgono né si ammogliano, né si maritano, ma sono come angeli in i cieli» (Mc 12:25). Insomma, una perpetua reincarnazione tra un corpo e l’altro annullerebbe la stessa risurrezione! A mia grande sorpresa anche Mauro Biglino è a favore di questa tesi, per cui sostenendo che la reincarnazione non può esserci per il motivo che dopo la morte ci sarebbe un luogo angelico, fa capire che paradossalmente alle sue teorie egli sembra non poter smentire, indirettamente, che la vita angelica sia realmente esistente (cosa che lui nega).

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Studio tratto dal saggio Il Mezzosangue – Vita, morte e miracoli di un Rivoluzionario.

Note

[1] «La compassione di Gesù verso di lui era molto tenera. Egli lo vide; cioè, prese atto del suo caso e lo guardò con compassione. […] Quest’uomo non riusciva a vedere Cristo ma Cristo era in grado di vedere lui, anticipando sia le sue preghiere che le aspettative con una cura sorprendente. Cristo si trova spesso in mezzo a quelli che non lo cercano o non lo “vedono”, e ciò che possiamo apprendere è che siamo stati conosciuti prima da Lui»traduzione tratta dal Mattew Henry Commentary.

[2] Questo passo ricorda l’affermazione di Yahwéh di Es 20:5 in cui viene scritto che Egli stesso punisce l’iniquità dei padri riversandole alla progenie fino alla terza e quarta generazione di quelli che Lo odiano. Tuttavia viene espressamente specificato che i genitori del cieco nato non erano colpevoli di peccato quindi non ci sarebbe stata alcuna iniquità precedente da parte loro che si sarebbe potuta riversare verso il figlio che era nato in quel modo. Gesù specifica che la cecità di quell’uomo non era dovuta come conseguenza di atti peccaminosi ma per altri motivi, perché come ben sappiamo l’uomo è peccatore di natura e se il Trascendente avesse dovuto prendere in considerazione questa natura peccaminosa dell’uomo riversando le “maledizioni” di generazione in generazione, tutta l’intera umanità soffrirebbe di questa patologia, o altre. C’è da dire quindi che una qualsiasi malattia non per forza deve essere di origine peccaminosa; nello stato attuale in cui ci troviamo le varie piaghe e calamità che colpiscono il nostro pianeta ce lo testimoniano con estrema chiarezza.

[3] Questa citazione è riferita alle umiliazioni e alla passione patite da Gesù.