«Erkamka» o «’erchameka»?

Penso che un po’ tutti conoscono il famnoso canto di Amy Grant che ha per titolo «El Shadday». Ho già discusso il significato di questa parola nel mio ultimo libro La Bibbia non è un mito e in qualche commento che il lettore può trovare nel blog, per cui qui non ci ritorno. Questo brano musicale è conosciuto e apprezzato da molti crtistiani e inizia con queste parole:

«El Shaddai, El Shaddai, El Elyon na Adonai
Age to age You’re still the same
By the power of Your name.
El Shaddai, El Shaddai, Erkamka na Adonai
We will praise and lift You high
El Shaddai»

Anche se i cristiani amano spesso cantare questo inno, in pochi conoscono il significato delle parole «erkamka na Adonai». Alcuni pensano che sia una frase senza senso che non vogliono significare nulla. In realtà non è proprio così e adesso cercherò di spiegare il significato di queste tre parole.

Adonai

La parola «Adonai», che non ha bisogno di essere tradotta, è un titolo applicato generalmente a Dio (e non solo; Sarah, infatti, chiamava suo marito Abrahamo proprio «Adonai») è viene solitamente tradotto con «Signore» e «Signore mio» (lett. signore di me). Nelle nostre traduzioni dell’Antico Testamento, tuttavia, è necessario saper distinguere la differenza tra «Signore» e «SIGNORE, Eterno», in quanto non derivano dalla medesima parola ebraica. Quando nelle nostre Bibbie incontriamo «SIGNORE» (tutto in maiuscolo) o «Eterno», il termine a cui si fa riferimento è il Tetragramma YHWH. Mentre, quando leggiamo semplicemente «Signore», la parola originale è «Adonai».

Nel periodo post-esilico, la maggior parte degli ebrei si rifiutavano di pronunciare il nome divino (Yhwh) in pubblico. Così, successivamente, i Masoreti hanno escogitato un sistema per inserire nel testo consonantico le vocali di Adonai e le consonanti di Yhwh insieme, così da ricordare al lettore ebreo di leggere «Adonai», mentre al lettore non ebreo non gli veniva data l’opportunità di non pronunciare il nome originale per via dell’inserimento di quelle vocali che ne “storpiavano” la reale pronuncia che solo loro conoscevano (ma non solo loro, dopo tutto).

Na

Il termine «na», in ebraico, è una particella usata in fase di preghiera o di esortazione. Ciò significa che quando la parola viene usata, si intende suggerire l’idea di «ti prego», «per favore», «ora». Un esempio del suo utilizzo lo troviamo in Genesi 12:13, quando Abrahamo, parlando con Sarah, dice: «ti prego» o «per favore», a seconda della versione di traduzione. Un altro esempio lo incontriamo nel Salmo 118:25, dove il salmista pregando il Signore dice: «Yahweh, salvaci ora! Yahweh, facci prosperare!». L’espressione «salvaci ora» in ebraico è hoshi’ana, la stessa parola utilizzata dal popolo di Gerusalemme quando accolse Gesù con «Osanna!» (Marco 11:9) o come la Complete Jewish Bible traduce: «Per favore! Liberaci».

Erkamka

Questa parola deriva dalle parole iniziali del Salmo 18:1. In ebraico si legge erchamkà Yhwh chizqì. Le traduzioni riportano la frase «Io ti amo, oh Yahweh, mia forza!».

La parola ebraica per «amore» è rachàm, un termine che significa «avere misericordia», «essere compassionevole». Il Salmo 18:1 è l’unico esempio biblico in cui il Signore appare come l’oggeto del verbo rachàm. L’uso del verbo con il significato di «amore» sembra riflettere l’influenza dell’aramaico. Per questo motivo, alcuni autori hanno proposto diverse traduzioni, tuttavia nessuna di queste sono state ben accolte dagli studiosi.

Ma, come ha fatto l’originale ebraico ‘erchamkà a diventare “erkamkà” nel canto di cui sopra? Molto probabile è che quando il testo è stato scritto, l’autore abbia usato la traslitterazione della parola che si trova nello Strong Concordance. Infatti, lo Strong traslittera la parola racham con «rakham». Così, la parola correttamente traslitterata ‘erchameka viene traslitterata con erkamkam facendo cadere la “h” di rakham e omettendo la traslitterazione della semivocale “e” (shevàh).

La parola erkamka così come appare nel testo del canto va in contro a due problemi: (1) la lettera ebraica chet dovrebbe essere traslitterata «ch», non «k». La «k» spetta alla kaf; (2) la seconda shevàh della parola è sonora, non muta, quindi dovrebbe esserci una piccola «e» dopo la mem, cioè la «m» di erkamka.

Il verbo erchameka è in prima persona singolare. La traduzione corretta è «ti amo», non «ti amiamo». La particella «na» è assente nel testo ebraico, quindi, è possibile che il «na» sia stato introdotto nel testo del canto sotto l’influenza delle varie traduzioni (errate) inglesi che riportano il vocativo «oh» in «oh Adonai».

Qual è, quindi, la lezione che i cristiani dovrebbero imparare da questa pseudo-traslitterazione di erkamka na Adonai? La lezione è che quando si cerca di scoprire come traslitterare le parole ebraiche nei nostri caratteri, bisogna avere la conoscenza delle consonanti e della loro esatta pronuncia e traslitterazione.