Idolatria | parte #2

[NOTA: Se non l’hai ancora letto, consulta la prima parte di questo studio: clicca qui]

Quali sono le forme moderne di idolatria?

papa Francesco bacia statuaTutte le varie forme di idolatria moderna hanno una cosa in comune: l’esaltazione dell’io. L’idolatra, cioè colui che pratica l’idolatria, non per forza deve esserlo solo quando si inginocchia o si prostra d’innanzi a idoli statuari di grande bellezza artistica o pregare d’innanzi alle immaginette “sacre”, baciandole o tenendole anche nel portafoglio come dei talismani portafortuna o come “angeli custodi”, in cui vengono ritratti “santi” uomini  e donne del passato defunti (cioè morti e mai risorti) di cui non se ne conosce nemmeno la loro reale identità fisionomica. Queste cose vanno avanti da secoli e secoli: le prime immagini sacre (bassorilievi, sculture, graffiti rupestri) risalgono fin dall’origine dell’uomo e i Sumeri erano soliti rappresentare i loro “déi”, gli Anunnaki, antropomorfizzando i corpi celesti.

Il marchio di idolatria moderna di cui intendo parlare in questo secondo capitolo può assumere varie forme, e queste ultime assumono a loro volta le sembianze dei personaggi famosi (sia mondani che religiosi), l’ammirazione sfrenata ed esaltata verso di loro (come le ragazzine che piangevano e si tiravano i capelli quando assistevano ad un concerto dei Beatles dal vivo e/o come fanno ancora oggi), il voler essere o diventare belli, ricchi e famosi come loro, avere appeso in casa un loro poster, o avere la camera con le pareti interamente tappezzate di fotografie del gruppo musicale, l’attore o l’attrice preferita, il leader politico e/o religioso, gioielli, gadget e bijoutteria che riprendono le forme di “simbologia sacra” (come il crocifisso per i cattolici ed ortodossi, e il “pesciolino” per i cristiani di stampo protestante), i possedimenti, le ossessioni, le fissazioni; in generale qualunque cosa che possa rendere la mente dell’uomo distratta dalle attenzioni che bisognerebbe rivolgere a Dio. Non che Dio abbia bisogno di attenzioni, sia chiaro, ma è l’uomo che sente l’esigenza di riporre le proprie attenzioni verso qualcuno o qualcosa: a chi o in cosa riporre le proprie attenzioni è una decisione “intima” e a volte indotta del singolo individuo.

Santo-RosarioAd esempio, l’uso del crocifisso viene usato dai religiosi moderni come simbolo per ricordare la passione di Cristo, dimenticando però che quella croce si è deteriorata nel tempo ed è vuota, poiché Cristo vi è sceso da lì definitivamente, per cui non è necessario ricordare quel simbolo se non l’atto del sacrificio in sé. Anche i ladroni sono morti in croce, bisognerebbe ricordarli per come sono morti? È giusto ricordare che Cristo è morto per noi, ma è altresi giusto ricordare che Cristo è anche risorto. Gesù non disse «fatevi il segno della croce in memoria di me», ma disse ben altro per mantenere viva la Sua memoria nei cuori (e non al collo o nelle pareti di casa, cfr. Lc 22:19). L’immagine in sé della croce appesa al collo o nelle pareti di casa (o scuola o ufficio) la vedo, dal mio punto di vista personale (e per certi aspetti anche da un punto di vista biblico), come un’oltraggio in sé alla figura di Cristo. Se il defunto (defunto come lo sono i “santi” del calendario) presidente J.F. Kennedy avesse l’opportunità di ritornare in vita ed essere nuovamente il paladino di giustizia di tutti i suoi sostenitori che ancora si ricordano di lui, che reazione avrebbe se questi suoi sostenitori avessero appeso al collo un ciondolo a forma di fucile di precisione Sniper? Sicuramente non avrebbe un bel ricordo di quel fatidico giorno, ne rimarrebbe certamente sconcertato e shoccato da una simile e oltraggiosa visione: «è questo il modo in cui voi avete mantenuto viva la mia memoria? Quello scempio appeso al collo è stato il mezzo che ha provocato la mia morte, e voi invece lo sfoggiate come un trofeo per ricordarvi di me? Avreste fatto meglio a credere semplicemente nei principi etici, morali ed umanitari in cui io ho creduto, portarli nel vostro cuore, che i miei assassini mi hanno impedito di fare. Avreste dovuto continuare voi quell’opera umanitaria che mi è stata stroncata con un proiettile alla testa!».

Mi chiedo: se Cristo fosse stato condannato all’impiccagione, cosa indosserebbero al collo i “cristiani” di oggi che usano mettersi generalmente la catenina d’oro con la croce? Avrebbero usato un ciondolo a forma di cappio o, peggio ancora, avrebbero indossato direttamente un cappio? O se fosse morto per decapitazione alla ghigliottina o per mano dei tagliagola dell’ISIS, il simbolo “cristiano” avrebbe assunto le forme di una ghigliottina e/o di un pugnale? O se Cristo fosse morto nella nostra epoca moderna con la pena capitale della sedia elettrica, avremmo dei “cristiani” che usano come simbolo di Cristo una sedia elettrica o, ancora per assurdo, se fosse morto con la pena capiale dell’iniezione letale, troveremmo tanti simboli “cristiani” a forma di siringa! Ebbene, quello che si usa per simboleggiare illusoriamente Cristo (cosa di cui Cristo si schifa e indigna profondamente ogni giorno), la croce, è in realtà uno strumento di tortura e morte che i romani usavano anticamente per condannare a morte e/o punire corporalmente i prigionieri. Non oso immaginare la raccapricciante, eretica e blasfema immagine di chiese e case ricolme di sedie elettriche, cappi, ghigliottine e siringhe al posto delle croci per ricordare la morte di Cristo. In realtà queste scempiaggini sono lo strumento di morte. Il gesto sacrificale di Cristo bisogna portarlo nel cuore e nella mente, non appeso al collo o stampato in un maglietta, etc. Che vergogna! Beh, qualunque fosse stato l’oggetto/strumento in sé a causare la morte fisica del corpo di Cristo, sicuramente, e ne sono iperconvintissimo, oggi lo troveremo certamente appeso al collo della gente e nelle pareti di case, chiese, scuole, uffici, enti pubblici e privati di tutto il mondo.

Come l’esempio di J.F. Kennedy, una cosa simile, se tornasse oggi, la direbbe anche Gesù: «è con un inefficace segno della croce che intendete baipassare il vero senso di comunione intima del cuore che bisogna avere con me? È con un simbolo materiale e strumento di morte che vi ricordate di me? Io vi ho esplicitamente chiesto di ricordarvi di me quando ho spezzato il pane e l’ho diviso con voi come se fosse il mio corpo dato per voi, e vi feci bere dal calice della Nuova Alleanza come se fosse il mio sangue di vita dato per voi. Siete degli illusi! Qualunque strumento abbia causato la mia morte, voi dovevate ricordarvi del sacrificio, non dello strumento di morte. Se mi avessero strangolato o annegato sott’acqua, che simbolo avreste usato? Poveri illusi!» (1Cor 11:24-25, cfr. 1Cor 6:9).

idolatria modernaDetto questo, ritorno ad esaminare l’esaltazione dell’io. In primo luogo, l’adorazione verso l’altare del materialismo alimenta la necessità di costruire il proprio ego attraverso l’acquisizione di più roba. Le case sono sempre piene di ogni sorta di beni (almeno per chi può permetterselo). Si costruiscono case sempre più grandi arredandole con arredi sempre più lussuosi per ospitare tutte le cose che si possono comprare, molte delle quali non si hanno ancora pagato interamente (finanziamento). La maggior parte degli averi hanno costruito dentro le case “l’obsolescenza programmata”, il che rende inutili, in poco tempo, tutte le cose che si possiedono, così da sentirsi obbligati a riporle in garage o altro spazio (cantina, ripostiglio, sgabuzzino, etc.). Poi, successivamente, si corre a comprare un nuovo oggetto, un indumento o gadget, e l’intero processo ricomincia ciclicamente. Questo desiderio insaziabile di avere sempre tutto e sempre nuova roba, anche la cosa più stupida e inutile, è riassumibile con la parola cupidigia:

cupidìgia s. f. [lat. *cupiditia, der. di cupĭdus «cupido»] (pl. –gie). – Avidità sfrenata di ricchezze, di possesso: c. di denaro; c. dell’altrui (Leopardi); meno com.: c. di onori, di potere, di vendetta; anche assol.: eccitare la c.; Oh cieca c. e ira folle (Dante). In altro senso, desiderio molto vivo: Tanta in lor c. è che riluca Omai nel ciel l’alba aspettata e lieta (T. Tasso); anche, desiderio concupiscente: guardare una donna con cupidigia. È sinon. meno letter., ma con sign. più determinato, di cupidità.

Il Decimo Comandamento ci dice di non cadere vittima della «concupiscienza» (desiderio, desiderare):

«Non concupire la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo» Es 20:17

Dio sa che non saremo mai felici sull’indulgere i nostri desideri materiali poiché sono trappola di Satana affinché si mantenga la nostra attenzione su noi stessi, sul materialismo e non su di Lui.

In secondo luogo, si tende generalmente ad adorare l’altare dell’orgoglio e dell’ego. Ciò assume spesso la forma di ossessione per la carriera e il posto di lavoro: vivere per lavorare, il lavoro al primo posto, tutto il resto è marginale, di contorno. Milioni di uomini e donne dedicano almeno 60/80 ore alla settimana al proprio lavoro. Anche nei fine settimana e durante le vacanze, i computer portatili sono un continuo ronzio alle orecchie, e le menti sono strapiene di vorticosi pensieri sul come rendere le “nostre” imprese dell aziende di successo, oppure come ottenere una promozione, come ottenere il successivo rilancio, o come chiudere l’operazione successiva ancora. Nel frattempo, i nostri figli mancano di attenzione e amore. Inganniamo noi stessi pensando che stiamo facendo qualcosa per dare loro una vita migliore. Ma ai figli non serve questo per avere una vita migliore: a un figlio occore un genitore presente che lo ami e che riponga in lui le proprie attenzioni, a prescindere dalla ricchezza o dalla povertà. Si è padri e figli con o senza portafoglio. Il lavoro di genitore molti lo rifiutano perché è un lavoro che va effettuato 24h al giorno in cui non è previsto alcun compenso (si consiglia la visione di questo video). Il lavoro più duro e più sottopagato di sempre. Ma la verità è che se cerchiamo il successo lo stiamo facendo per noi stessi, affinché aumenti la nostra autostima apparendo come uomo/donna di successo agli occhi del mondo. Questa è pura follia! Tutte le nostre fatiche e tutte le realizzazioni non saranno più di alcuna utilità dopo la morte, perché queste cose non hanno valore eterno. Come re Salomone ha detto in Ecc 2:21-23:

«Infatti, ecco un uomo che ha lavorato con saggezza, con intelligenza e con successo, e lascia il frutto del suo lavoro in eredità a un altro, che non vi ha speso nessuna fatica! Anche questo è vanità, è un male grande. Allora, che profitto trae l’uomo da tutto il suo lavoro, dalle preoccupazioni del suo cuore, da tutto ciò che gli è costato tanta fatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolore, la sua occupazione non è che fastidio; perfino la notte il suo cuore non ha posa. Anche questo è vanità»

In terzo luogo, si tende ad idolatrare l’umanità e, per estensione, noi stessi attraverso il naturalismo e il potere della scienza. Questo ci dà l’illusione che siamo padroni del nostro mondo (e dell’universo) e costruisce l’autostima in proporzioni divine. Si tende a rifiutare la Parola di Dio e la Sua descrizione di come Dio ha creato l’universo, mentre si accetta l’assurdità dell’evoluzione e del naturalismo. Si abbraccia la dea dell’ambientalismo con l’illusione di pensare che possiamo preservare il pianeta a tempo indeterminato quando Dio stesso ha invece dichiarato che la terra ha una durata limitata. In quel tempo, Egli distruggerà tutto ciò che ha fatto e farà una nuova creazione:

«Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate. Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi, quali non dovete essere voi, per santità di condotta e per pietà, mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno! Ma, secondo la Sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia» 2Pt 3:10-13

Come dice questo passaggio così chiaro, il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di adorare l’ambiente, ma di vivere una vita santa mentre si attende con ansia il ritorno del Signore e Salvatore, che da solo merita ogni adorazione.

Infine, e forse il più distruttivo, vi è l’adorazione dell’altare di autoesaltazione e realizzazione del sé con l’esclusione di tutti gli altri individui con i loro bisogni e desideri. Ciò si manifesta nell’auto indulgenza attraverso l’alcool, le droghe e il cibo. Molti paesi ricchi hanno accesso illimitato all’alcool, alle droghe (l’uso di droghe più alto di tutti i tempi è stato riscontrato tra i bambini) e al cibo. I tassi di obesità negli Stati Uniti sono saliti alle stelle, e il diabete infantile viene causato da un eccesso di cibo in modo del tutto epidemico. Si ha disperatamente bisogno di soddisfare quell’insaziabile desiderio di mangiare e bere sempre di più. I nostri appetiti più sfrenati e incontrollati ci uccidono, e si è così determinati a fare di noi stessi il dio della nostra stessa vita. «Sii il dio di te stesso», dicono gli stolti. Tutto questo ha la sua origine nel giardino di Eden, dove Satana tentò Eva a mangiare il frutto con le parole «sarete come Dio» (Gn 3:5). Questo è stato il desiderio dell’uomo sin dallinizio, essere com Dio e, come abbiamo visto, il culto e le attenzioni ossessive di sé stessi è la base di ogni idolatria moderna.

Tutti gli idolatri del sé hanno al proprio centro le tre «concupiscienze» che si trovano in 1Gv 2:16:

«Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo»

Chi è il padrone e dio di questo mondo?

«Perciò, avendo noi tale ministero in virtù della misericordia che ci è stata fatta, non ci perdiamo d’animo; al contrario, abbiamo rifiutato gli intrighi vergognosi e non ci comportiamo con astuzia né falsifichiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio. Se il nostro Vangelo è ancora velato, è velato per quelli che sono sulla via della perdizione, per gli increduli, ai quali il dio di questo mondo ha accecato le menti, affinché non risplenda loro la luce del Vangelo della gloria di Cristo, che è l’immagine di Dio. Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù quale Signore, e quanto a noi ci dichiariamo vostri servi per amore di Gesù; perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la Luce della Conoscenza della gloria di Dio che risplende nel volto di Gesù Cristo» 2Cor 4:1-6

Se vogliamo fuggire dall’idolatria moderna, dobbiamo ammettere che è dilagante e bisogna respingerla in tutte le sue forme. Non è di Dio, ma di Satana, e in essa non si troverà mai appagamento se non l’illusione di essere appagati. Questa è la grande menzogna che lo stesso Satana ha raccontato da quando ha mentito ad Adamo ed Eva. Ancora più triste, in molte chiese si propaga il cosiddetto vangelo della salute, il vangelo della ricchezza, e il vangelo della prosperità tutti costruiti sul culto idolatrico dell’autostima. Ma non potremo mai trovare la felicità concentrandoci su noi stessi. I nostri cuori e le nostre menti devono essere centrate su Dio e sull’altruismo. È per questo che quando gli venne chiesto qual è il più grande comandamento a Gesù, Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Mt 22:37). Solo quando siamo disposti ad amare il Signore e il prossimo con tutto ciò che è in noi, non ci sarà spazio nel cuore per l’idolatria. L’importante è non trasformare l’amore in fanatismo ed estremismo.