Davvero “Elohim” non significa “Dio”?

Prima di dire che il termine elohìm non significhi “dio” – tema principale delle analisi seguenti – occorre prima chiarire cosa significa “dio” nella nostra lingua italiana. Sul Forum di Consulenza Ebraica, l’utente Cecca suggerisce un’interessante analisi che ho voluto riportare di seguito e che tuttavia ritengo essere essenziale prima di argomentare la questione dal punto di vista ebraico. Prima di capire quindi qual è il significato di una parola ebraica o come andrebbe tradotta, sarebbe più corretto e utile capire in primis cosa significa quel termine nella nostra lingua. Se, dunque, si pensa che il termine “elohìm” non significa né si traduce “dio” è giusto affrontare l’argomento prima secondo il nostro vocabolario occidentale.

L’etimologia di elohìm per una traduzione è ininfluente, poiché la lettura di questo termine ebraico con “dio/déi/Dio” (ovvero “divinità”) è del tutto corretta sia in termini semantici che concettuali.

D’altronde – lo puntualizzo adesso visto che non viene generalmente colta l’importanza di questo punto fondamentale – puà incidere forse l’etimologia della parola “dio” sul significato stesso di “dio”? Il nostro italiano “Dio” viene tranquillamente tradotto in tutte le lingue del mondo, ad esempio  con il  tedesco “Gott” o l’inglese “god”, ma “dio” ha un’etimologia del tutto diversa da quella che si ha nella lingua iglese e tedesca (come del resto in tutte le altre lingue del mondo). Tuttavia, in tutte e tre le lingue significano e si riferiscono alla stessa cosa.

Le cose stanno nella maniera più complessa di quanto si crede, anche per ciò che riguarda il metodo del tradurre. Quindi, occorrono delle precisazioni: quando si vogliono trattare degli argomenti di carattere religioso non occorre soltanto la conoscenza della lingua in sé – che non è la “chiave” della conoscenza ma una semplice marcia in più per capire meglio determinate cose – ma parimenti la conoscenza delle categorie religiose di cui si parla e dei termini corrispondenti in altre lingue.

Ora, sul fatto che YHWH sia la divinità dell’Antica Alleanza penso siamo tutti d’accordo (qualcuno lo sarà un po’ meno). Ma allora, prima di dire con facilità che un termine X non significhi “dio” occorre affrontare due cose fondamentali:

  1. La definizione del termine di paragone, cioè il termine “dio”;
  2. Cosa vuol dire che un termine X (elohìm) significhi o non significhi il termine Y di un’altra lingua, “dio” nel nostro caso.

Ora, parlando in generale, che l’etimologia di un qualsivoglia termine possa non avere niente a che vedere con il significato attuale è abbastanza noto. L’utente di Consulenza Ebraica Cecca pone l’esempio col termine “foruncolo”: questa parola significa “bollicino” la cui etimologia è il latino fur-furis, “piccolo ladro”, detto metaforicamente per indicare il tralcio della vite che toglie il succo al ramo principale, quindi la gemma, infine il foruncolo.[1]

Qual è il significato del termine “dio”?

Nella storia delle religioni si identifica con il termine dio quell’essere immortale, oggetto di culto, che presiede al funzionamento di varie parti del mondo, della natura o della società umana (con la D maiuscola si indica invece il Creatore unico delle religioni monoteiste). Questo in linea generale. Stesso discorso vale per la parola “dio” in tutte le lingue del mondo.

Se analizziamo invece l’etimologia vediamo che “dio” deriva dal latino deus a sua volta derivato dall’indoeuropeo djew col significato di «splendere», da cui derivano i significati di «giorno» e “cielo”. Usando un pò di logica, tutto questo può avere qualcosa a che vedere col significato del termine “dio”? Certamente no. Il termine germanico “Gott”, ad esempio, deriva invece dal participio ghuto, «invocato». Anche questo influisce in qualche modo sul significato di “Gott” o “god”? Certamente no.

Parimenti le diverse etimologie non impediscono la traduzione di “Gott” con “dio”. Si dice piuttosto che l’etimologia ha importanza perché fornisce informazioni di base su come venisse concettualizzata la divinità da queste popolazioni. Niente di più, niente di meno.

Fondamentale è invece l’uso del termine per indicare una particolare categoria di esseri caratterizzati da quegli elementi di si è detto in precedenza.

Siccome con elohìm si indicano senza ombra di dubbio le o la divinità, valea dire sia YHWH che gli déi stranieri (Milkom, Molek, Astoreth, Baal, etc.), la traduzione  “dio” è assolutamente legittima. Secondo l’esposizione di Cecca è quindi giusto dire che elohìm significa “dio” così come lo significa anche “God”. La corrispondenza, e quindi la traduzione, si basa su ciò che indicano i termini. Se per fare una traduzione si dovesse scegliere quei termini che hanno la stessa etimologia, o etimologie comparabili, non si potrebbe tradurre nulla, se non in modo incomprensibile.

Quando è nato il termine “dio”?

Secondo le affermazioni di Mauro Biglino in ebraico non esiste il vocabolo “dio”. Tuttavia, il termine “dio” è del tutto slegato da particolari concetti della divinità. È generico ed è anche adattabile a tutte le divinità del mondo. Si può infatti dire “un dio romano”, “un dio greco”, “un dio sumero”, “il dio dei musulmani”, “il dio degli ebrei” e “il dio dei cristiani”. Solo negli ultimi tre casi si può specificare l’unicità di Dio in quelle tre religioni scrivendo “Dio” con la D maiuscola di cui si è detto in precedenza. In ognuna di queste religioni il concetto di “dio” o di “Dio” o in generale della divinità, è diverso, ma tuttavia si usa sempre il termine “dio” (oppure “Dio”). Insomma, nemmeno i diversi concetti della divinità nelle diverse culture impediscono di usare “dio” in riferimento a quelle divinità (God, Gott, Dieu, Dios, etc.).

Chi afferma che il termine ebraico elohìm non significa “Dio/dio/ déi” (a loro dire nessuno conoscerebbe il suo vero significato originale) cade in una ridicola se non comica contraddizione, perché se da un lato si afferma che nessuno conosce il significato di questa parola, da un altro lato si vuole (o vorrebbe) dimostrare con vari salti mortali etimologici e filologici di sapere cosa non significa.

Reformed LiarMi chiedo: se davvero nessuno al mondo conosce il significato di questo termine, come si può affermare con estrema convinzione cosa non significa? Mi spiego meglio; se qualcuno non conosce il significato di una parola non può (o non dovrebbe) affermare di sapere invece cosa non significa. Da qui si ha una chiara dimostrazione di un’attività speculativa. Questo è un atteggiamento/approccio tutt’altro che scientifico perché predilige l’analisi di una lingua solo e soltanto verso la negazione di ciò che è evidente. Come per dire, pur sapendo che l’olio è bollente ci metto le dita dentro pur di dimostrare che non è bollente anche se mi scotto!

I “traduttori” come Mauro Biglino dicono: «Nessuno conosce il significato della parola Elohìm, però possiamo stare certi che almeno non significa Dio». Se non significa “Dio”, cosa significa allora? Ribadisco, queste sono solo speculazioni basate sulla negazione.

Il termine “Dio” avrebbe origine dal greco Theos.

È curioso però notare come gli stessi Aztechi chiamassero nella loro lingua nàhùatl la città di Teotiwàkan (Teotihuacan), il cui significato è molto discusso tra gli addetti ai lavori, anche se tutti condividono il medesimo significato per la radice teotl che si riassume in “dio”. In questa lingua la parola singola per identificare la divinità è moyokoyani, ma è curioso sempre notare che ogni nome che contraddistingue una divinità abbia come elemento proprio la particella teotl.

Guardiamo qualche esempio:

  • dio terribile = tetsauteotl;
  • dio nemico = apochlayaoteotl;
  • dio energia  = teotl;
  • dio padre  = ueueteotl;
  • dio affamato  = apisteotl;
  • dio ispira  = yoloteotia;
  • dio del vento = ajekateotl;
  • figlio di dio = teokonetl;
  • dea = siuateotl;
  • déi  = teteo;
  • dio dei quartieri = kalpolteteo

È curioso notare come la singola parola teotl indichi «dio energia» o in una forma più leggibile «energia di dio», connotando un qualcosa di immateriale in accordo al passo di Gv 4:24 «Dio è Spirito». Desta la mia curiosità anche la parola teokonetl, «figlio di dio», dove la sillaba teo si ha sia all’inizio che a fine di parola, ma in forma abbreviata: tl. Questo significa che non si tratta di un semplice «figlio di dio» inteso come “credente” o “figlio di un dio”, ma connota il «figlio-dio» che lascia intendere che questo figlio di dio è il dio stesso. Tuttavia, se «facciamo finta che» la tradizione Azteca rappresenta un qualcosa di storicamente concreto e la paragoniamo per certi aspetti alla tradizione Neotestamentaria, entrambi i fronti ci parlano di un «Figlio di Dio che è Dio» (e non «un dio», Gv 1:1).[2]

Gli stessi Aztechi, quindi, lontani migliaia di chilometri dalla Grecia e almeno 1700 anni prima della loro “scoperta” nel Nuovo Mondo, adoperavano proprio quel termine che anche i greci e poi i latini usavano, da cui noi oggi occidentali ne ricaviamo la parola “dio”: teotl/theos.[3]

Tuttavia, la traduzione Septuaginta, più antica del Testo Masoretico e il cui periodo di redazione risale proprio verso il periodo in cui gli Aztechi erano nel loro pieno sviluppo (300-250 a.C.), riporta proprio la parola Theos quando nel corrispettivo ebraico troviamo scritto Elohìm.

I Sumeri chiamavano «coloro che dal cielo giunsero sulla Terra» (a.nun.na.ki) con l’appellativo di “déi” – in lingua sumera dingir, dio, ripetuto due volte dingir.dingir per indicare la forma al plurale, déi (ricorda la parola Azteca “teteo” per déi con la sillaba “te” ripetuta due volte per indicare la forma plurale).

Sembra quindi evidente che in epoche assai più antiche della stessa Bibbia esisteva già l’uso di quella parola che nel nostro mondo occidentale traduciamo con Dio, God, Gott, Dieu, Dios, etc.

[…]

Per cui, speculazioni a parte, Biglino si avvale della facoltà di tradurre elohìm in diversi modi nonostante nessuno sappia (a sua detta) cosa significhi. Riporto di seguito quanto egli dice:

Mauro-biglino«Il termine Elohim, viene infatti variamente ricondotto alle radici più diverse che rimandano in sintesi ai seguenti significati: “quelli dell’alto”, “splendenti”, “potenti”, “legislatori”, “governatori”, “giudici”, “ministri”.

Come si vede chiaramente, nessuno di essi postula il termine Dio, che non è neppure preso in considerazione nelle ipotesi formulate dalla filologia accademica, marcando in ciò una netta differenza rispetto alla forzatura teologica, che lo utilizza nelle traduzioni, senza alcun fondamento linguistico»[4]

Biglino cita la filologia accademica ma non si prende la cura di citare almeno un testo ufficiale che ne parli, tanto meno si preoccupa di citare riferimenti ai nomi appartenenti al gruppo di questi filologi. Tutti i vari epiteti come “splendenti”, “potenti, etc., tra l’altro, non rappresentano il “significato” della parola Elohìm, ma denotano ciò che effettivamente è Elohìm:

  • Elohìm è effettivamente «quello dell’alto» perché viene identificato più volte dalle Scritture come el elyòn in Ebraico e ὑψίστου, ypsistou in Greco: «l’Altissimo»;
  • Elohìm è effettivamente «lo splendente» perché viene identificato in 1Gv 1:5 come «Dio è luce»;
  • Elohìm è effettivamente «potente» perché viene identificato come el ha-gibbor, «Dio potente» (Ne 9:32);
  • Elohìm è effettivamente un «legislatore» perché è stato Lui a redigere i Dieci Comandamenti (cfr. Esd 7:21);
  • Elohìm è effettivamente un «giudice» perché la Scrittura lo identifica come «giudice tra di noi» (Gn 31:53) e il significato del nome del Profeta Daniele, Dani-El (che mi vanto di possedere), denota questa Sua caratteristica: «giudice mio (è) El».

Tutti questi aggettivi, quindi, non denotano il significato in sé del termine Elohìm, ma identificano i titoli d’appartenenza di Elohìm.

Poiché in merito al suddetto termine Biglino cita solo un paio di dizionari di dubbia attendibilità o magari limitandosi al dire la classica frase «gli esperti dicono che…», col proseguo di questo studio sfoglieremo insieme le pagine di quei dizionari che lui stesso usa per dare credito ad altre sue ipotesi. Da qui il lettore capirà da solo che Mauro Biglino ha l’abitudine di non citare alcuna fonte specifica (o se lo fa solo in maniera parziale e superficiale) quando i suoi stessi dizionari che usa lo contraddicono. Molto spesso egli cita un dizionario piuttosto che un altro perché preferisce una definizione piuttosto che un’altra: questo metodo prende nome di “metodo dei dizionari rotanti” che ho già spiegato in cosa consiste in un lavoro precedente. Se sei interessato ad approfondire questo capitolo puoi acquistare il libro dove ne parlo: La Bibbia non è un mito – gli speculatori ci raccontano un’altra storia.

Note

Ringrazio l’utente Cecca del foru Consulenza Ebraica per le preziose informazioni da cui sono state tratte le principali informazioni di questo estratto.

[1] Treccani.it

[2] Vocabulario Nàhuatl: www.vocabulario.com.mx/nahuatl/diccionario_nahuatl_a.html

[3] Zecharia Sitchin, nel suo libro Gli déi dalle lacrime d’oro, spiega che gli antichi popoli mesoamericani «avevano già legami antichissimi con la Mesopotamia». Infatti, egli continua le sue ricerche affermando che gli stessi popoli dello Yucatàn, in Messico, hanno avuto origine da un antico fondatore proveniente da lontano che assegnò alla prima città da lui costruita il nome di Tenochtitlan, Città di Tenoch, il che ricorda il biblico Enoch, figlio di Caino, che prende nome dalla città che il padre costruì: Città di Enoch. Alle pagine 42-43 del libro in questione, Sitchin afferma che «gli Aztechi discendevano dalle dieci tribù d’Israele che vennero mandate in esilio dagli Assiri nel 722 a.C. e quindi sparirono senza lasciare tracce (il restante regno di Giudea fu perpetuato dalle due tribù di Giuda e Beniamino) […] È nel secondo libro che Duran, citando le numerose analogia si spinse a concludere, non senza una certa enfasi, che i nativi “delle Indie e di tutto questo nuovo mondo” appartengono “al popolo ebraico”. Questa teoria, continuava, era confermata “dalla loro stessa natura: questi indigeni fanno parte delle dieci tribù di Israele che Shalmaneser, re degli Assiri, conquistò e porto in Assiria […]. è naturale dunque che, a mano a mano che tali racconti si diffondevano, la teoria delle dieci tribù perdute prendeva sempre più piede, fino ad affermarsi come quella più seguita nel XVI e XVII secolo: essa partiva dal presupposto che, in qualche modo, vagando verso est prima all’interno dei domini assiri e poi al di fuori di essi, gli Israeliti erano arrivati in America»: vedi Zecharia Sitchin, Gli déi dalle lacrime d’oro (Piemme, 2000), pp.42.43.

[4] Mauro Biglino, La Bibbia non parla di Dio (Mondadori, 2015), p.58.

About Daniele Salamone