Il CHESED e il suo più profondo concetto “letterale”.

chesedLa parola chésed suggerisce la relazione di alleanza di Dio con Israele, inoltre, Egli ha espresso questa terminologia mediante il salmista (136) per indicare una relazione eterna (il ritornello del Salmo 136 enfatizza questo aspetto). Questo sostantivo è parallelo ad amore e bontà che vedremo fra poco. Si tratta di un tipo di amore, tra cui la misericordia, quando l’oggetto da amare si trova in uno stato pietoso. Spesso occorrono i verbi di azione – fare, agire, eseguire – e così si riferisce ad atti d’amore, così come per l’attributo. La traduzione che suggerisce la versione biblica King James (KJV) è arcaica (lovingkindness), ma non è lontana dalla pienezza di significato che vuole esprimere la parola.

La sua radice CHSD, vuole infatti esprimere il concetto di «essere bello, amabile, devoto»[1]. Per estensione «nel rapporto di Dio con il popolo o un individuo, la fedeltà, la bontà, la gentilezza»[2].

Se provassimo a “smontare” la parola nel per ottenere il suo più intrinseco significato, otteniamo un interessante concetto dai soli concetti che vogliono trasmettere le consonanti in sé:

 ח

chét: significa «muro», per estensione a tagliare fuori da…, proteggere, separare. Il suo valore numerico è l’8 e racchiude in sé i sette giorni della Creazione in Genesi (rappresentate dalle 7 consonanti che la precedono), attraverso il quale viene creata ogni cosa.

chetani_for_stam_plusLa calligrafia ashkenazita della chét (a sinistra) viene rappresenta con una vav e una zàin legate insieme da un elemento che dall’alto le unisce, come una sorta di freccia con il vertice rivolto verso l’alto: però non è il vertice a voler indicare il dirigersi verso quella direzione, ma indica una provenienza da quella direzione. Considerate nel loro significato d’insieme e nella rappresentazione in questo grafema, la vav (chiodo) e la zàin (arma) mi ricordano le forme di un martello e di un chiodo, appunto, che richiamano il sacrificio del Messia in quanto la parola chésed in sé richiama a sua volta un atto d’amore unico nel suo genere: la foratura delle mani e dei piedi (Salmo 22:16) che ha patito con estrema “gentilezza” il Messia (perché non si è mai opposto a tale supplizio) rendono perfettamente l’idea del concetto in sé della sola consonante chét rappresentata nella calligrafia ashkenazita. Nella classica calligrafia giudaica, invece, il concetto di muro, tagliare fuori, proteggere, separare, suggerisce l’idea della santificazione, del qàdosh, ovvero il significato di “messo da parte”, appunto “sacro”, “santo”, o sacrosanto. Infatti, come si diceva poc’anzi, la chét racchiude in sé i sette giorni della Genesi, vale a dire che una volta completata la Creazione Dio ha cessato (Shabbat) il Suo lavoro santificando (chét) tutta l’opera che aveva creata e fatta.

 ס

sàmek: significa «sostegno», per estensione assistenza, ma più precisamente essere d’aiuto, soccorrere qualcuno in difficoltà. Basta solo focalizzarsi su questo concetto per rendersi conto di quanto sia strettamente legato al concetto della chét sopra esposta. Otteniamo un soggetto gentile che si premura a soccorrere qualcuno in difficoltà. E chi soccorre qualcuno mostra sempre un grande senso di dovere etico e morale: alias gentilezza. nei conforonti del prossimo.

 ד

dàlet: il suo significato è «porta», per estensione entrata o uscita, passaggio, percorso, in maniera più specifica percorso di vita. Scegliere La Porta fra le tante porte. Il concetto della parola chésed sembra essere più enfatizzato. Abbiamo ottenuto così un soggetto che soccorre qualcuno con gentilezza e che lo conduce ad un percorso di vita che si può tradurre in La Via e La Vita, espressioni utilizzate dal Messia in Giovanni 14:6. Questo passaggio biblico, inoltre, conferma anche il concetto in sé che vuole esprimere la dàlet in quanto il Messia è l’unica «Porta», «Percorso», «Strada», «Entrata», «Via» che conduce al Padre. Non vi sono altre porte, non vi sono scorciatoie, non vi sono strade ausiliarie per raggiungere il Padre, ma c’è solo una Porta.

Il Salmo 136 ripete in maniera ossessiva, a mo’ di ritornello, che «la Sua chésed dura in eterno».

Se questo chésed dura realmente in eterno per come si sostiene, allora sembra piuttosto ovvio asserire che il termine è un sinonimo di amore [ʿahev] in quanto la Scrittura afferma che «[…] Egli nutre per Israele un amore eterno» (1Re 10:9; cfr. Isaia 54:8).

È impressionante notare, oltretutto, come le due radici di cui sopra ʿahev (amore) e chésed (bontà) appaiano insieme nel Libro di Geremia al capitolo 31 versetto 3: «da [tempi] distanti Yehwàh [è] apparso a me: ʿahev di eternità [Io] amo[3] te certamente: prolungo a te chésed»[4].

Leggendo dunque la parola in sé soltanto in superficie otteniamo il concetto di gentilezza, bontà, misericordia, ma andando più in profondità verso il significato delle singole consonanti, notiamo quanto questo «amore eterno» sia guidato da un «sostegno» (sàmek) che ha per nome «gentilezza» (radice CHSD): sostenere qualcuno andando in soccorso con amorevole gentilezza chi ha bisogno di aiuto, e questo aiuto viene dato attraverso un martello (zàin) ed un chiodo (vav) che perforano la carne di Colui che dà questo aiuto, il Messia che nutre un amore senza inizio né fine, un «amore eterno» che aveva già pianificato «dai tempi distanti».

Note

[1] Koehler & Baumgartner: Hebrew and Aramaic  Lexicon of the Old Testament (halot).

[2] Ibid.

[3] ʿahavttìk | la radice “amore” è sempre la stessa.

[4] Daniele Salamone: mia traduzione letterale.