I 120 anni prima del Diluvio: la profezia di Noè

Nel Libro della Genesi, al capitolo 6 versetto 3, viene riportata un’affermazione che mi ha sempre suscitato molta curiosità. Mi riferisco alla famosa «durata» dei giorni dell’uomo di «centoventi anni». A cosa potrebbe riferirsi? Anzitutto, vediamo più da vicino cosa dice il versetto completo:

«Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo poiché, nel suo traviamento, egli non è che carne; i suoi giorni dureranno quindi centoventi anni» (NRV)

Per non appesantire la lettura, ho voluto riportare solo questo passaggio, ma invito il lettore a leggere per conto proprio tutto il capitolo in questione. Preciso, per completezza di informazioni, che nel testo ebraico non è presente la frase «nel suo traviamento». Tuttavia, cercherò adesso di sintetizzare le motivazioni che hanno spinto Yahweh Elohìm a enunciare questa “sentenza”. La malvagità umana era in continuo aumento al pari della crescita demografica. Secondo le mie ipotesi, i sacerdoti che svolgevano le funzioni religiose (cioè i figli di Elohìm), iniziarono a prendersi la cattiva abitudine di condurre uno stile di vita poco ortodosso vista la loro posizione, piuttosto di mantenere la loro purezza e “santità”, prendendo come mogli delle prostitute (le figlie di Adamoleggi articolo correlato). Visto questo degrado spirituale, etico e morale, Yahweh Elohìm decise di porre un rimedio sì drastico, ma non immediato.

L’opinione comune nutre la convinzione che i «centoventi anni» di cui si parla, siano un riferimento a un presunto accorciamento della vita umana, infatti, ad avvalorare questa interpretazione è la diminuizione degli anni di vita dopo il Diluvio a cui, effettivamente, vanno incontro i discendenti dei figli di Noè (vedi Genesi 11). Quindi, all’uomo non venne più permesso di vivere più di 120 anni (leggi articolo correlato).

1-kamal-salibiLe intuizioni di Kamal Suleiman Salibi

Secondo alcuni, la diminuizione della vita sarebbe stata indotta attraverso un intervento genetico, ovvero che Yahweh avrebbe smesso di «riversare il suo liquido spermatico» nell’uomo. Facendo mancare all’uomo questo “elisir di lunga vita”, è accettabile quell’ipotesi – sebbene bizzarra – in cui la vita dell’uomo sia fatta diminuire per questa motivazione prettamente concreta e materiale. Il primo ad aver proposto questa tesi è l’ormai scomparso Kamal Suleiman Salibi, ex docente dell’Università di Beyrut, in quanto avrebbe asserito che la locuzione ebraica beshagàm espressa al versetto 3, andrebbe suddivisa in questo modo: be|shagàm anziché be|sha|gàm. Secondo il Salibi, quindi, suddividendo la parola beshagàm nel modo appena specificato, assumerebbe il significato di «riversare liquidi organici», il che conferirebbe al passo biblico il significato seguente: «non riverserò più il mio liquido spermatico nell’uomo».

Controllando in svariati dizionari, la parola shagàm avente questo significato risulta del tutto inesistente sia in ebraico che in arabo. Quindi, possiamo affermare che quello del Salibi è stato un bislacco tentativo di dissacrare il testo biblico, viste le sue tendenziali influenze della religione new-age-raeliana che appoggia con fervida energia la cosiddetta “teoria degli Antichi Astronauti”.

Anzi, la Bibbia riporta l’espressione di riversare liquidi organici solo nel Libro del Levitico al capitolo 15 versetto 18: shikvat-zerà’, letteralmente «emissione-di seme», che è la stessa cosa di «riversare liquido spermatico». Shikvat-zerà’ e shagàm non hanno nulla in comune.

Un’ipotesi più realistica

Invece, l’interpretazione che secondo me (potrei anche sbagliarmi) si avvicina di più al senso che ha voluto esprimere il redattore biblico, sarebbe un’espressione profetica che riguarda il Diluvio a venire. Vale a dire, che Yahweh avrebbe concesso agli uomini «centoventi anni» di tempo per redimersi. Durante questo periodo, infatti, oltre che ad essersi messo al lavoro per la costruzione dell’arca (letteralmente “scatola”), Noè ebbe modo di occuparsi anche della predicazione della giustizia (vedi 2Pietro 2:5).

Ci sono tuttavia dei dettagli che potrebbero ingannare il lettore disattento: il testo, secondo me, si riferisce a 120 prima del Diluvio. Ebbene, cosa c’era all’inizio di questi 120 anni?

La Bibbia dice che era il seicentesimo anno di vita di Noè quando venne il Diluvio sulla Terra e che, 100 anni prima, egli aveva già generato Sem, Cam e Yafet. Mancano all’appello ancora 20 dei 120 anni. Facendo questo calcolo, i conti sembrano non quadrare, ma con un pizzico di attenzione in più, basandoci sul testo in sé della Bibbia, leggiamo che «Noè, all’età di cinquecento anni, generò» i suoi tre figli (5:32). Si legge anche che «due anni dopo il Diluvio» Sem aveva compiuto 100 anni. Siamo quindi ai 602 anni di Noè. 100 anni prima, Noè aveva 502 anni, quindi abbiamo un dato certo che Sem nacque quando suo padre aveva 502 anni e non letteralmente 500.

Vorrei precisare che non si tratta di un errore o contraddizione, in quanto il redattore biblico avrà sicuramente arrotondato la cifra. Un esempio di “arrotondamento” lo troviamo anche nel Libro di Esdra al capitolo 1, argomento che ho già trattato in un altro articolo per cui non ci ritorno. Ad ogni modo, non ci è dato di sapere l’età di Cam e Yafet.

cronologia_da_adamo_ad_abramoVisto questo possibile arrotondamento degli anni, possiamo considerare valida quell’ipotesi che al tempo in cui fu pronunziata la profezia direttamente da Yahweh, Noè aveva 480 anni e che, nell’arco dei 20 anni successivi, egli avrebbe potuto generare i suoi tre figli. C’è però un dettaglio da non trascurare: Sem è il maggiore dei tre figli, quindi Cam e Yafet devono essere nati necessariamente dal 503° anno di vita in poi di Noè, quindi ben oltre i 20 anni dopo che la profezia era stata pronunziata da Yahweh (a meno che si tratti di un parto gemellare che non ci viene rivelato e Sem, venuto alla luce per ultimo, viene presentato come il maggiore dei tre).

Facendo dei calcoli sulla vita dei patriarchi prediluviani – prendendo come fonte di riferimento la cronologia proposta dal Testo Masoretico (vedi immagine sopra) – Noè è nato nell’anno 1056 dopo la Creazione, mentre Sem è nato 502 anni dopo, cioè nell’anno 1558. Anno 1558 meno 1056, otteniamo il risultato di 502, esattamete il numero degli anni che Noè aveva quando generò Sem. Abbiamo così un dato certo sull’arrotondamento della cifra inteso dal redattore biblico.

L’incongruenza nasce da un’errata collocazione temporale delle parole espresse da Yahweh al versetto 3, in quanto l’espressione «in quel tempo» (v.4) viene erroneamente e temporalmente collocata quando Noè aveva «cinqucento anni» (5:32), escludendo così quei 20 anni che avanzano dalla profezia centoventennale. Trovandoci comunque in un contesto letterario che abbiamo capito essere di natura “profetica”, il linguaggio di questo genere letterario prevede che l’espressione letterale «tempo» sia in realtà riferita a un «periodo» non superiore a un anno (vedi Daniele 7:25; 12:7). Quindi, l’espressione del versetto 4 di Genesi 6 andrebbe tradotta più correttamente «in quell’anno». Ma, che anno?

Noè come Giona?

La Bibbia sembra essere piuttosto chiara, in quanto, la frase «in quell’anno/tempo» è scritta immediatamente dopo al versetto in cui Yahweh pronunzia le fatidiche parole dei 120 anni, ovvero «in quel tempo/anno/periodo […] quando […] i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte» (v.2). Cioè, a partire da quell’anno esatto in poi, Dio mise in moto una sorta di “ingranaggi cosmici” per risolvere quel problema, una decisione che avrebbe richiesto del tempo per favorire il suo adempimento. Visto questo degrato morale che si era venuto a creare in quell’anno in tutta la Terra – nell’anno 1536, cioè prima del Diluvio -, Yahweh profetizzò non che agli uomini sarebbe stata accorciata la vita, ma che avrebbero anzi avuto 120 di tempo per riacquistare il lume della ragione.

Questo fa capire che Yahweh concesse agli uomini corrotti della Terra una possibilità di redenzione e, come avvenuto con Ninive al tempo del profeta Giona, Yahweh perdonò i Niniviti dopo la loro istantanea conversione nonostante avesse decretato la loro totale distruzione tracorsi i 40 giorni dalla proclamazione del volere di Yahweh per bocca del Profeta: «Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà distrutta! I Niniviti credettero a Dio […] Dio […] vide che si convertivano dalla loro malvagità, e si pentì del male che aveva minacciato di far loro; e non lo fece» (Giona 3:4-5,10). Vediamo così un Yahweh disposto a stravolgere i suoi piani improrogabili, mostrando attraverso un avviso anticipato e diretto del suo giudizio, le intenzioni di volerlo evitare. Stessa cosa potremmo dire anche di Sodoma e Gomorra.

Quando Yahweh doveva parlare agli uomini, lo faceva attraverso i suoi Profeti e messaggeri, quindi, probabilmente, la profezia dei 120 giorni fu pronunciata da Noè stesso, essendo lui un predicatore di giustizia, nell’anno 1536 dopo il Diluvio. In sostanza, Yahweh mostra aperta disponibilità nel concedere del tempo o compromessi prima di agire in modo drastico e distruttivo. Lo stesso Enoch, bisnonno di Noè, profetizzò ancor prima di lui contro questi uomini malvagi, dicendo: «Ecco, il Signore è venuto con le sue sante miriadi per giudicare tutti; per convincere tutti gli empi di tutte le opere di empietà da loro commesse e di tutti gli insulti che gli empi peccatori hanno pronunciati contro di Lui» (Giuda 14).

Vediamo una panoramica dei grandi giudizi anticotestamentari:

  • Yahweh concede all’umanità 120 di tempo per ravvedersi, pena il Diluvio (primo grande giudizio adempiuto per non aver ascoltato la predicazione di Noè);
  • Yahweh concede alle richieste di Abramo di risparmiare le due città nel caso in cui in esse ci fossero stati almeno 10 giusti, andando a verificare “di persona” (secondo grande giudizio adempiuto per mancanza di giusti);
  • Yahweh concede ai Niniviti 40 giorni di tempo per ravvedersi, pena la pulizia etnica totale (terzo grande giudizio non adempiuto per il ravvedimento dei Niniviti).

Se gli uomini prediluviani e gli abitanti di Sodoma e Gomorra avessero avuto la possibilità di prendere esempio dai Niniviti, tutta la storia biblica avrebbe preso tutt’altra “piega”. Se gli uomini prediluviani avessero accolto la chiamata di Noè, non ci sarebbe stato alcun Diluvio; se a Sodoma e Gomorra ci fossero stati dei giusti, la loro distruzione non avrebbe avuto compimento.

Invece, Ninive (capitale dell’Assiria) è stata di grande esempio, nonostante fosse stata una città sanguinaria e dedita all’idolatria. Con ciò si può evincere che Yahweh non è il Dio razzista schierato solo dalla parte degli Israeliti, ma il Dio di cui «tutti i popoli e nazioni della Terra gli appartengono».

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